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Il mistero della tigre bianca: tra genetica, leggenda e cultura popolare

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Una coppia di tigri bianche

La tigre bianca è una rara variante della tigre reale del Bengala (Panthera tigris tigris) caratterizzata da occhi azzurri e un manto bianco a strisce nere. Questa particolare colorazione, insieme all’elusività che la contraddistingue, stimola da sempre l’ammirazione e l’immaginazione dell’uomo.

Nell’astronomia cinese, ad esempio, la Tigre Bianca è uno dei Quattro Simboli delle costellazioni dei quattro punti cardinali insieme al Drago Azzurro, all’Uccello Rosso e alla Tartaruga Nera. Sempre secondo la mitologia cinese, inoltre, una comune tigre arancione diventerebbe una tigre bianca dopo 500 anni vita e si mostrerebbe agli uomini solo nel caso in cui il Paese fosse guidato da un imperatore virtuoso o durante un lungo periodo di pace. Guardando alla cultura popolare più recente, invece, se chi legge questo post ha una certa (ma ancora giovanile) età potrebbe ricordarsi la tigre bianca del cartone animato giapponese “I cinque Samurai” trasmesso da Italia 7 all’inizio degli anni ’90.

La tigre bianca de “I cinque Samurai”

Il fascino che accompagna questo splendido animale è ulteriorimente alimentato dal mistero che ha avvolto per secoli le ragioni di questa particolare forma di albinismo che colpisce il giallo e l’arancione del manto ma non il nero delle strisce.

Quando i misteri si infittiscono, però, arriva quasi sempre la Scienza a dissipare la nebbia riportandoci con i piedi per terra con spiegazioni razionali che, lo ammetto, tolgono un po’ di fascino alle leggende.

Lo scorso maggio è infatti stata pubblicata una ricerca sulla rivista internazionale Current Biology che dichiara di aver finalmente svelato il mistero della tigre bianca. A firmare l’articolo è un team di ricercatori cinesi che ha individuato le ragioni genetiche di questo particolare fenotipo (il fenotipo sono tutte le caratteristiche osservabili in un organismo vivente) nella mutazione di un singolo gene associato alla gestione dei pigmenti di melanina.

Il gene in questione si chiama SLC45A2 (solute carrier family 45, member 2) e codifica una proteina presente nei melanociti (le cellule che producono la melanina responsabile della colorazione della pelle, dei capelli e degli occhi). La mutazione del gene SLC45A2, che determina il colore bianco nella tigre del Bengala, provoca la sostituzione di un singolo amminoacido all’interno della catena di circa 530 amminoacidi che compongono l’intera proteina codificata.

L’alterazione di questa proteina si ripercuote quindi sulla produzione dei pigmenti gialli e arancioni mentre ha pochissimo effetto sui pigmenti neri delle strisce. Per questo motivo la tigre bianca conserva la colorazione delle striscie mentre perde quella del manto.

Basta quindi una variazione infinitesimale (1 amminoacido su 530 in una delle migliaia di proteine codificate dal genoma della tigre) per passare dalla bellezza della tigre comune all’intrigante fascino della tigre bianca.

È interessante notare come la mutazione del gene SCLA45A2 nell’uomo sia associata ad una rara variante di albinismo chiamata albinismo oculocutaneo di tipo 4 (OCA4) di cui sono stati identificati solo 30 casi in tutto il mondo (dato aggiornato al 2009).

Queste alterazioni genetiche della pigmentazione corpoea sono estremamente rare poiché sono trasmesse tramite ereditarietà autosomica recessiva. Ciò significa che affinché un individuo sia affetto albinismo questo dovrà avere la mutazione sia sulla copia materna che sulla copia paterna del gene responsabile. Se una sola delle due copie dovesse risultare normale (non mutata) l’individuo sarà del tutto normale e definito portatore sano.

Perché possa nascere un individuo albino, quindi, i genitori devono essere per forza entrambi albini o entrambi portatori sani (e in questo caso la probabilità di avere un figlio albino scende a 1 su 4).

