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Archivi del mese: settembre 2014

Lucy e l’evoluzione dell’Uomo.

LucyJohansson

Il regista francese Luc Besson (“Il quinto elemento”) torna in questi giorni nelle sale con “Lucy”.

Chi mi segue sa che di solito, se faccio recensioni, propongo documentari e non tratto veri e propri film.

Quella che vorrei proprorvi oggi, però, non è esattamente una recensione ma piuttosto un insieme di riflessioni e domande che questo film ha suscitato in me.

Partiamo da una breve sinossi del film (ATTENZIONE: SPOILER!): l’essere umano usa solo una percentuale limitata della propria capacità cerebrale (una leggenda metropolitana molto diffusa, completamente infondata ma utile in un contesto fantascientifico come questo). Lucy (Scarlett Johansson) trova un modo di aumentare la propria capacità cerebrale portandola gradualmente sino al 100%.

Tralasciando un’analisi tecnica che non mi compete vorrei soffermarmi sul concetto di espansione della capacità cerebrale come passo evolutivo verso un miglioramento della specie umana.

La protagonista del film condivide nome e ruolo con Lucy, il celebre Australopithecus afarensis i cui resti furono scoperti in Etiopia esattamente 40 anni fa (il 30 novembre 1974 per la precisione) e che nell’immaginario comune viene considerato come il precursore, se non il fondatore, della razza umana.

Allo stesso modo la Lucy moderna del film rappresenta un salto evolutivo, il primo esemplare di un nuovo livello dell’essere umano. Un passaggio netto da una specie primitiva ad una più avanzata.

Una riproduzione dei resti dell'australopiteco Lucy.

Una riproduzione dei resti dell’australopiteco Lucy.

Nel contesto della pellicola quello che più mi intriga è come il progresso cerebrale e della nostra specie venga rappresentato sullo schermo.

Lucy, aumentando le proprie funzioni cerebrali diventa un essere calcolatore e privo di emozioni, acquisisce una conoscenza assoluta dell’Universo e riesce addirittura a manipolare la realtà.

Quindi, in poche parole, secondo Besson (che credo interpreti un pensiero comune) l’evoluzione mentale porterebbe l’uomo a divenire una macchina con capacità di calcolo infinita ed il potere di plasmare il mondo circostante (e probabilmente di ingannare la Morte).

Questo, senza farlo apposta, si aggancia perfettamente alla mia riflessione sull’uso del pensiero razionale che ho condiviso nel mio post precedente (QUI).

È affascinante vedere come l’evoluzione del cervello umano venga intesa come semplice aumento del potere di calcolo del cervello stesso. E le emozioni? Non sono forse anch’esse un prodotto del cervello tanto quanto il pensiero razionale? Per quale motivo un cervello in evoluzione dovrebbe espandere una sua caratteristica (l’elaborazione razionale) a discapito di un’altra (il lato emotivo ed empatico)?

Ancora una volta il miglioramento della specie vede l’essere umano tendere verso il concetto di macchina intesa come mero strumento di calcolo. Un super-computer in grado di sondare ogni particella ed ogni variabile dell’Universo, ma privo di qualsiasi coinvolgimento. Riuscire ad aprire la porta della conoscenza assoluta senza avere la voglia e l’entusiasmo (o il timore) di attraversarne la soglia.

Questa visione, secondo me, è figlia di due fattori principali. Da un lato c’è il concetto di una conoscenza basata sulla catalogazione razionale della realtà che crea schemi il più possibile oggettivi e condivisi. Dall’altro l’idea che il lato empatico/emotivo del nostro cervello sia limitante, fonte di preoccupazioni e dolori, in generale tutti aspetti che sembrano frenare il nostro progresso come specie.

Una visione riduttiva dal mio punto di vista. Un pensiero razionale avanzato e una sfera empatica sviluppata sono due prodotti fondamentali del nostro cervello che uniti danno luogo alla meraviglia del pensiero cosciente. Due sfere interconnesse che hanno permesso alla Lucy di 3 milioni di anni fa di dar vita ad una specie in grado di distinguersi nettamente dal resto degli esseri viventi.

(ATTENZIONE: SPOILER!) Questa Lucy moderna, nel suo progresso evolutivo limitato, non può fare altro che compiere due passi finali: prima trasformarsi in un computer potentissimo in grado di analizzare la struttura della realtà, ed infine diventare la stessa struttura della realtà.

Al termine della propria evoluzione Lucy lascia nelle mani del genere umano una chiavetta USB (veramente eh…) contenente tutta la conoscenza dell’Universo. Un finale deludente e una visione davvero limitante.

Rimanendo in ambito cinematografico e fantascientifico credo che una possibile evoluzione della mente umana sia meglio rappresentata da un personaggio come Neo di “Matrix” più che da Lucy.

Il confronto finale tra Neo e la Coscienza delle Macchine in “Matrix Revolutions”

Nel suo cammino verso la conoscenza assoluta Neo evolve in modo omogeneo entrambe le sfere della propria natura umana e le sue scelte finali non sono guidate solamente da una enorme capacità di calcolo. Ed è proprio questo aspetto che gli permette di imporsi su macchine dotate si di una capacità di calcolo superiore ma limitate da una coscienza globale tutto sommato primitiva rispetto a quella umana.

