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Vita, Violenza e Virtù

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Le riflessioni che voglio condividere con questo post si aggirano nella mia testa da un bel po’ vagando qua e la in attesa dello stimolo adeguato che mi permettesse di metterle nero su bianco.

L’input corretto alla fine mi è arrivato da un articolo di Vito Mancuso (e mai avrei pensato di poter essere imbeccato da un teologo) pubblicato da Repubblica alla fine dello scorso anno (e consultabile QUI).

Nell’articolo dal titolo “Sull’”antinaturalismo” degli animalisti”, Mancuso esprime le mie stesse convinzioni riguardo alla vita sulla Terra e al nostro rapporto con essa. Quelle stesse convinzioni che mi permettono di mangiare una bistecca o difendere la sperimentazione animale senza avere troppi rimorsi di coscienza.

Il ragionamento di Mancuso si basa su alcune affermazioni di Gandhi il quale riconosceva come “il consumo dei vegetali implica violenza” concludendo che

“la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea”.

Una simile affermazione può sembrare assurda, soprattutto se enunciata proprio dal padre della non-violenza, ma in realtà evidenzia una elevata comprensione della vita e delle relazioni tra i viventi.

Se con il termine violenza intendiamo il soggiogamento o l’uccisione di un organismo da parte di un altro essere vivente sarebbe ipocrita non riconoscere la citazione di Gandhi come vera. Citando l’articolo di Mancuso

“La nostra vita per esistere si deve nutrire di altra vita che deve necessariamente sopprimere”

La sopravvivenza di qualsiasi organismo vivente, infatti, presuppone lo sfruttamento o la morte di altri organismi viventi.

La mia sopravvivenza di individuo dipende dalla morte degli organismi di cui mi nutro (siano essi animali, piante o funghi) e dalla morte degli organismi che tentano di attaccarmi quotidianamente e che il mio sistema immunitario uccide con efficienza.

Questa continua lotta per la sopravvivenza è uno dei principali motori dell’evoluzione e, per quanto oggettivamente violenta, non può essere considerata crudele.

Perché un’azione come l’atto di nutrirsi possa esser considerata crudele, infatti, bisognerebbe postulare una gerarchia tra gli esseri viventi che conferisca ad alcuni esseri viventi un maggior “diritto alla sopravvivenza” rispetto ad altri. Poiché non credo che una gazzella sia migliore di un leonessa, non trovo niente di crudele nel fatto che la seconda possa nutrirsi della prima.

E qui arriviamo al concetto di unicità della vita sulla Terra. Come ho già discusso brevemente QUI, la vita sul nostro pianeta è una e unica: anche se milioni di anni di evoluzione hanno generato un’incredibile varietà di forme, qualsiasi organismo converge in un unico punto rappresentato da un mucchietto di molecole quali amminoacidi, acidi nucleici (DNA ed RNA) e lipidi.

La doppia elica del DNA. Condivisa da tutti gli organismi viventi sulla Terra.

Nessun organismo, anche se più complesso, è quindi migliore di altri ma ciascun organismo lotta per la propria sopravvivenza. Così come non trovo crudele la leonessa che caccia la gazzella, allo stesso modo non vedo nulla di intrisecamente malvagio nel batterio che tenta di infettarmi (questo però non implica che io non mi difenderò con ogni mio mezzo per impedire al batterio di prevalere).

La Natura è scevra da categorie come buono e cattivo ed è solo la nostra interpretazione della realtà a conferirle queste caratteristiche. Da un lato la morte ci spaventa perché non riusciamo a comprenderla a pieno e la associamo alla perdita di qualcuno a noi caro, dall’altro una forte empatia ci porta a tifare per la gazzella e ad innorridire quando una leonessa la ferisce a morte. Probabilmente se gli alberi avessero la linfa rossa proveremmo una simile sensazione di disagio nel vedere una mucca al pascolo.

La morte con la sua apparente violenza, però, non è altro che un aspetto della vita stessa che si trasforma in continuazione in una complessa rete dinamica. Una rete i cui nodi sono i singoli organismi connessi tra loro da ogni tipo di relazione: dal rapporto preda-predatore al parassitismo, dalla simbiosi al mutualismo (dal leone che caccia la gazzella alla formica che alleva l’afide, dalla tenia che infetta l’intestino umano all’uomo che alleva il maiale).

Una formica si prende cura del proprio allevamento di afidi.

Per questi motivi, come ci ricorca Mancuso nel suo articolo,

“nessun vivente può uscire indenne dalla catena di violenza di cui è impastata la vita, e per questo nessuno ha il diritto di tirare la prima pietra condannando chi mangia carne o chi sostiene la ricerca mediante sperimentazione animale”.

