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La sera leoni, la mattina… o la scienza dell’hangover.

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“La buveuse” (la bevitrice), ritratto di Susanne Valadon realizzato da Tolouse-Lutrec (fonte: Wikipedia)

I postumi da sbornia, o hangover in inglese, sono un fenomeno noto a chiunque, spesso per esperienza diretta; talmente noto da essersi meritato un’intera saga cinematografica completamente dedicata (“Una notte da leoni” in italiano, “The Hangover”, appunto, nella versione originale):

Nonostante la notorietà e i numerosi aneddoti che la maggior parte di noi potrebbe sicuramente raccontare in proposito, è interessante scoprire come non solo non si conoscano a fondo i meccanismi e le cause di questo terribile stato, ma neppure esiste una definizione clinica completa e condivisa.

Ovviamente è legato al consumo di alcolici, ma gli studiosi si dividono sull’effettiva definizione dell’hangover. Esistono infatti due correnti di pensiero a riguardo: la prima sostiene che i postumi da sbornia compaiono quando la concentrazione di alcol nel sangue sta incominciando a scendere (6-8 ore dopo l’assunzione), mentre la seconda sostiene che il fenomeno compare solo dopo la completa metabolizzazione dell’etanolo (ovvero quando la concentrazione di alcol nel sangue è pari zero).

Altro problema è tentare di definire l’hangover in base ai sintomi in quanto non tutti i segnali si presentano ogni volta tutti insieme. Generalmente si hanno diverse combinazioni dei possibili sintomi in base a numerosi fattori sia ambientali (il consumo concomitante di altre sostanze o il tipo di bevanda assunta) che soggettivi (condizioni fisiologiche o fattori genetici).

In ogni caso tra i sintomi più comuni troviamo: mal di testa, sensibilità a luci e suoni, nausea, vomito, stanchezza e sonnolenza, dolori e crampi muscolari, depressione, ansia e insonnia.

I postumi da sbornia possono durare fino a 24 ore e hanno conseguenze a livello sociale più gravi di quanto si possa immaginare. L’hangover è infatti associato ad assenteismo, bassa produttività ed incidenti sul lavoro.

In un sondaggio americano del 2006 è stato stimato come le perdite economiche derivate da lavoratori con postumi da sbornia siano maggiori rispetto alle perdite date da coloro che bevono mentre sono al lavoro, che lavorano sotto l’influenza dell’alcolo che bevono prima del lavoro (anche se l’alcolismo rimane una piaga sociale tra le più pericolose e sottostimate, come spiegato bene in QUESTO post).

Ma quali sono i meccanismi dell’hangover?

Anche in questo caso non abbiamo una risposta univoca ma una serie di teorie e di fattori che non si escludono per forza a vicenda. Analizziamole una per una.

  1. Teoria dell’asistenza da alcol: esiste l’ipotesi che l’hangover sia la prima fase dell’astinenza dall’alcol. Il corpo, sottoposto ad alte dosi di alcol, reagisce negativamente nel momento in cui ne viene privato. Questa teoria è in realtà abbastanza debole in quanto esistono differenze sostanziali tra lo sviluppo dell’astinenza e l’hangover. I due fenomeni sono certamente simili e condividono alcuni sintomi ma si discostano sotto numerosi punti di vista. I sintomi dell’astinenza da alcol, per esempio, durano per giorni mentre l’hangover non va mai oltre le 24 ore. L’hangover, poi, provoca una riduzione dell’attività cerebrale a differenza dell’ipereccitabilità del sistema nervoso centrale osservata nei casi di astinenza.
  2. Teoria dell’acetaldeide: una delle teorie più note. Secondo questa ipotesi l’hangover sarebbe dato da un’intossicazione da acetaldeide, uno dei prodotti di scarto del metabolismo dell’alcol. Nel nostro organismo l’alcol viene metabolizzato da due reazioni chimiche, la prima delle quali converte le molecole di etanolo in molecole di acetaldeide grazie ad un enzima chiamato alcol deidrogenasi. Alti livelli di acetaldeide nel sangue possono effetivamente determinare alcuni dei sintomi dell’hangover come tachicardia, nausea, vomito. L’acetaldeide sembra contribuire all’hangover ma va sottolineato come sia difficile raggiungere dosi tossiche di questo metabolita dopo il consumo acuto di alcol. In ogni caso uno studio del 2005 ha riportato una maggiore predisposizione all’hangover nelle popolazioni orientali caratterizzate da una mutazione dell’aldeide deidrogenasi (l’enzima che metabolizza l’acetaldeide) e che provoca un aumento dei livelli acetaldeide nel sangue.

    Niente hangover o solamente ancora ubriaco?

  3. L’hangover come effetto diretto dell’alcol: secondo questa idea l’hangover sarebbe causato direttamente dagli effetti che l’alcol stesso ha sul nostro corpo. I maggiori sintomi dell’hangover che vengono correlati all’alcol sono squilibrio elettrolitico, irritazione gastrica, ipoglicemia, alterazione del sonno e vasodilatazione. Il mal di testa potrebbe essere una conseguenza della vasodilatazione, così come un aumento dei livelli di serotonina e istamina. Anche l’ipoglicemia data dall’alcol (il cui metabolismo sottrae enzimi del fegato in genere impegnati nella produzione di glucosio) può spiegare alcuni dei sintomi dell’hangover come i cambi d’umore e la debolezza diffusa. Di sicuro alcuni effetti dell’alcol possono indurre alcuni sintomi dell’hangover con una variabilità che dipende da fattori come il tipo di bevanda alcolica assunta o lo stato fisiologico del soggetto.
  4. Teoria dei congeneri: secondo questa ultima teoria gli effetti dell’hangover sarebbero la conseguenza di altre sostanze presenti nelle bevande alcoliche. Queste sostanze possono essere prodotte della fermentazione o aggiunte nel processo di produzione. Uno dei congeneri più noti è il metanolo che nel nostro organismo viene metabolizzato in formaldeide e acido formico che sono più tossici dell’acetaldeide. È noto che bevande alcoliche con un numero maggiore di congeneri (vino rosso, tequila, whisky…) danno più hangover rispetto a bevande meno ricche (vodka, rum, gin…).

I sintomi dell’hangover possono inoltre essere aggravati dal consumo concomitante di altre sostanze psicoattive come la nicotina, le benzodiazepine o la cannabis (quest’ultima nota per indurre uno stato di hangover). In sostanza i meccanismi dell’hangover non sono ancora del tutto compresi e ciascuna delle teorie discusse sopra ha i suoi punti a favore e i suoi punti critici. L’alto numero di possibili cause e variabili, insieme alla mancanza di una definizione clinica standard dei postumi da sbornia, inoltre, complica ulteriormente lo studio di questo fenomeno.

Se volete approfondire l’argomento vi consiglio di leggere QUESTA review pubblicata su Human Psychopharmacology e dalla quale ho tratto le informazioni per questo post.

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Informazioni su dariomelgari

Sono un biologo biomedico laureato presso l'Universita' degli Studi di Milano. Attualmente sono un PhD student presso la University of Bristol dove studio l'attivita' elettrica del cuore e le molecole che la modulano.

Una risposta »

  1. Pingback: Perché gli asiatici non reggono l’alcol? | potenziale d'azione

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