Quindi, perché mai un ipotetico Homo sapiens superior (prendendo il termine in prestito dagli X-Men) dovrebbe per forza assomigliare ad un computer con una grande memoria ed un’infinita capacità di calcolo? Perché alcuni aspetti della nostra natura umana ci spaventano così tanto?

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La Ragione ed Io.

Il pensiero razionale è stato e continua ad essere estremamente importante all’interno del mio percorso formativo. In quanto giovane uomo di scienza (ancora in divenire) i meccanismi della razionalità sono per me imprescindibili al fine di sviluppare una mente analitica in grado di osservare, elaborare e dedurre in maniera sistematica.

Personalmente considero il pensiero razionale uno degli strumenti più potenti che l’Uomo ha a propria disposizione per indagare e comprendere la struttura ultima della Realtà.

È ironico pensare che fino a non troppi anni fa avrei scritto che la ragione è LO strumento più potente a disposizione dell’Uomo e devo ammettere che il mio rapporto con il pensiero razionale si è un po’ ridimensionato negli ultimi tempi.

Non fraintendetemi, la Ragione con la maiuscola rimane lo strumento fondamentale sul quale si basa il metodo scientifico. L’oggettività della classificazione sistematica e della misurazione dei fenomeni empirici è garantita dal pensiero razionale. Qualsiasi affermazione o teoria che voglia avere un carattere scientifico oggettivo deve per forza passare attraverso un processo di analisi razionale.

Questo, però, non implica che ci si debba identificare con la propria razionalità. Ed è proprio questo il punto che vorrei approfondire con questo breve post.

Come detto, il pensiero razionale è solo UNO degli strumenti della mente e, in quanto strumento, non dovrebbe coincidere con la coscienza che lo utilizza.

L’identificazione tra coscienza e pensiero razionale porta ad eleggere quest’ultimo ad unico metodo di valutazione anche a livello soggettivo e questo, secondo me, può diventare un grosso ostacolo per lo sviluppo di una mente equilibrata.

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Da giovane romantico ho pensato di trovare nel mondo della Scienza solo menti illuminate ed aperte. Quello che ho notato, invece, è che le persone più brillanti dal punto di vista scientifico sono spesso intrappolate in un mondo limitante dominato in modo univoco dagli schemi rigidi del pensiero razionale.

Considerare la logica razionale come unica fonte della Verità può essere estremamente pericoloso. Sia perché può portare alla banalizzazione dei fenomeni naturali (perdendo quel senso di meraviglia e curiosità che secondo me dovrebbe guidare il cammino di uno scienziato), sia perché può spingere un individuo ad ergersi ad assoluto garante della Morale. E nel momento in cui ci si proclama fonte di pura etica e moralità il passo verso l’arroganza e la boriosa saccenza è davvero molto breve.

Per fare un paio di esempi celebri basti pensare a sir Richard Dawkins (chi segue questo blog sa quanto apprezzi la sua mente brillante) che, guidato da un ultra-razionalismo militante, si rende spesso protagonista di scivoloni non proprio eleganti (e.g. in un suo recente tweet ha affermato che mettere al mondo un bambino down invece di abortire sarebbe immorale). Oppure si pensi al comico americano Bill Maher, in genere lucido e geniale, ma che scade quando si intestardisce in difesa dell’ateismo assoluto.

Negli Stati Uniti, va detto, il dibattito tra fede e scienza raggiunge livelli da scontro tra tifoserie: da un lato creazionisti deliranti e dall’altro ultra-atei convinti che il pensiero razionale sia l’unica faro del genere umano. A questo punto devo ammettere che anche io nel corso della mia adolescenza sono stato un ultra-ateo (con tutta la conseguente saccenza sopra citata) e questo mi è comunque servito per imparare ad utilizzare il pensiero razionale e per sviluppare una mia individualità. Oggi, però, mi trovo a mettere in discussione questo atteggiamento estremo. Quando ascolto le argomentazioni degli ultra-atei americani le condivido ancora da un punto di vista logico, ma non ne apprezzo più le motivazioni né l’effettiva utilità (nel senso che non condivido l’atteggiamento di scontro e trovo quasi inutile una tale strenua opposizione).

Questa critica all’ultra-ateismo quasi fanatico è approfondita ed esposta molto chiaramente dal primatologo olandese Frans De Waal nella sua opera “Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità tra i primati” (di cui, come sempre, consiglio la lettura).

Per me è stata una doccia fredda rendermi conto di quanto una mente puramente razionale possa chiudersi su se stessa e dividersi in numerosi compartimenti stagni isolati tra loro. Forse è banale, ma ho sempre pensato che la padronanza della razionalità garantisse con certezza un approccio estremamente dinamico e aperto nei confronti della realtà, ma probabilmente questa è solo una parziale verità. Scelte e comportamenti puramente logici e razionali possono non essere condivisibili dal punto di vista etico o empatico. Del resto, anche se una razionalità così sviluppata rimane una prerogativa umana, sono proprio gli atteggiamenti meno razionali ad essere considerati più “umani” dai nostri simili.

Quello che voglio dire con questa breve (e spero comprensibile) riflessione è che la razionalità è uno strumento potentissimo e veramente utile, ma una vita guidata dal solo pensiero razionale può essere più chiusa e limitata più di quanto avessi mai potuto immaginare.

 

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