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Archivi categoria: Opinioni

L’evoluzione degli occhi a mandorla

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La maggior parte dei post su questo blog nasce sempre da domande che mi pongo osservando l’ambiente quotidiano che mi circonda. Poiché in questo periodo mi trovo in Giappone le curiosità che mi colpiscono sono per forza di cose legate a questo strano e affascinante universo.

Da quando mi trovo in Asia ho trattato argomenti come la fisiologia del pesce palla (prelibatezza della cucina giapponese) e lo strano rapporto degli asiatici con gli alcolici. Proseguendo lungo questa tangente vorrei ora affrontare un altro dei tratti distintivi delle popolazioni asiatiche: gli occhi a mandorla.

Da dove deriva la tipica forma degli occhi asiatici?

I fattori anatomici che determinano la forma degli occhi a mandorla sono diversi. Questi includono zigomi alti, un ponte nasale più schiacciato, accumuli di grasso attorno agli occhi ed un epicanto mediamente più pronunciato. L’epicanto è una piega di pelle che si trova sopra sopra l’occhio davanti alla palpebra ed è probabilmente la componente più caratteristica degli occhi a mandorla.

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Tipico occhio asiatico, con un epicanto (piega cutanea davanti alla palpebra) particolarmente pronunciato. [Fonte: Wikipedia]

Ma come si sono evoluti gli occhi a mandorla?

Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto sfatare un mito. Gli occhi a mandorla non sono un’esclusiva delle popolazioni asiatiche. Un epicanto sviluppato si trova comunemente nei neonati i cui occhi in crescita vengono protetti da questa particolare piega cutanea. Tale protezione può risultare utile anche in un individuo adulto se vive in un ambiente particolarmente ostile.

La selezione naturale ha perciò portato ad un fenomeno di neotenia (ovvero la persistenza in età adulta di tratti infantili) in quei popoli che abitano ambienti caratterizzati da grandi sbalzi stagionali, tra inverni rigidi ed estati torride. Gli occhi a mandorla si sono quindi evoluti in territori continentali e remoti (come ad esempio la Mongolia e la Siberia, ma non solo) mentre gli occhi più “caucasici” sono tipici di territori più temperati e tropicali.

Di conseguenza un epicanto molto sviluppato si può trovare anche in popoli differenti come gli scandinavi, irlandesi, eschimesi, indigeni americani e africani (soprattutto nei Boscimani del Sudafrica). Inoltre, questo tratto che da agli occhi un taglio così particolare è presente nella maggioranza dei soggetti affetti da sindrome di Down (da cui deriva il termine ormai dispregiativo di mongoloidismo).

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Esempi di occhi a mandorla (con un epicanto mediale pronunciato) in popolazioni non asiatiche. Da in alto a sinistra e in senso orario: la cantante islandese Bjork di discendenza scandinava, Nelson Mandela, una ragazza indigena sudamericana e un’anziana Inuit.

Al giorno d’oggi, però, gli occhi a mandorla sono diffusi anche in regioni con un clima molto più mite e/o tropicale come il Sud-Est asiatico. Questa larga diffusione è probabilmente una conseguenza di una selezione sessuale operata nel corso dei secoli. In sostanza l’occhio a mandorla è stato attivamente selezionato come un tratto estetico positivo ed attraente, diffondendosi e consolidandosi all’interno delle vaste popolazioni del continente asiatico.

Riassumendo, gli occhi a mandorla si sono sviluppati in un primo momento per selezione naturale in territori dove il clima avverso richiedeva una maggiore protezione per gli occhi, e si sono poi diffusi in regioni più temperate per selezione sessuale in quanto considerati un tratto estetico attraente.

Per quanto riguarda il Giappone è affascinante scoprire come l’arcipelago sia stato colonizzato dai popoli con gli occhi a mandorla in tempi relativamente recenti rispetto al resto del continente asiatico. Per questo nella parte settentrionale del paese si può ancora incontrare la minoranza indigena del popolo Ainu caratterizzata da tratti facciali più simili a quelli degli aborigeni australiani che a quelli tipicamente associati ai giapponesi moderni.

