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Perché gli asiatici non reggono l’alcol?

Vivendo in Giappone e frequentando giapponesi non si può non notare lo strano rapporto tra gli asiatici e l’alcol. Se da un lato mostrano un amore incondizionato per vino e sake, dall’altro è incredibile quanto poco reggano qualsiasi tipo di bevanda alcolica. Il che si manifesta con un immediato rossore diffuso su tutto il viso. Per uno come me, abituato alle grappe nostrane e temprato da quattro anni di bevute in Inghilterra, questo si traduce in numerosi drink avanzati da altri che posso finire in tutta tranquillità. Di questo non posso lamentarmi.

Ma per quale motivo basta mezzo bicchiere di vino per far diventare un giapponese completamente paonazzo?

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Quello che ad un primo sguardo potrebbe sembrare un fattore culturale è in realtà una vera e propria condizione clinica con delle serie basi genetiche.

La reazione da rossore alcolico (Alcohol Flush Reaction o AFR in inglese) consiste in rossori ed eritemi diffusi su viso, collo e in alcuni casi su tutto il corpo che si sviluppano in seguito ad un’assunzione anche moderata di bevande alcoliche. Poiché molto comune tra le popolazioni asiatiche (giapponesi, cinesi e coreani su tutti) viene comunemente denominata anche sindrome da rossore asiatico. Altri sintomi di questa condizione includono battito accelerato, nausea e senso di malessere diffuso (in pratica i sintomi di una sbronza ma con molto meno alcol).

Le cause di questa sindrome risiedono nel patrimonio genetico delle popolazioni di discendenza asiatica e più in particolare in due varianti di enzimi coinvolti nel metabolismo dell’alcol

Ma andiamo con ordine. Prima di entrare nel dettaglio dei meccanismi della patologia è opportuno ricapitolare come il nostro organismo gestisce l’alcol ingerito.

Una volta nel nostro corpo l’alcol (o etanolo) arriva al fegato dove viene converito in acetaldeide da un enzima chiamato alcol deidrogenasi (ADH), l’acetaldeide viene quindi catturata da un secondo enzima presente nei mitocondri delle nostre cellule e chiamato acetaldeide deidrogenasi (ALDH). Questo secondo enzima converte l’aceltaldeide in acido acetico il quale a sua volta verrà decomposto in acqua e anidride carbonica.

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Breve schema semplificato del metabolismo dell’alcol nel nostro fegato.

In questa catena metabolica il composto più tossico è l’acedaldeide, la cui pericolosità è però mitigata dalla rapida azione dell’ALDH.

Molti asiatici, però, hanno delle variazioni sia nell’ADH che nell’ALDH che compromettono il corretto funzionamento della catena metabolica descritta sopra.

In particolare circa l’80% degli asiatici possiede una variante molto più efficiente dell’ADH in grado di convertire l’etanolo in acetaldeide con una frequenza molto superiore alla norma. In aggiunta, il 50% della popolazione orientale mostra una versione meno efficiente del secondo enzima ALDH che converte perciò l’acetaldeide in acido acetico con una frequenza minore.

In sostanza, se da un lato la produzione di acetaldeide tossica aumenta, mentre dall’altro la sua distruzione è ridotta, il risultato finale non può che essere l’accumulo nel sangue di questo composto.

Ho già parlato dell’intossicazione da acetaldeide in un post dedicato ai postumi da sbronza (accessibile QUI) e vi rimando a quell’articolo se volete approfondire l’argomento.

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Per le popolazioni asiatiche questa predisposizione all’intossicazione da acetaldeide è un’arma a doppio taglio. Per certi aspetti è un fattore che aiuta a ridurre l’incidenza dei casi di alcolismo, visto che il bere diventa una pratica poco gratificante (un’efficienza maggiore dell’enzima ADH nella degradazione dell’etanolo porta anche ad una riduzione degli effetti più piacevoli di una sbronza). D’altro canto un maggior accumulo di acetaldeide è associato ad un incremento del rischio di tumore all’esofago nei bevitori (l’acetaldeide è carcinogena nell’uomo).

Trattandosi di un disordine genetico, inoltre, non esiste ad oggi una cura valida e i farmaci generalmente utilizzati agiscono solo sulla riduzione del rossore cutaneo senza effetti sull’intossicazione da acetaldeide. L’unico metodo efficace per prevenire questa sindrome e i suoi effetti è, tristemente, non bere.

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Perché soffriamo il solletico?

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Chi, come il sottoscritto, lo soffre molto capirà bene cosa significhi essere vittima di un attacco di solletico. Questa reazione fisiologica involontaria si manifesta come spasmi e incontrollabili risate che lasciano la “preda” completamente alla mercé del propro “aggressore”.

Ma perché soffriamo il solletico?