A questo punto vorrei precisare che non sto in alcun modo facendo un’apologia della violenza ne sto giustificando comportamenti criminali. In quanto esseri umani l’evoluzione ci ha donato strumenti estremamente potenti come la mente razionale e la coscienza silenziosa al di sopra di essa che permettono alla nostra specie di distinguersi nettamente dal resto dei viventi.

L’intelletto ha permesso alla nostra specie di formulare le leggi ed i comportamenti morali che permettono (teoricamente) alle nostre comunità di condurre un’esistenza bilanciata e pacifica. L’emancipazione data dalla ragione consente all’uomo di costruire società talmente stabili e floride da riuscire persino ad andare oltre i propri istinti compiendo scelte che nessun altro animale potrà mai nemmeno considerare.

Una scelta alimentare come quella di non mangiare carne o lo sviluppo di tecniche alternative alla sperimentazione animale, per esempio, sono comportamenti nobili che solo un individuo dotato di ragione e inserito in una comunità stabile e protetta può compiere. È la ragione che permette all’uomo di apprezzare una vita virtuosa quanto più possibile priva di violenza ed inutile sofferenza. È la ragione che consente all’uomo di capire che il rispetto per l’ambiente e per le altre forme di vita è vantaggioso per se stesso prima ancora che per il resto del pianeta. È la ragione che conferisce all’uomo la capacità di contemplare la Natura in ogni sua forma, di rispettarla e di preservarla.

Per concludere sono proprio le differenze (e non le uguaglianze) tra noi e il resto dei viventi ad essere alla base di alcune istanze tipiche dell’animalismo. Istanze che io stesso condivido. Anch’io auspico un futuro privo di sperimentazione animale, privo di colture e allevamenti intensivi, fatto di sostenibilità ambientale e utilizzo intelligente delle risorse. Ma tutto ciò senza dimenticare che una parte di strumentalità è congenita all’esistenza e che, per quanto emancipato, nessun organismo può distaccarsi completamente dalla rete di rapporti della vita. Per tutte queste ragioni non vedo nulla di moralmente sbagliato in un allevamento sostenibile, nella domesticazione di animali o in un uso etico di animali nella ricerca scientifica laddove non vi sia nessuna alternativa concreta.

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Uomo Vs resto della Vita: un post demotivante, o forse no.

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Avete in mente quelle immagini di una galassia con una freccia e la scritta “VOI SIETE QUI” che ci ricordano quanto siamo insignificanti di fronte alla grandezza dell’Universo?

Dannazione! Quando hanno fatto la foto ero di spalle! La rifacciamo?

Abbastanza demotivante, vero? Però se consideriamo solo la Vita sul nostro pianeta le cose migliorano e noi esseri umani riacquistiamo la nostra importanza e centralità, o no?

La Vita sulla Terra è una e una sola. Tutti gli organismi che esistono, che sono esistiti e che esisteranno si basano sul carbonio e sulla stessa, identica molecola di DNA in un comune, per quanto intricato, cammino evolutivo.

La tassonomia è la disciplina che si occupa di organizzare gli organismi viventi in gruppi definiti secondo una precisa gerarchia che va dai tre Domini più grandi fino alle specie.

Secondo la gerarchia tassonomica, ad esempio, l’Uomo appartiene al dominio degli Eucarioti, del regno degli Animali, Phylum dei Cordati, della Classe dei Mammiferi, dell’Ordine dei Primati, della Famiglia degli Ominidi, del Genere Homo, della Specie Homo Sapiens (e l’ho pure fatta breve tagliando i vari subphylum, infraclassi, superordini e sottoregni…)

Questa complessità nella classificazione lascia già intuire quanto anche sul nostro pianeta forse non siamo dopotutto così rilevanti.

Si stima infatti che il numero complessivo di specie di organismi eucarioti (ovvero animali, piante e funghi; escludendo batteri e archei) attualmente presenti sulla Terra sia di circa 9 milioni, di cui gran parte ancora da scoprire. Da quando il buon Linneo ha iniziato a classificare gli esseri viventi a metà del XVIII secolo ad oggi sono state descritte circa 1.3 milioni di specie. Ciò significa che l’86% delle specie esistenti è ancora sconosciuto.