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Un esponente del popolo Ainu, popolazione indigena del Giappone che sopravvive nella parte più a Nord del Paese.

In chiusura vorrei sottolineare che, come per qualsiasi caratteristica fisica, non esiste uno standard di riferimento. L’occhio a mandorla “asiatico” è sicuramente diverso dall’occhio “caucasico”, ma non bisogna fare l’errore di considerare uno la normalità e l’altro la variazione sulla normalità. Entrambi i tratti si sono evoluti per adattarsi al meglio al relativo contesto ambientale e sociale di riferimento.

Per approfondire l’argomento consiglio di leggere QUESTO post con i relativi commenti (fonte principale per questo post).

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Il 2015 di Potenziale d’azione

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Il 2014 di Potenziale d’Azione – Le statistiche del blog

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 27.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 10 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

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Attraverso la Natura con Edvard Munch.

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“Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

PREMESSA: non sono un esperto d’arte. La mia conoscenza della storia dell’arte si colloca tra Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale di Venezia e Aldo, Giovanni e Giacomo al museo di arte moderna.

Ciononostante mi piace visitare mostre e musei, lasciandomi guidare dalla mia curiosità e cercando di andare oltre la limitatezza della mia ignoranza in materia.

Ed è proprio questa curiosità che mi ha portato ad entrare nel Munch Museum di Oslo. Devo ammettere che, all’ingresso, le mie aspettative erano, Urlo a parte, abbastanza basse e sono contento di essere stato piacevolmente smentito dalla splendida esposizione che mi sono trovato davanti.

Organizzata dal Munch Museum stesso in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Oslo e dal titolo “Through Nature” (Attraverso la Natura).

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Locandina della mostra all’ingresso del Munch Museums di Oslo.

La mostra consiste in un’analisi multidisciplinare della rappresentazione della Natura nell’arte di Munch. I quadri dell’artista vengono affiancati ad antichi reperti fossili mentre la percezione dei fenomeni naturali secondo Munch viene  associata a concetti e teorie scientifiche quali l’evoluzione e la selezione naturale.

Arte e Scienza da sempre osservano lo stesso mondo fisico con lenti differenti. Difficilmente riescono a comunicare tra loro ed utilizzare le visioni di Munch come punto d’incontro è un’idea, a mio parere, geniale. Per questo vorrei condividere con i lettori di questo blog alcune delle opere che più mi hanno colpito, aggiungendo alcune riflessioni personali (non odiatemi se dico inesattezze su Munch e sull’arte in generale…).

Prometto di essere breve, sia per non annoiare sia per lasciare qualcosa in sospeso. Del resto la mostra è aperta fino al 4 gennaio e se capitate a Oslo vale davvero la pena di essere visitata.

L’opera che mi ha più colpito in assoluto è sicuramente “Metabolismo. Vita e Morte” nota anche come “Adamo ed Eva”. Dipinto nel 1899, il quadro rappresenta un uomo ed una donna nudi vicino ad un albero. Nella parte inferiore del quadro si possono notare dei teschi sepolti tra le radici  mentre nella parte superiore si delineano i profili di una città.

Metabolismo. Vita e Morte

Metabolismo. Vita e Morte

La Scienza definisce il metabolismo come l’insieme delle reazioni fisico-chimiche che avvengono all’interno di un organismo. Materia ed energia vengono assorbite dall’organismo e con l’organismo si trasformano in continuazione. È affascinante vedere come Munch estenda la definizione di metabolismo aldilà del suo significato portandola ad abbracciare anche i concetti di Vita e Morte.

Come le molecole e l’energia che fluiscono in un organismo anche gli esseri viventi nella loro totalità fluiscono tra la Vita e la Morte, trasformandosi.

Nei cicli naturali organismi interi muoiono o si trasformano per dare vita ad altri organismi. Nel quadro in questione l’immagine biblica di Adamo ed Eva si incastona tra la Morte (gli scheletri sotterrati) e la Vita (la città sovrastante), con questi due aspetti collegati dall’albero centrale.