Prima di tutto è bene specificare che esistono due tipi differenti di solletico che vengono catalogati con i nomi a dir poco fantasiosi di knismesi e gargalesi (grazie agli psicologi americani Hall e Alley).

Il primo (knismesi) corrisponde al solletico indotto da un tocco leggero sulla pelle (con una piuma ad esempio) e non è in genere associato alle risate. Si può manifestare come una sensazione di prurito e il suo scopo è probabilmente quello di difesa contro piccoli insetti o parassiti. Il solletico indotto dal loro zampettare sulla nostra pelle ci rende coscienti della loro presenza, permettendoci così di intervenire.

Il secondo tipo di solletico (gargalesi) è invece la più nota reazione di risate incontrollate ed è associata a meccanismi sociali più complessi. A differenza della kismesi, che si ritrova in diverse specie di animali superiori e può essere autoindotta, la gargalesi è stata documentata solo nell’uomo e nei primati e può essere stimolata solo da un secondo individuo (ovvero non ci si può fare il solletico da soli). Questa viene considerata come una prova di come il solletico abbia un vero ruolo sociale e psicologico (nota: da qui in avanti userò il termine solletico come sinonimo di gargalesi).

Il solletico come strumento sociale si ritrova solo nell'uomo e negli altri primati.

Il solletico come strumento sociale si ritrova solo nell’uomo e negli altri primati.

La stessa fisiologia del solletico è più complessa di quanto non si pensi. Prima di tutto le zone più sensibili al solletico (ascelle, collo, ventre…) non corrispondono alle zone più sensibili al tatto (ad esempio i palmi delle mani). In secondo luogo, le persone molto sensibili al solletico tendono ad iniziare a ridere prima ancora di essere state effettivamente toccate, evidenziando la natura psicologica del fenomeno.

Esistono molti studi e molte teorie sul ruolo sociale del solletico. Il solletico può essere una fonte di piacere associata al gioco e può costituire un metodo utile per stabilire un legame forte tra individui. I genitori possono usare il solletico per instaurare un legame di fiducia con i figli, fratelli e sorelle possono usare il solletico come alternativa alla violenza in un contesto di gioco e tra partner il solletico può essere parte dell’intimità.

Altre teorie associano il solletico allo sviluppo dei meccanismi di difesa. Nel 1984, lo psichiatra Donald Black notò come le parti del corpo più sensibili al solletico tendono ad essere quelle più esposte o vulnerabili in combattimento. Stimolare il solletico, quindi, può aiutare il corpo a sviluppare tecniche difensive efficaci per proteggere parti a rischio come il collo o il ventre.

È interessante notare, inoltre, come il solletico prolungato per troppo tempo tempo smetta di essere piacevole e diventi una vera e propria tortura. Letteralmente… La torura del solletico è una pratica utilizzata fin dall’antichità. Si hanno riscontri di questa pratica nella Cina della Dinastia Han (intorno al 200 d.C.) dove la tortura del solletico era inflitta ai nobili in quanto non lasciava tracce evidenti sulla vittima. Nell’Antica Roma esisteva una simile tortura che consisteva nel cospargere di sale i piedi della vittima i quale venivano poi fatti leccare da una capra. In tempi più recneti il sopravvissuto all’Olocausto nazista Heinz Heger ha descritto la tortura del solletico praticata da ufficiali delle SS all’interno del campo di concentramento di Flossenburg.

Nel mondo immaginario delle Tartarughe Ninja, il gangster Don Turtelli era solito praticare la tortura del solletico alle proprie vittime.

Nel mondo immaginario delle Tartarughe Ninja, il gangster Don Turtelli era solito infliggere la tortura del solletico alle proprie vittime.

In rari casi questo tipo di terribile tortura può portare alla morte da risata. Sembra assurdo, ma casi di morte da eccesso di risate sono noti fin dall’Antica Grecia e sono in genere causati da arresto cardiaco o asfissia. Si dice che il filosofo stoico Crisippo di Soli morì di risate dopo aver visto il proprio asino, a cui aveva dato del vino, tentare di mangiare dei fichi, mentre nel 1660 l’aristocratico scozzese sir Thomas Urquhart di Cromarty morì di risate dopo aver sentito che Carlo II era salito al trono d’Inghilterra.

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Il mistero della tigre bianca: tra genetica, leggenda e cultura popolare

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Una coppia di tigri bianche

La tigre bianca è una rara variante della tigre reale del Bengala (Panthera tigris tigris) caratterizzata da occhi azzurri e un manto bianco a strisce nere. Questa particolare colorazione, insieme all’elusività che la contraddistingue, stimola da sempre l’ammirazione e l’immaginazione dell’uomo.

