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Archivi del mese: aprile 2013

Sperimentazione Animale: quando è necessaria (tre esempi pratici)

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Quando si parla di uso di animali nella ricerca (e in particolar modo nella ricerca biomedica) vengono in genere a formarsi due schieramenti distinti e contrapposti: chi condanna questa pratica invocando l’utilizzo di tecniche alternative da una parte e chi difende la sperimentazione animale parlando di “male necessario” che può essere ridotto ma non del tutto eliminato dall’altra.

La distanza comunicativa tra queste due fazioni (di cui ho parlato nel mio articolo precedente), che discutono senza ascoltarsi a vicenda, finisce con l’accentuare le posizioni contrastanti sminuendo i punti in comune.

Ogniqualvolta mi trovo a discutere di questo argomento cerco sempre di sottolineare come sia la ricerca sia la lotta antispecista si muovano in realtà nella stessa direzione. Mi spiego. Poiché la Scienza, in linea di principio, critica continuamente se stessa, anche la ricerca cerca continuamente di migliorarsi implementando le tecniche usate, limitando la sofferenza dei soggetti coinvolti (animali, pazienti e ricercatori stessi) e, perché no, tentando di ridurre i costi complessivi. Le tecniche alternative sono quotidianamente utilizzate dai ricercatori ed interi progetti possono essere condotti senza sfruttare un solo animale. Esistono inoltre organizzazioni (come CAAT e ECVAM) deputate alla riduzione (se non all’eliminazione) dell’uso di modelli animali nella ricerca.

Nonostante questi sforzi, però, esistono campi fondamentali della ricerca che non possono fare a meno dell’utilizzo di animali. Volendomi focalizzare sulla ricerca biomedica e molecare riporto di seguito tre esempi pratici pescati nell’immenso oceano della ricerca. Cercherò di utilizzare un linguaggio non troppo tecnico (mi scuso in anticipo per eventuali semplificazioni).

1 . Studi su tessuti nativi

Lo studio su cellule derivate da tessuti donatori è fondamentale per ampliare la conoscenza dei meccanismi molecolari che stanno alla base del funzionamento della macchina cellulare. In questo modo possono essere sviluppate nuove tecniche e strategie innovative per contrastare tutte quelle malattie che nascono dall’alterazione dei meccanismi cellulari. Attualmente esistono linee cellulari modello in grado di ricapitolare alcuni particolari tipi cellulari e che possono essere mantenute in laboratorio senza la necessità di prelievi da animali. Certi tipi cellulari inoltre, pur non avendo un modello “in vitro”, possono essere ricavati da biopsie umane con relativa facilità (come nel caso dei tessuti muscolari scheletrici). Esistono però casi particolari in cui non è possibile utilizzare né linee cellulari modello né donatori umani. Uno di questi casi è rappresentato dalle cellule che gestiscono la genesi del battito cardiaco. Queste cellule sono poche e raggruppate in limitate regioni altamente specializzate all’interno del cuore. Lo studio dei meccanismi di genesi del battito è importante per comprendere e quindi contrastare un enorme numero di malattie cardiache (le malattie cardiovascolari sono tra le prime cause di morte nel mondo occidentale). Attualmente non esistono linee cellulari in grado di riassumere l’elevata specializzazione di queste cellule, non è possibile farle moltiplicare in laboratorio in quanto non sono in grado di riprodursi e non è possibile ottenerle da donatori umani poiché un cuore espiantato (già raro di per sé) viene destianto al trapianto (da escludere anche le donazioni da cadavere in quanto i tessuti cardiaci senza ossigeno degenerano rapidamente). In futuro sarà possibile ricavare queste cellule da staminali indifferenziate, ma per ora l’utilizzo di animali donatori rappresenta l’unica scelta possibile.

Generalizzando, questo discorso vale per qualsiasi studio per il quale è impossibile reperire cellule da biopsie umane (come i neuroni ad esempio).