Vita e Morte si trasformano l’una nell’altra e con esse sono gli organismi stessi a trasformarsi evolvendosi.

Il “metabolismo” della Natura porta il passato rappresentato sempre dai teschi sepolti tra le radici dell’Albero della Vita ad evolversi nel presente rappresentato dalla città posta nella parte superiore del dipinto. Un’evoluzione che si basa sulla riproduzione di organismi che si uniscono nel corso delle generazioni. Adamo ed Eva sono in questo caso i pilastri del metabolismo dell’evoluzione della Vita.

L’evoluzione basata sulla riproduzione sessuata ci porta al concetto di selezione sessuale ed alla seconda opera intitolata “Gelosia”.

Gelosia

Gelosia

In questo quadro un uomo ed una donna si corteggiano sullo sfondo, mentre in primo piano una figura dal volto triste li spia da dietro un cespuglio rodendosi di invidia.

In questo caso ho apprezzato l’associazione tra la sfera emotiva e sentimentale ed il concetto di selezione sessuale. L’evoluzione degli organismi attraverso la selezione naturale, infatti, non viene spinta solamente dal bisogno di adattarsi all’ambiente circostante. Anche la necessità di trasmettere i propri geni alle generazioni future è una forza trainante dell’evoluzione e plasma gli organismi in una continua competizione per trovare un partner con il quale riprodursi.

Questa competizione per la riproduzione si arricchisce a livello dell’essere umano nel momento in cui entra in gioco la mente con le proprie emozioni ed i propri sentimenti. La corsa alla trasmissione dei propri geni può assumere così i volti della gioia e dell’amore o dell’odio e dell’invidia.

Ho promesso di essere breve e chiuderò con l’ultimo quadro ancora selezionato tra quelli che mi hanno colpito particolarmente. Intitolato “Madonna” o “Donna che fa l’amore” rappresenta una figura femminile nuda e sensuale circondata da una cornice nella quale fluttuano degli spermatozoi.

Madonna

Madonna

Potrei fare molte riflessioni in merito a quest’opera ma in questo caso vorrei evidenziare come anche la Scienza può influenzare la storia dell’Arte. La rappresentazione degli spermatozoi e del loro moto da parte di Munch, infatti, è stata resa possibile grazie agli studi dell’olandese Anton van Leeuwenhoek che nel 1667 per primo osservò la peculiare forma dei gameti maschili tramite l’uso di lenti da lui stesso realizzate.

Scienza ed Arte. Sfere differenti della natura umana che osservano la stessa realtà fisica da punti di vista diversi. Punti di vista che non si escludono tra loro ma che, anzi, possono completarsi a vicenda.

Inoltre, per approfondire, QUI potete trovare la pagina interattiva dell’esposizione (in inglese o norvegese).

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Lucy e l’evoluzione dell’Uomo.

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Il regista francese Luc Besson (“Il quinto elemento”) torna in questi giorni nelle sale con “Lucy”.

Chi mi segue sa che di solito, se faccio recensioni, propongo documentari e non tratto veri e propri film.

Quella che vorrei proprorvi oggi, però, non è esattamente una recensione ma piuttosto un insieme di riflessioni e domande che questo film ha suscitato in me.

Partiamo da una breve sinossi del film (ATTENZIONE: SPOILER!): l’essere umano usa solo una percentuale limitata della propria capacità cerebrale (una leggenda metropolitana molto diffusa, completamente infondata ma utile in un contesto fantascientifico come questo). Lucy (Scarlett Johansson) trova un modo di aumentare la propria capacità cerebrale portandola gradualmente sino al 100%.

Tralasciando un’analisi tecnica che non mi compete vorrei soffermarmi sul concetto di espansione della capacità cerebrale come passo evolutivo verso un miglioramento della specie umana.

La protagonista del film condivide nome e ruolo con Lucy, il celebre Australopithecus afarensis i cui resti furono scoperti in Etiopia esattamente 40 anni fa (il 30 novembre 1974 per la precisione) e che nell’immaginario comune viene considerato come il precursore, se non il fondatore, della razza umana.