Sempre per darvi un’idea della rilevanza della specie umana all’interno della Vita date un’occhiata a questa immagine dell’albero della vita (visibile QUI in alta definizione) simile a quella della galassia presente all’inizio di questo post :

tree

L’albero della vita. Costruito utilizzando i dati raccolti dagli RNA di solo 3000 specie viventi

Il grafico, tra l’altro, diventa ancora più demotivante nel momento in cui si scopre che è stato costruito utilizzando i dati di SOLO tremila specie a fronte dei 9 milioni sopra citati.

Abbiamo quindi appurato che l’uomo è solo una specie su nove milioni ed è pure una specie abbastanza solitaria essendo l’unica esistente appartenente al genere Homo (gli ultimi nostri cugini, i Neanderthal, si sono estinti circa 30.000 anni fa); ma se consideriamo il numero di individui le cose migliorano?

Gli esseri umani al giorno d’oggi sono circa 7 miliardi. Un numero importante che potrebbe permetterci di fare la voce grossa… o forse le cose ci vanno male anche in questo caso…

La popolazione mondiale di galline nel 2003 era di 24 miliardi di individui e si stima che per ogni essere umano sulla Terra esistano circa 200 milioni di singoli insetti divisi in 950.000 specie note (l’80% di tutte le specie eucariote).

La popolazione mondiale di formiche è di circa 50,000,000,000,000,000 individui. Più di 7 milioni di formiche per ogni persona vivente.

Numeri incredibili che però appaiono insignificanti se solo ci spostiamo dal Dominio degli Eucarioti a quello dei Batteri.

I batteri sono microbi procarioti e si trovano ovunque, anche nel nostro intestino. In ogni grammo di terreno ci sono 40 milioni di singoli batteri. La popolazione mondiale di batteri è stimata in 5,000,000,000,000,000,000,000,000,000,000 (5X10^30) singoli individui, con una biomassa complessiva che supera quella di piante e animali.

Escherichia Coli (credit: Wikipedia)

Per darvi l’idea, e ricollegarci all’immagine della galassia, se mettessimo in fila indiana tutti i batteri otterremmo una linea continua in grado di percorrere il diametro della nostra galassia…. per diecimila volte….

Niente da fare, anche considerando il numero di individui gli esseri umani rimangono una piccola frazione della Vita.

Ma in fin dei conti questo non è poi così demoralizzante. Saremo anche individui di una piccola specie, di un piccolo pianeta in un grande Universo, ma ciascuno di noi porta con se l’incredibile unicità del proprio patrimonio genetico.

Provate a considerare la serie incredibile di eventi che ha portato alla vostra esistenza individuale. Immaginate il numero gigantesco di eventi casuali che si sono combinati per dare luogo alla vostra persona. Pensate solo alla linea parentale di ogni individuo: ciascuno di noi ha due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisavoli, trentadue quadrisavoli e così via.

Forse siamo pochi, forse siamo piccoli, ma siamo unici.

La nostra intelligenza, poi, è  un dono evolutivo che ci permette di avere un impatto sull’intero pianeta che supera i limiti delle nostre dimensioni; cerchiamo di usarla con saggezza.

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Può esistere vita senza Sole?

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Fin da piccoli ci viene insegnato che all’origine della Vita sulla Terra c’è il Sole con la sua luce: la luce solare è la fonte di energia utilizzata dagli organismi come le piante per produrre, attraverso la fotosintesi, le molecole organiche (soprattutto carboidrati) necessarie al proprio sostentamento.

Altri organismi, come gli animali (noi compresi), non sono in grado di sintetizzare le molecole organiche necessarie in modo autonomo e sono costretti a ricavarle mangiando le piante che le producono oppure altri animali.

Nonostante il nostro metabolismo non dipenda direttamente dalla fotosintesi, quindi, non può comunque farne a meno in quanto la produzione di molecole organiche da parte delle piante è alla base della nostra rete alimentare (sia mangiando insalata sia mangiando una mucca che ha mangiato erba, per dirla in parole povere). La nostra esistenza e i nostri metabolismi sono indirettamente ma necessariamente collegati alla luce solare (vi sono collegati anche direttamente per svariati altri motivi quali la temperatura ambientale, il ciclo giorno/notte, la produzione di vitamina D ecc. ecc.).

Ma è possibile sostenere la Vita in assenza totale di luce solare?