2. La produzione di anticorpi

Gli anticorpi sono molecole prodotte dal sistema immunitario in grado di riconoscere e legare una sostanza in modo altamente specifico. In biologia, biochimica e medicina gli anticorpi sono utilizzati come terapia o come marcatori specifici per localizzare e/o purificare (anche in vitro) determinate molecole d’interesse. La loro complessità strutturale rende impossibile una loro produzione “sintetica”. Per ottenerli è quindi necessario sfruttare le cellule del sistema immunitario (i linfociti B) specializzate nella sinstesi di queste molecole. Ad oggi l’unico modo per ottenere anticorpi è lo sfruttamento di animali e del loro sistema immunitario integro e funzionante. Nel caso particolare degli anticorpi policlonali (derivati da più linfociti B differenti dello stesso individuo) la sostanza che si vuole marcare viene inoculata nell’organismo e gli anticorpi specifici prodotti dalla reazione immunitaria indotta vengono poi purificati dal sangue dell’animale senza che questo venga sacrificato. Il rischio di shock anafilattico e la necessità di avere anticorpi ad alta specificità impedisce l’uso di volontari umani (per marcare e purificare proteine umane gli anticorpi sono più efficaci se derivati da specie filogeneticamente lontane dall’uomo).

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Un esempio di marcatura con anticorpi fluorescenti

Anche in questo caso lo sfruttamento di animali è quindi necessario. Può essere limitato o meno “invasivo” (per esempio utilizzando le galline e purificando gli anticorpi che si accumulano nel tuorlo delle uova limitando così i prelievi di sangue da mammiferi) ma non può essere eliminato del tutto.

3. Studio di malattie gravi

I modelli animali di malattia sono uno degli strumenti più potenti per lo studio di malattie gravi. Comprendere a fondo i meccanismi che stanno alla base di una malattia è fondamentale per poter migliorare le tecniche diagnostiche e sviluppare terapie efficaci. Poiché molte malattie sono di tipo sistemico (cioè colpiscono l’intero organismo) e poiché un organismo completo è molto più complesso della semplice unione delle sue parti, esistono casi in cui è necessario avere un modello di malattia che sia rappresentato da un organismo nella sua completezza. La ricerca farmacologia per malattie psichiche come depressione e schizofrenia, per esempio, necessita di un organismo intero per capire se il farmaco sia efficace o piuttosto pericoloso. È logico che in questo caso non possono essere utilizzati pazienti umani per testare farmaci i cui eventuali effetti secondari gravi non sono noti. Nel caso delle malattie genetiche invece, vengono invece introdotte in animali modello le alterazioni geniche che causano la malattia e su questi modelli vengono poi condotti gli studi (di caratterizzazione cellulare e molecolare della malattia e/o test farmacologici). Anche in quest’ultimo esempio i malati umani non possono fungere da cavie per le stesse ragioni esposte precedentemente.

Questi casi appena descritti brevemente sono solo alcuni dei numerosi esempi possibili. Per approfondimenti vi invito a visitare pagine di divulgazione come Animal Research e Understand Animal Research.

(l’immagine presente in questo articolo è presa da qui)

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Il dibattito virtuale sulla sperimentazione animale

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Il dibattito sulla sperimentazione animale è uno degli argomenti che più infiamma la Rete, soprattutto dopo fatti come quelli recentemente accaduti a Milano.

In questo post non voglio discutere se la sperimentazione animale sia giusta o sbagliata ma voglio analizzare la tipologia dei confronti che scaturiscono in rete quando si affronta questo argomento.

Da biologo biomedico mi sono spesso trovato a discutere online, anche animatamente, cercando di condividere le mie posizioni e valutando al tempo stesso le idee altrui. Perché è esattamente questo che sta alla base del concetto di dibattito: confrontarsi, anche duramente, cercando di comprendere le ragioni dell’avversario, criticandole in modo costruttivo e, se possibile, trovare punti di convergenza.