Allo stesso modo la Lucy moderna del film rappresenta un salto evolutivo, il primo esemplare di un nuovo livello dell’essere umano. Un passaggio netto da una specie primitiva ad una più avanzata.

Una riproduzione dei resti dell'australopiteco Lucy.

Una riproduzione dei resti dell’australopiteco Lucy.

Nel contesto della pellicola quello che più mi intriga è come il progresso cerebrale e della nostra specie venga rappresentato sullo schermo.

Lucy, aumentando le proprie funzioni cerebrali diventa un essere calcolatore e privo di emozioni, acquisisce una conoscenza assoluta dell’Universo e riesce addirittura a manipolare la realtà.

Quindi, in poche parole, secondo Besson (che credo interpreti un pensiero comune) l’evoluzione mentale porterebbe l’uomo a divenire una macchina con capacità di calcolo infinita ed il potere di plasmare il mondo circostante (e probabilmente di ingannare la Morte).

Questo, senza farlo apposta, si aggancia perfettamente alla mia riflessione sull’uso del pensiero razionale che ho condiviso nel mio post precedente (QUI).

È affascinante vedere come l’evoluzione del cervello umano venga intesa come semplice aumento del potere di calcolo del cervello stesso. E le emozioni? Non sono forse anch’esse un prodotto del cervello tanto quanto il pensiero razionale? Per quale motivo un cervello in evoluzione dovrebbe espandere una sua caratteristica (l’elaborazione razionale) a discapito di un’altra (il lato emotivo ed empatico)?

Ancora una volta il miglioramento della specie vede l’essere umano tendere verso il concetto di macchina intesa come mero strumento di calcolo. Un super-computer in grado di sondare ogni particella ed ogni variabile dell’Universo, ma privo di qualsiasi coinvolgimento. Riuscire ad aprire la porta della conoscenza assoluta senza avere la voglia e l’entusiasmo (o il timore) di attraversarne la soglia.

Questa visione, secondo me, è figlia di due fattori principali. Da un lato c’è il concetto di una conoscenza basata sulla catalogazione razionale della realtà che crea schemi il più possibile oggettivi e condivisi. Dall’altro l’idea che il lato empatico/emotivo del nostro cervello sia limitante, fonte di preoccupazioni e dolori, in generale tutti aspetti che sembrano frenare il nostro progresso come specie.

Una visione riduttiva dal mio punto di vista. Un pensiero razionale avanzato e una sfera empatica sviluppata sono due prodotti fondamentali del nostro cervello che uniti danno luogo alla meraviglia del pensiero cosciente. Due sfere interconnesse che hanno permesso alla Lucy di 3 milioni di anni fa di dar vita ad una specie in grado di distinguersi nettamente dal resto degli esseri viventi.

(ATTENZIONE: SPOILER!) Questa Lucy moderna, nel suo progresso evolutivo limitato, non può fare altro che compiere due passi finali: prima trasformarsi in un computer potentissimo in grado di analizzare la struttura della realtà, ed infine diventare la stessa struttura della realtà.

Al termine della propria evoluzione Lucy lascia nelle mani del genere umano una chiavetta USB (veramente eh…) contenente tutta la conoscenza dell’Universo. Un finale deludente e una visione davvero limitante.

Rimanendo in ambito cinematografico e fantascientifico credo che una possibile evoluzione della mente umana sia meglio rappresentata da un personaggio come Neo di “Matrix” più che da Lucy.

Il confronto finale tra Neo e la Coscienza delle Macchine in “Matrix Revolutions”

Nel suo cammino verso la conoscenza assoluta Neo evolve in modo omogeneo entrambe le sfere della propria natura umana e le sue scelte finali non sono guidate solamente da una enorme capacità di calcolo. Ed è proprio questo aspetto che gli permette di imporsi su macchine dotate si di una capacità di calcolo superiore ma limitate da una coscienza globale tutto sommato primitiva rispetto a quella umana.