La risposta a questa domanda è di per sè semplice. Alcuni batteri e archei (un regno di microrganismi simili ai batteri) sono infatti in grado di produrre molecole organiche utilizzando l’energia ricavata da reazioni chimiche inorganiche. Questi organismi, chiamati chemiautotrofi (o chemiosintetici), sono autonomi dalla luce solare e possono usare molecole come zolfo, ferro, ammoniaca o idrogeno per produrre l’energia necessaria al proprio metabolismo. Le reazioni chimiche utilizzate da questi microrganismi sono inoltre fondalmentali per altre forme di vita come le piante che, ad esempio, ottengono i nitrati (composti di azoto) grazie a batteri del genere Nitrosomonas che utilizzano l’ammoniaca per produrre molecole organiche.

batteri

Gli organismi come i batteri chemiosintetici possono quindi vivere senza la luce del sole ma si muovono comunque in un ambiente plasmato dalla fotosintesi e la loro esistenza è, come nel caso dei batteri nitrici sopracitati, strettamente collegata a quella di altri organismi che vivono grazie alla luce del sole.

A questo punto la domanda diventa la seguente: è possibile trovare vita in un ambiente che sia (quasi) completamente isolato dall’influenza della luce solare?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima di tutto trovare l’ambiente adatto. Gli abissi marini possono essere dei buoni candidati in quanto i raggi solari non penetrano oltre un certo livello (intorno ai 100 metri). Cionostante l’acqua dei fondali non è isolata dall’acqua sovrastante e nutrienti organici prodotti dalla fotosintesi in modo diretto (alghe) o indiretto (pesci) possono sempre raggiungere il fondo.

Ma cosa succede se guardiamo al di sotto dei fondali marini?

Nel 2011 Yuki Morono della Japan Agency for Marine-Earth Scienze and Technology ha trovato batteri in sedimenti marini vecchi di 460.000 anni localizzati 220 metri al di sotto dei fondali dell’Oceano Pacifico. Una scoperta simile ma ancora più estrema è stata fatta da Hans Røy dell’Università danese di Aarhus. Il suo team ha infatti scoperto batteri attivi in sedimenti depositatisi sui fondali dell’Oceano Pacifico 86 milioni di anni fa!

Questi staordinari batteri si trovavano probabilmente sul fondo dell’oceano ancestrale e sono stati progressivamente sepolti dai sedimenti venendo così completamente isolati dal resto del mondo. Per sopravvivere in condizioni così estreme e povere di nutrienti questi batteri hanno adottato due strategie differenti: prima di tutto hanno rallentato il proprio metabolismo a ritmi tali che, ad una prima analisi, risulta difficile dire se siano effettivamente vivi o no; in secondo luogo hanno ulteriormente limitato il consumo delle poche risorse disponibili rinunciando alla riproduzione. Far crescere la popolazione con così poco cibo a disposizione è un suicidio, meglio riparare i corpi cellulari esistenti senza produrne di nuovi. Questo, tra l’altro, renderebbe questi batteri gli organismi viventi più vecchi del pianeta.

Fino ad ora ho parlato solamente di batteri e di archei, quindi solo di microrganismi unicellulari relativamente semplici.

E gli animali? Esistono forme di vita complesse in ambienti completamente indipendenti dalla fotosintesi?

Sembra incredibile ma anche in questo caso la risposta è si!

Il record di vita nelle profondità nella crosta terrestre appartiene ad un verme nematode lungo mezzo millimetro chiamato Halicephalobus mephisto che è stato ritrovato nelle miniere d’oro del Sud Africa ad una profondità di 3.6km. Questo verme vive in acque estremamente povere d’ossigeno e isolate dal mondo esterno da circa 12.000 anni. Questi vermi non dipendono in alcun modo dal Sole poiché si nutrono di batteri chemiosintetici che ricavano energia combinando l’idrogeno con i solfati delle rocce circostanti. Ciononostante dipendono ancora dall’ossigeno disciolto nell’acqua in cui vivono e, quando questo sarà esaurito, i vermi mephisto si estingueranno.

Un esempio di organismi complessi in grado di sopravvivere anche in assenza di ossigeno, invece, è rappresentato da minuscoli animali (≈250 micrometri) appartenenti al Phylum dei Loriciferascoperti nel 2010 sui fondali del Mar Mediterraneo. Questi animali sono ancora poco studiati ma sembra siano caratterizzati da un metabolismo unico all’interno del regno animale. Dai risultati pubblicati su BMC Biology da un gruppo di ricerca dell’Università di Ancona emerge infatti come le cellule di questi Loriciferi siano prive delle centrali energetiche basate sull’ossigeno tipiche di una cellula animale (i mitocondri, si veda questo mio post per approfondire) mentre sono dotate invece di organelli chiamati idrogenosomi che generano energia dall’idrogeno solforato e che si trovano solitamente in microrganismi e funghi.