Purtroppo sappiamo bene che mantenere una discussione in rete su livelli di pacato confronto civile è sostanzialmente un’utopia e il dibattito sulla sperimentazione animale non fa eccezione.

Il confronto su questo argomento vede generalmente opposti “addetti ai lavori” come il sottoscritto (ricercatori, studenti, professori) a persone che spesso non hanno una formazione scientifica o un’esperienza diretta della ricerca. Personalmente credo che per criticare qualcosa lo si debba prima conoscere in maniera approfondita, ma è anche vero che chiunque e senza limitazioni deve essere libero di esprimere le proprie convinzioni in merito a qualsiasi argomento. Questo però non deve precludere la capacità di ascolto verso punti di vista differenti dal proprio.

Nonostante le numerose accuse di immobilismo mentale e servilismo nei confronti di un fantomatico “Sistema”, nel dibattito sulla sperimentazione animale, però, non siamo noi addetti ai lavori ad essere fermi nei nostri preconcetti culturali e convinzioni di fondo. Nel corso della mia esperienza, infatti, mi sono trovato a sbattere in continuazione contro un muro di integralismo e pregiudizi praticamente impossibile da abbattere. Ed è questo il problema cardine: l’integralismo.

La Scienza con la esse maiuscola ha la peculiarità di basarsi sulla critica continua. Non esistono verità assolute ma solo teorie incerte che necessitano di continue verifiche e continue conferme per sopravvivere e che, nel caso, possono essere accantonate. Purtroppo coloro i quali condannano in modo arbitrario la sperimentazione animale vivono di assolutismi, fermamente impiantati nelle loro convinzioni di partenza, e qualsiasi accenno di argomentazione cade nel vuoto. Ogni tentativo confronto si risolve in un fiume di accuse spesso false e superficiali (se non addirittura complottiste), di banalizzazioni, di provocazioni e di generalizzazioni tipiche di un atteggiamento qualunquista che poggia le proprie fondamenta su teorie pseudoscientifiche e su numerosi luoghi comuni che la Rete sa alimentare con rara maestrìa (non mi addentro nello specifico delle singole argomentazioni perché non è questa la finalità di queste mie righe).

Va da sé, inoltre, che chi basa la propria vita su un principio assoluto e inamovibile come “nessun animale va mai toccato per nessuna ragione” difficilmente sarà disposto a fare passi indietro in merito o semplicemente a stare a sentire se si parla dell’utilizzo di modelli animali nella ricerca biologica.

Personalmente reputo il fanatismo un pozzo buio e profondo che oscura la mente di chi ha la sfortuna di caderci. La negazione a priori senza verifiche e confronti, in qualsiasi campo, non porterà mai ad un miglioramento della condizione che si reputa sbagliata. Mi rivolgo anche a coloro che come me difendono la ricerca contro qualsiasi fanatismo oscurantista che spesso cadono nelle trappole delle provocazioni abbandonando l’argomentazione lucida per la più facile via dello sfogo di petto (e dell’insulto).

Per queste ragioni sono giunto all’infelice conclusione che il confronto virtuale con i cosiddetti animalisti porti inesorabilmente ad un vicolo cieco senza vie d’uscita.

Mi piacerebbe trovare qualcuno che mi smentisca, che sia in grado di discutere di sperimentazione animale senza tirare in ballo bizzarri complotti sulle multinazionali del farmaco che ci avvelenerebbero per venderci poi le cure, che non banalizzi il nostro lavoro accusandoci di farlo solo per fama e denaro, che citi le tecniche alternative conoscendone le applicazioni e la reale efficacia. Fino a questo momento non ho ancora avuto il piacere di confrontarmi con una persona di questo tipo, ma come sempre rimango qui… alla continua Ricerca.

P.S. per sdrammatizzare la serietà dell’articolo allego di seguito una mia vignetta che sta avendo un discreto successo

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