Quindi, perché mai un ipotetico Homo sapiens superior (prendendo il termine in prestito dagli X-Men) dovrebbe per forza assomigliare ad un computer con una grande memoria ed un’infinita capacità di calcolo? Perché alcuni aspetti della nostra natura umana ci spaventano così tanto?

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La Ragione ed Io.

Il pensiero razionale è stato e continua ad essere estremamente importante all’interno del mio percorso formativo. In quanto giovane uomo di scienza (ancora in divenire) i meccanismi della razionalità sono per me imprescindibili al fine di sviluppare una mente analitica in grado di osservare, elaborare e dedurre in maniera sistematica.

Personalmente considero il pensiero razionale uno degli strumenti più potenti che l’Uomo ha a propria disposizione per indagare e comprendere la struttura ultima della Realtà.

È ironico pensare che fino a non troppi anni fa avrei scritto che la ragione è LO strumento più potente a disposizione dell’Uomo e devo ammettere che il mio rapporto con il pensiero razionale si è un po’ ridimensionato negli ultimi tempi.

Non fraintendetemi, la Ragione con la maiuscola rimane lo strumento fondamentale sul quale si basa il metodo scientifico. L’oggettività della classificazione sistematica e della misurazione dei fenomeni empirici è garantita dal pensiero razionale. Qualsiasi affermazione o teoria che voglia avere un carattere scientifico oggettivo deve per forza passare attraverso un processo di analisi razionale.

Questo, però, non implica che ci si debba identificare con la propria razionalità. Ed è proprio questo il punto che vorrei approfondire con questo breve post.

Come detto, il pensiero razionale è solo UNO degli strumenti della mente e, in quanto strumento, non dovrebbe coincidere con la coscienza che lo utilizza.

L’identificazione tra coscienza e pensiero razionale porta ad eleggere quest’ultimo ad unico metodo di valutazione anche a livello soggettivo e questo, secondo me, può diventare un grosso ostacolo per lo sviluppo di una mente equilibrata.

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Da giovane romantico ho pensato di trovare nel mondo della Scienza solo menti illuminate ed aperte. Quello che ho notato, invece, è che le persone più brillanti dal punto di vista scientifico sono spesso intrappolate in un mondo limitante dominato in modo univoco dagli schemi rigidi del pensiero razionale.

Considerare la logica razionale come unica fonte della Verità può essere estremamente pericoloso. Sia perché può portare alla banalizzazione dei fenomeni naturali (perdendo quel senso di meraviglia e curiosità che secondo me dovrebbe guidare il cammino di uno scienziato), sia perché può spingere un individuo ad ergersi ad assoluto garante della Morale. E nel momento in cui ci si proclama fonte di pura etica e moralità il passo verso l’arroganza e la boriosa saccenza è davvero molto breve.

Per fare un paio di esempi celebri basti pensare a sir Richard Dawkins (chi segue questo blog sa quanto apprezzi la sua mente brillante) che, guidato da un ultra-razionalismo militante, si rende spesso protagonista di scivoloni non proprio eleganti (e.g. in un suo recente tweet ha affermato che mettere al mondo un bambino down invece di abortire sarebbe immorale). Oppure si pensi al comico americano Bill Maher, in genere lucido e geniale, ma che scade quando si intestardisce in difesa dell’ateismo assoluto.

Negli Stati Uniti, va detto, il dibattito tra fede e scienza raggiunge livelli da scontro tra tifoserie: da un lato creazionisti deliranti e dall’altro ultra-atei convinti che il pensiero razionale sia l’unica faro del genere umano. A questo punto devo ammettere che anche io nel corso della mia adolescenza sono stato un ultra-ateo (con tutta la conseguente saccenza sopra citata) e questo mi è comunque servito per imparare ad utilizzare il pensiero razionale e per sviluppare una mia individualità. Oggi, però, mi trovo a mettere in discussione questo atteggiamento estremo. Quando ascolto le argomentazioni degli ultra-atei americani le condivido ancora da un punto di vista logico, ma non ne apprezzo più le motivazioni né l’effettiva utilità (nel senso che non condivido l’atteggiamento di scontro e trovo quasi inutile una tale strenua opposizione).