Loricifera

Loricifera (Photo credit: Wikipedia)

In conclusione, quindi, la vita complessa può esistere sul nostro pianeta anche in assenza di luce solare e, anzi, interi ecosistemi possono esistere senza esserne indipendenti. È il caso della grotta di Movile, 30 metri sotto la superficie della Romania meridionale, dove piccoli crostacei e ragni vivono isolati da milioni di anni grazie a batteri chemiosintetici posti alla base per la piramide alimentare di tutta la grotta.

Tutte queste scoperte sono certamente affascinanti e possono contribuire a cambiare la nostra visione della vita e della sua origine sul nostro pianeta e, chissà, magari aiutarci a trovarla su altri.

[la maggior parte delle informazioni contenute in questo post sono state pubblicate in un articolo del New Scientist dal titolo “Deep life: Strange creatures living far below our feet”]

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L’impatto sulla salute delle diete vegetariane e vegane.

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Recentemente ho ricevuto alcune di richieste da utenti che mi chiedevano un post di approfondimento sui pro e i contro delle diete vegetariane e vegane.

Per quanto io sia molto interessato all’argomento non posso dire di essere un esperto di alimentazione. Per questo motivo ho contattato una mia amica laureata in Biologia della Nutrizione (che ringrazio) che è stata così gentile da fornirmi un po’ di materiale scientifico al riguardo.

Cercherò di riassumere ciò che ho letto limitando i commenti e focalizzandomi sui dati oggettivi.

ATTENZIONE! In questo post tratterò SOLAMENTE l’impatto sulla salute delle diete vegetariane e vegane. Per questa ragione non verranno affrontati temi quali: l’effettiva sostenibilità ambientale di tali diete, il confronto tra agricoltura intensiva ed agricoltura “biologica”, le ragioni evolutive del consumo di carne nell’uomo (questo tema potrei affrontarlo in un prossimo post) o le ragioni etiche alla base delle scelte alimentari di un individuo.

Prima di procedere con i dati, inoltre, tengo a precisare che i termini “fattori di rischio” e “aumento del rischio” riferiti ad una patologia indicano solo una probabilità eventuale e non indicano in alcun modo una relazione di causa-effetto. In parole povere un fattore di rischio è un fattore statisticamente associato ad una patologia che può favorirne lo sviluppo o aggravarne i sintomi, ma non è un fattore causale.

Fatte le dovute premesse passiamo all’analisi vera e propria. Secondo diversi gruppi di ricerca come la American Dietetic Association o la Dietitians of Canada una dieta vegetariana ben programmata e bilanciata può essere adeguata in qualsiasi stadio di sviluppo. I dati complessivi ricavati da uno studio europeo indicano che la salute dei vegetariani è buona e del tutto paragonabile a quella dei non vegetariani.

È posizione dell’American Dietetic Association che le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete vegetariane totali o vegane, siano salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possano conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, inclusa gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia, adolescenza, e per gli atleti.

Le diete vegetariane sono generalmente caratterizzate da un elevato apporto di carboidrati, acidi grassi omega-6, fibre alimentari, carotenoidi, acido folico, vitamina C, vitamina E e magnesio; mentre sono povere di proteine, grassi saturi, acidi grassi omega-3, retinolo, vitamina B12, vitamina D, calcio e zinco. Le diete vegane in particolare hanno un apporto particolarmente basso di vitamina B12 e calcio.

  • Diete vegetariane e malattie:

Malattie cardiovascolari, ipertensione e obesità:

I vegani sono generalmente più magri, hanno livelli di colesterolo nel sangue più bassi e una pressione sanguigna di poco più bassa rispetto a vegetariani ed onnivori. La moderata riduzione della pressione viene associata al ridotto indice di massa corporea il quale si riflette positivamente sulla salute corporea in quanto l’aumento di peso e  l’obesità sono fattori di rischio per le patologie cardiovascolari. Ciononostante l’obesità è una condizione diffusa anche in contesti ampiamente vegetariani come le comunità indiani dell’India e dell’Inghilterra.

Le diete vegane, inoltre, sono in genere ricche di composti considerati cardio-protettivi come acido folico e anti-ossidanti. D’altro canto il ridotto apporto di vitamina B12 della dieta vegana comporta un aumento dell’omocisteina nel  sangue, un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

Salute ossea

Gli studi condotti negli ultimi due decenni non hanno evidenziato differenze nella densità minerale osseo tra gli onnivori e i latto-ovo-vegetariani, mentre la densità ossea risulta ridotta nei vegani. Un apporto inadeguato di calcio e proteine è stato associato con un aumento del rischio di perdita di massa ossea e fratture nei vegani (aumento del rischio di fratture del 30%). La salute ossea, inoltre, non è influenzata solamente da calcio e proteine ma anche da altri nutrienti quali la vitamina D, la vitamina K, il potassio ed il magnesio. Le diete vegane in genere forniscono un buon apporto di quasi tutti questi nutrienti che possono contribuire a ridurre il rischio associato alla carenza di proteine e di calcio.