Nell’astronomia cinese, ad esempio, la Tigre Bianca è uno dei Quattro Simboli delle costellazioni dei quattro punti cardinali insieme al Drago Azzurro, all’Uccello Rosso e alla Tartaruga Nera. Sempre secondo la mitologia cinese, inoltre, una comune tigre arancione diventerebbe una tigre bianca dopo 500 anni vita e si mostrerebbe agli uomini solo nel caso in cui il Paese fosse guidato da un imperatore virtuoso o durante un lungo periodo di pace. Guardando alla cultura popolare più recente, invece, se chi legge questo post ha una certa (ma ancora giovanile) età potrebbe ricordarsi la tigre bianca del cartone animato giapponese “I cinque Samurai” trasmesso da Italia 7 all’inizio degli anni ’90.

La tigre bianca de “I cinque Samurai”

Il fascino che accompagna questo splendido animale è ulteriorimente alimentato dal mistero che ha avvolto per secoli le ragioni di questa particolare forma di albinismo che colpisce il giallo e l’arancione del manto ma non il nero delle strisce.

Quando i misteri si infittiscono, però, arriva quasi sempre la Scienza a dissipare la nebbia riportandoci con i piedi per terra con spiegazioni razionali che, lo ammetto, tolgono un po’ di fascino alle leggende.

Lo scorso maggio è infatti stata pubblicata una ricerca sulla rivista internazionale Current Biology che dichiara di aver finalmente svelato il mistero della tigre bianca. A firmare l’articolo è un team di ricercatori cinesi che ha individuato le ragioni genetiche di questo particolare fenotipo (il fenotipo sono tutte le caratteristiche osservabili in un organismo vivente) nella mutazione di un singolo gene associato alla gestione dei pigmenti di melanina.

Il gene in questione si chiama SLC45A2 (solute carrier family 45, member 2) e codifica una proteina presente nei melanociti (le cellule che producono la melanina responsabile della colorazione della pelle, dei capelli e degli occhi). La mutazione del gene SLC45A2, che determina il colore bianco nella tigre del Bengala, provoca la sostituzione di un singolo amminoacido all’interno della catena di circa 530 amminoacidi che compongono l’intera proteina codificata.

L’alterazione di questa proteina si ripercuote quindi sulla produzione dei pigmenti gialli e arancioni mentre ha pochissimo effetto sui pigmenti neri delle strisce. Per questo motivo la tigre bianca conserva la colorazione delle striscie mentre perde quella del manto.

Basta quindi una variazione infinitesimale (1 amminoacido su 530 in una delle migliaia di proteine codificate dal genoma della tigre) per passare dalla bellezza della tigre comune all’intrigante fascino della tigre bianca.

È interessante notare come la mutazione del gene SCLA45A2 nell’uomo sia associata ad una rara variante di albinismo chiamata albinismo oculocutaneo di tipo 4 (OCA4) di cui sono stati identificati solo 30 casi in tutto il mondo (dato aggiornato al 2009).

Queste alterazioni genetiche della pigmentazione corpoea sono estremamente rare poiché sono trasmesse tramite ereditarietà autosomica recessiva. Ciò significa che affinché un individuo sia affetto albinismo questo dovrà avere la mutazione sia sulla copia materna che sulla copia paterna del gene responsabile. Se una sola delle due copie dovesse risultare normale (non mutata) l’individuo sarà del tutto normale e definito portatore sano.

Perché possa nascere un individuo albino, quindi, i genitori devono essere per forza entrambi albini o entrambi portatori sani (e in questo caso la probabilità di avere un figlio albino scende a 1 su 4).

Esempio di ereditarietà autosomica recessiva con due genitori portatori sani. (Immagine tratta da Wikipedia)

Nonostante la sua rarità la tigre bianca rappresenta comunque una varietà naturale della diversità genetica della tigre del Bengala e può sopravvivere senza problemi nella giungla Indiana. Secondo i ricercatori questo fatto può essere dovuto al probabile daltonismo delle principali prede della tigre (come i cervi ad esempio), il che rappresenterebbe un vantaggio per un animale con un deficit di mimetismo come appunto la tigre bianca.

Purtroppo la tigre rientra nella categoria delle specie a rischio e la rara variante bianca esiste oramai solo in cattività (l’ultimo avvistamento di tigre bianca in natura risale al 1958).

Il gruppo di ricercatori auspica un adeguamento delle condizioni delle tigri in cattività in modo da mantenere una popolazione sana di tigri arancioni e di tigri bianche che possa essere, un giorno, reintrodotta in natura.

Guardando al futuro, quindi, l’obiettivo è quello di reintrodurre la tigre bianca nel suo habitat naturale, ridando a questo misterioso e sfuggente felino il ruolo che gli spetta nella giungla indiana e nel nostro immaginario collettivo.

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