Questa critica all’ultra-ateismo quasi fanatico è approfondita ed esposta molto chiaramente dal primatologo olandese Frans De Waal nella sua opera “Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità tra i primati” (di cui, come sempre, consiglio la lettura).

Per me è stata una doccia fredda rendermi conto di quanto una mente puramente razionale possa chiudersi su se stessa e dividersi in numerosi compartimenti stagni isolati tra loro. Forse è banale, ma ho sempre pensato che la padronanza della razionalità garantisse con certezza un approccio estremamente dinamico e aperto nei confronti della realtà, ma probabilmente questa è solo una parziale verità. Scelte e comportamenti puramente logici e razionali possono non essere condivisibili dal punto di vista etico o empatico. Del resto, anche se una razionalità così sviluppata rimane una prerogativa umana, sono proprio gli atteggiamenti meno razionali ad essere considerati più “umani” dai nostri simili.

Quello che voglio dire con questa breve (e spero comprensibile) riflessione è che la razionalità è uno strumento potentissimo e veramente utile, ma una vita guidata dal solo pensiero razionale può essere più chiusa e limitata più di quanto avessi mai potuto immaginare.

 

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Vivere di radiazioni.

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Alzi la mano chi non conosce Godzilla. Anche chi non ama il genere non potrà non conoscere il mostro cinematografico per antonomasia, padre di tutti i mostri giganti spesso identificati con il termine giapponese “kaiju” (letteralmente “strana creatura”).

Il gigantesco lucertolone è tornato recentemente nelle sale con una nuova produzione americana per celebrare il 60° anniversario della sua prima apparizione al largo delle coste giapponesi.

Un fotogramma tratto dal nuovo Godzilla del 2014.

Un fotogramma tratto dal nuovo Godzilla del 2014.

Per chi non lo sapesse, Godzilla non è solo un mostro distruttore di città. Questo bestione simile ad un dinosauro, infatti, nasce anche come critica all’utilizzo dell’energia nucleare ed delle armi atomiche. Con le proprie dimensioni e la propria forza distuttrice Godzilla rappresenta l’inarrestabile potenza dell’energia nucleare.

Capisco possa difficile vedere allegorie guardando un dinosauro di gomma abbattere grattacieli di cartapesta, ma pensate che il primo film uscì nelle sale nel 1954, solo 9 anni dopo le esplosioni atomiche che cancellarono Hiroshima e Nagasaki dalle mappe giapponesi nell’agosto del 1945.

Il tema nucleare è il leitmotiv di tutti i film di Godzilla. Nel primo film del 1954, ad esempio, il mostro viene risvegliato da un’esplosione atomica ed in seguito potenziato dalle radiazioni che lo rendono praticamente invincibile.

Il primo Godzilla del 1954. Un pupazzone circondato da modellini di mezzi militari (credits: Wikipedia)

Nell’immaginario collettivo le radiazioni liberate nell’ambiente in seguito a disastri nucleari sono sempre (e giustamente) assocciate a morte, devastazione e terribili mutazioni genetiche nei sopravvissuti. I danni provocati alla doppia elica del DNA dalle radiazioni ionizzanti possono portare allo sviluppo di tumori e gravi malattie e deformazioni nei neonati. Ovviamente non stiamo parlando di lucertole alte 50 metri, ma le zone altamente radioattive rimangono tra i luoghi più pericolosi ed inospitali del pianeta.

Nonostante queste zone siano praticamente inabitabili dall’uomo, esiste un discreto numero di organismi in grado di sopravvivere in ambienti saturi di radiazioni ionizzanti. Piante, vermi, insetti e batteri, per esempio, hanno stupito tutti dimostrando di poter sopravvivere ed adattarsi alle zone circostanti le rovine del reattore di Chernobyl.