Cancro

Devo ammettere di aver trovato i diversi dati relativi all’incidenza di cancro piuttosto contrastanti tra di loro. Immagino che questa incertezza sia legata soprattutto alla ridotta conoscenza che tuttora si ha riguardo alle cause e ai fattori di rischio legati all’insorgenza di tumori.

Vegetariani e vegani hanno generalmente un rischio ridotto di contrarre alcune forme di tumore mentre non vi sono differenze tra vegetariani, vegani e onnivori per quanto riguarda l’incidenza del cancro ai polmoni, al seno, alla prostata, all’utero e allo stomaco. Le diete vegetariane e vegane sono ricche di fattori considerati protettivi contro il cancro. Il ridotto indice di massa corporea associato alle diete vegane, inoltre, contribuisce a ridurre il rischio in quanto l’obesità è un fattore di rischio importante per alcuni tipi di tumore. I vegetariani, infine, tendono a ridurre il rischio grazie ad uno stile di vita complessivamente più attento alla salute (non fumando e non bevendo alcolici per esempio).

Ciononostante studi recenti hanno evidenziato come vegetariani ed onnivori abbiano in sostanza lo stesso livello di mortalità legata al cancro. Il consumo di carne rossa, per esempio, è stato associato ad un moderato aumento del rischio di cancro del colon-retto (dati non conclusivi): ma allo stesso tempo anche le proteine derivate dal consumo di legumi tipico della dieta vegana sono state negativamente associate al rischio di tumore del colon (Adventist Health Study). Anche il ridotto apporto di vitamina D ricorrente nella popolazione vegana è stato associato ad un aumento del rischio di tumore. Complessivamente non si possono trarre conclusioni definitive sull’argomento in quanto i dati sulla correlazione dieta-cancro sono ancora pochi e spesso contrastanti.

  • 2. Potenziali carenze alimentari associate a diete vegetariane e vegane:

Carenza di omega-3

La dieta vegana è povera di acidi grassi omega-3 i quali sono importanti per la salute cardiovascolare e il corretto funzionamento degli occhi e del sistema nervoso. Alcune piante possono fornire alcuni precursori degli omega-3 ma la loro conversione a livello fisiologico ha un’efficienza piuttosto bassa. Ciononostante i vegani possono ottenere gli omega-3 tramite alcune alghe o tramite cibi addizionati artificialmente con omega-3.

Carenza di vitamina D

Tra tutte le diete la dieta vegana è quella con il minor apporto di vitamina D (un quarto rispetto agli onnivori). Per un vegano i livelli fisiologici di vitamina D dipendono sia dalla luce solare sia dall’assunzione di cibi arricchiti con vitamina D. Vivere a latitudini elevate (dove il sole scarseggia) può contribuire a sviluppare una carenza di vitamina D soprattutto in individui con la pelle scura o che usano coprirsi il corpo per ragioni culturali.

La vitamina D2 (forma accettata dai vegani) è caratterizzata inoltre da una ridotta biodisponibilità se paragonata alla vitamina D3 di derivazione animale. In Finlandia è stato osservato come una dieta vegana non sia in grado di mantenere livelli accettabili di vitamina D nel sangue contribuendo negativamente ad aumentare la produzione di ormoni para-tiroidei nonché a ridurre la densità minerale ossea.

Carenza di ferro

Non ci sono differenze tra vegani e onnivori per quanto riguarda i livelli di emoglobina e il rischio di anemia. Probabilmente i cibi ricchi di vitamina C della dieta vegana rafforzano l’assorbimento di ferro nelle diete povere di questo elemento.

Carenza di vitamina B12

I vegani hanno generalmente livelli ridotti di vitamina B12 nel sangue ed elevate concentrazioni sanguigne di omocisteina (fattore di rischio cardiovascolare). Un deficit di vitamina B12 può avere conseguenze gravi come anemia, apatia, deficit di concentrazione, parestesia, demenza, atassia e psicosi

La vitamina B12 viene sintetizzata da batteri e si accumula negli animali attraverso la catena alimentare. Onnivori e carnivori ricavano la vitamina B12 dai tessuti animali di cui si nutrono. Gli erbivori invece ottengono la vitamina B12 da acqua e piante contaminate con i microbi responsabili della sintesi della vitamina.

Nella nostra società tale contaminazione è eliminata dall’acqua microbiologicamente depurata e dall’igiene alimentare. Per questo motivo i vegani possono assumere questa vitamina solamente tramite cibi arricchiti e fortificati con vitamina B12 prodotta da batteri selezionati e geneticamente ingegnerizzati per aumentare le rese.

Carenza di zinco

L’acido fitico è una componente comune di grano, semi e legumi. Essendo in grado di legare lo zinco ne riduce la biodisponibilità. Una dieta vegetariana o vegana può portare ad una carenza di zinco anche se non sono state evidenziate differenze tra vegetariani ed onnivori per quanto riguarda l’immunocompetenza legata al metabolismo dello zinco. Probabilmente esistono meccanismi compensatori che aiutano i vegetariani ad adattarsi ad un ridotto apporto di zinco.

Complessivamente una dieta vegana ottimale non può prescindere dall’assunzione di cibi fortificati e addizionati con nutrienti essenziali.

Personalmente sono un fautore della sostenibilità. Non seguo diete particolari ma cerco di limitare l’impatto ambientale delle mie scelte alimentari. Tendo a non comprare cibo preconfezionato o dietro il quale ci sono elevati processi industriali o lunghi tragitti di trasporto. In genere non compro tutti quei prodotti che difficilmente riesco a considerare “cibo” come snack, bibite zuccherine, merendine, ecc. In sostanza cucino molto e di tutto usando ingredienti derivati da produzioni locali.

Per approfondimenti:

“Health effects of vegan diets” WJ Craig. American Journal of Clinical Nutrition. 2009. 89:1627S-33S

“Health effects of vegetarian and vegan diets” Key et al. Proceedings of the Nutrition Society. 2006. 65:35-41

“Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets” Journal of the American Dietetic Association. 2009

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Fecondazione in vitro con tre genitori: basi teoriche e dibattito etico.

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Fecondazione in vitro con tre genitori: basi teoriche e dibattito etico.

Il governo inglese ha espresso recentemente la volontà di procedere con la regolamentazione della “fecondazione in vitro con tre genitori”. Questo nome è estremamente sensazionalistico ed ha anche un che di inquietante. Un termine più adeguato sarebbe “transfer mitocondriale” ma immagino che non avrebbe lo stesso impatto sull’opinione pubblica e di sicuro venderebbe di meno.

In ogni modo, se i membri del parlamento britannico dovessero approvare il regolamento, l’Inghilterra diverrebbe il primo Paese al Mondo a legalizzare e promuovere questa tecnica prima della fine del 2014.

Ma in cosa consiste questo trattamento? E a cosa serve?

Per capire a fondo la natura di questa terapia dobbiamo prima fare un rapido ripasso di biologia cellulare.

Gli animali (noi compresi), le piante, i funghi e numerosi microrganismi sono composti da cellule eucariote (ovvero il loro DNA è racchiuso in un nucleo centrale). Ogni cellula è delimitata una membrana che racchiude gli organelli, strutture molecolari che svolgono determinati compiti indispensabili alla vita della cellula stessa.

Tra questi organelli troviamo i mitocondri.

Rappresentazione in sezione di una cellula eucariote con alcuni dei suoi organelli principali. in viola si vede il nucelo centrale che ospita il DNA, mentre i mitocondri sono rappresentati in marrone chiaro

I mitocondri svolgono il ruolo principale di “centrali energetiche” della cellula fornendole il carburante necessario al funzionamento di tutti i suoi apparati. La particolarità di questi organelli risiede nel fatto che essi derivano da batteri ancestrali che entrarono in simbiosi con le cellule eucariotiche più o meno un miliardo e mezzo di anni fa.

La Teoria endosimbiontica dell’origine dei mitocondri

Le cellule accolsero i batteri all’interno della propria membrana dando loro protezione in cambio di energia (già, nella realtà i simbionti, pur essendo affascinanti, non corrispondono esattamente all’immagine del buon vecchio Venom… e forse è meglio così ).

Venom, il simbionte alieno nemico di Spiderman

Derivando da antichi batteri, quindi, i mitocondri sono organelli dotati di un proprio DNA e si riproducono da soli per scissione binaria, proprio come i batteri da cui discendono.

Il DNA dei mitocondri va considerato a tutti gli effetti parte del genoma di ciascuno di noi anche se forma solo lo 0.2% del DNA totale di una cellula umana. Questa piccola porzione di DNA contiene solo 37 geni che sono veramente pochissimi se paragonati ai circa 23.000 geni presenti nel nucleo della cellula ospite.