Tra gli organismi radioresistenti spicca su tutti Thermococcus gammatolerans, un archea (organismi unicellulari simili ai batteri) in grado di sopportare un livello di raggi gamma fino a 30.000 grays (il gray è l’unita di misura per l’assorbimento di radiazioni ionizzanti, la dose letale per un essere umano oscilla tra i 4 e i 10 grays).

Thermococcus gammatolerans, questo organismo possiede la miglior resistenza alle radiazioni ionizzanti mai osservata in Natura (credits: Wikipedia)

Ma Thermococcus e gli altri organismi radioresistenti possono vivere in mezzo alle radiazioni, non nutrirsi di radiazioni come il ben più grosso lucertolone citato sopra.

La domanda quindi è: esistono organismi in grado di “mangiare” radiazioni?

Anche in questo caso la Natura non smette mai di stupirci ed effettivamente possiamo trovare degli esseri viventi che traggono la propria energia dalle radiazioni ionizzanti.

Nelle profondità delle miniere d’oro del Sudafrica si possono infatti trovare batteri in grado di sfruttare il decadimento dell’uranio presente nelle rocce. Gli atomi di uranio, decadendo, inducono la radiolisi dell’acqua le cui molecole si spezzano liberando idrogeno. I batteri che vivono in queste miniere sono in grado di combinare l’idrogeno derivato dalla radiolisi con i solfati delle rocce circostanti per produrre energia sufficiente a sostenere la vita in completa assenza di sole (ho già trattato l’argomento in QUESTO post).

Tutto sommato, però, questi batteri vivono dell’idrogeno liberato dalle radiazioni e non direttamente di radiazioni.

Per incontrare organismi che traggono direttamente la propria energia metabolica dalle radiazioni ionizzanti dobbiamo abbandonare le grotte del Sudafrica per spostarci in un ambiente ancora più inospitale, situato nell’Ucraina settentrionale: la centrale nucleare di Chernobyl,dove già abbiamo incontrato gli organismi radioresistenti sopracitati.

Agli inizi degli anni ’90, nelle lande che circondano l’impianto sono state scoperte tre specie differenti di funghi radiotrofici, ovvero in grado di nutrirsi direttamente di radiazioni (QUI un breve articolo su Nature).

Gli organismi appartenenti al regno dei funghi sono noti per nutrirsi praticamente di qualsiasi cosa, dall’amianto al carburante degli aerei. Tra varie prelibatezze nel menù dei funghi troviamo facilmente anche materiali radioattivi. I funghi scoperti a Chernobyl, però, sono unici in quanto non si nutrono di scorie radioattive ma delle radiazioni stesse.

Questi funghi appaiono come una muffa nera. Il colore scuro è dato dalla massiccia quantità di melanina presente all’interno delle loro cellule. La melanina è un pigmento fondamentale per proteggersi dalle radiazioni solari ed è altamente diffuso tra gli organismi viventi (basti pensare alla nostra abbronzatura, ho approfondito l’argomento in QUESTO post).

Cryptococcus neoformas, una delle specie di funghi in grado di nutrirsi di radiazioni ionizzanti scoperte tra le rovine di Chernobyl. (credits: Wikipedia)

La melanina dei funghi di Cernobyl, però, è particolare in quanto non solo protegge il fungo dalle radiazioni ma permette all’organismo di utilizzare gli stessi raggi gamma come fonte di energia. Il meccanismo molecolare non è ancora del tutto noto, ma si pensa che la melanina di questi funghi possa comportarsi in modo simile alla clorofilla delle piante che converte l’energia solare in energia metabolica.

Infatti, in presenza di radiazioni ionizzanti, questi funghi crescono ad un ritmo quattro volte superiore al normale. Come se ne venissero potenziati!

In conclusione devo ammettere che in questo caso la realtà è forse meno esaltante della finzione; del resto un manciata di muffe nere non può competere con una lucertola gigante, e di sicuro la minaccia di un fungo mutante in grado di distruggere una città è decisamente remota. Le vie dell’evoluzione, però, sono infinite e misteriose… Teniamo gli occhi aperti!

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