Questi 37 geni, però, sono fondamentali per la salute dei mitocondri e se i mitocondri si ammalano anche la cellula ospite ne può risentire.

Le malattie mitocondriali, infatti, sono patologie legate ad alterazioni dei mitocondri che si riflettono prima sulle cellule ospiti e poi su tutto l’organismo. Disordini mitocondriali sono stati correlati a malattie metaboliche, cardiovascolari, al diabete, al morbo di Parkinson, alla sordità e persino all’obesità.

E sono proprio queste malattie ad essere l’oggetto degli studi pionieristici sul transfer mitocondriale (o fecondazione in vitro con tre genitori) sviluppati da un team di ricercatori dell’Università di Newcastle.

Le malattie dei mitocondri sono patologie genetiche ereditarie che colpiscono un bambino ogni 6.500 nati, il che le rende più comuni del cancro infantile e, fino ad oggi, nessuna cura efficace è mai stata sviluppata.

Le malattie dei mitocondri, tra l’altro, vengono trasmesse solo per via materna poiché lo spermatozoo, nell’atto di fecondazione, trasmette solamente il proprio DNA e tutte le strutture cellulari sono a carico dell’ovulo ricevente. Per questa ragione i mitocondri del padre vanno perduti mentre quelli della madre vengono trasmessi e solo una figlia femmina sarà in grado di trasmetterli ulteriormente alle generazioni successive. (a voler essere pignoli, quindi, ciascuno di noi non è l’esatta unione di due metà ma è per lo 0.2% più simile a sua madre che a suo padre).

Rappresentazione della fecondazione di una cellula. Il DNA nucleare deriva da entrambi i genitori mentre il DNA mitocondriale deriva solo dalla madre.

Una madre con una mutazione a livello del DNA mitocondriale trasmetterà la malattia a tutti i suoi figli. Per interrompere la trasmissione ereditaria i ricercatori di Newcastle hanno sviluppato una tecnica che prevede l’utilizzo di un ovulo proveniente da una madre donatrice (il famoso terzo genitore).

In pratica il nucleo dell’ovulo fecondato (che contiene il 99.8% del DNA dell’embrione) viene trasferito dall’ovulo della madre (con i mitocondri malati) all’ovulo non fecondato del donatore (con i mitocondri sani) a cui è stato precedentemente rimosso il nucleo (il procedimento può essere fatto prima o dopo la fecondazione da parte dello spermatozoo).

Per queste ragioni il bambino nato da una simile fecondazione avrà il 99.8% di DNA dei due genitori naturali più uno 0.2% di DNA da un “terzo genitore”, ovvero la donna donatrice che fornisce i mitocondri sani, che lo renderà sano e privo di qualsiasi patologia mitocondriale.

Schematizzazione della tecnica tratta dal sito del Guardian. In alto il procedimento fatto post-fecondazione, in basso il procedimento fatto pre-fecondazione

L’avvento di una tecnica simile, però, solleva numerosi interrogativi di tipo etico.

Coloro che maggiormente condannano questo metodo sostengono, ad esempio, che un’eventuale diffusione segnerebbe il primo passo verso l’eugenetica. L’affermazione è forte ma non del tutto scorretta in quanto la fecondazione in vitro con tre genitori va effettivamente a toccare, se pur in minima parte (come abbiamo visto), il patrimonio genetico dell’embrione.  Questa è la principale ragione che ha impedito fino ad oggi la legalizzazione della procedura anche se il DNA mitocondriale non contribuisce a determinare chi siamo (aspetto fisico, personalità…).

D’altro canto chi difende la tecnica sostiene che debellare le patologie mitocondriali è di fondamentale importanza per il benessere della razza umana. Sarah Norcross del Progress Educational Trust, che sostiene la scelta del governo inglese di promuovere la terapia, ha dichiarato che:

“sarebbe non etico non offrire questo trattamento se sicuro ed efficace nella prevenzione della nascita di bambini con malattie gravi”

Probabilmente non esiste una presa di posizione che non comporti delle scelte rischiose o comunque condivisibili al 100% ma, limitandosi all’aspetto tecnico e andando aldilà dei titoli sensazionalistici, non va dimenticato che parlare di “tre genitori” può non essere del tutto inesatto ma sicuramente è una forzatura che tende ad esagerare la realtà dei fatti. Il DNA mitocondriale, che abbiamo visto essere indispensabile, rimane pur sempre una parte minuscola (e comunque distaccata) dell’intero patrimonio genetico che determina la natura di un individuo.

[qui il LINK all’articolo pubblicato in merito sul The Guardian da cui ho tratto lo schema della tecnica]

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