Esempio di ereditarietà autosomica recessiva con due genitori portatori sani. (Immagine tratta da Wikipedia)

Nonostante la sua rarità la tigre bianca rappresenta comunque una varietà naturale della diversità genetica della tigre del Bengala e può sopravvivere senza problemi nella giungla Indiana. Secondo i ricercatori questo fatto può essere dovuto al probabile daltonismo delle principali prede della tigre (come i cervi ad esempio), il che rappresenterebbe un vantaggio per un animale con un deficit di mimetismo come appunto la tigre bianca.

Purtroppo la tigre rientra nella categoria delle specie a rischio e la rara variante bianca esiste oramai solo in cattività (l’ultimo avvistamento di tigre bianca in natura risale al 1958).

Il gruppo di ricercatori auspica un adeguamento delle condizioni delle tigri in cattività in modo da mantenere una popolazione sana di tigri arancioni e di tigri bianche che possa essere, un giorno, reintrodotta in natura.

Guardando al futuro, quindi, l’obiettivo è quello di reintrodurre la tigre bianca nel suo habitat naturale, ridando a questo misterioso e sfuggente felino il ruolo che gli spetta nella giungla indiana e nel nostro immaginario collettivo.

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Jurassic Park, dinosauri e codice genetico

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“Hanno usato DNA di un rospo per riempire le interruzioni nelle sequenze genetiche. Hanno mutato il codice genetico dei dinosauri, miscelandolo con quello dei rospi”

Questa frase viene pronunciata dal Dr. Alan Grant quando scopre uova di dinosauro schiuse spontaneamente nella foresta nel capolavoro Jurassic Park, uscito nel 1993 e diretto da Steven Spielberg.

Scena finale di Jurassic Park.

Tralasciando le fantasiose teorie su cui si basa il film, giustificabili in un contesto fantascientifico, vorrei focalizzare l’attenzione su un errore grossolano non accettabile nemmeno di fronte alla finzione cinematografica.

Si tratta dell’uso improprio del termine codice genetico. Questo errore è estremamente comune e lo si può facilmente ritrovare non sono in numerosi film (come Blade Runner di Ridley Scott), ma anche in telefilm, documentari, articoli di carattere più o meno divulgativo e, soprattutto, al di fuori del contesto scientifico, nel linguaggio parlato di tutti i giorni.

Ma dov’è l’errore?

La grave imprecisione risiede nel confondere il codice genetico con il patrimonio (o corredo) genetico. I due termini, come nel caso di genetico ed ereditario, non sono sinonimi. Il patrimonio genetico è il DNA di cui ciascuna cellula è dotata, è l’insieme dei suoi geni; il codice genetico, come dice la parola stessa, è invece un codice, ovvero un sistema di lettura. È, in parole povere, il linguaggio con il quale la cellula legge le informazioni contenute nel DNA.

Il DNA è una lunga sequenza “scritta” con un alfabeto di sole quattro lettere (le basi azotate): adenina (A), guanina (G), citosina (C) e timina (T). Le informazioni così racchiuse nel DNA devono essere poi tradotte nelle proteine che sono la diretta espressione dei geni.

Le sequenze dei geni, scritte nel linguaggio delle basi azotate, vengono quindi lette da opportune strutture cellulari che le traducono nel linguaggio delle proteine (gli aminoacidi). L’insieme delle regole che permette questa traduzione è appunto il codice genetico.

Poiché le basi azotate e gli aminoacidi sono gli stessi per tutti gli organismi viventi sulla Terra, la chiave di lettura e traduzione è sempre la stessa. Il codice genetico, quindi, è universale. Le informazioni contenute nei geni possono cambiare da organismo a organismo o da individuo ad individuo, ma il modo di leggerle non cambia mai.

Di seguito riporto la tabella del codice gentico. Le basi azotate vengono lette a gruppi di tre. Le possibili combinazioni sono 64, gli aminoacidi sono 20, quindi alcuni aminoacidi hanno più di una tripletta di riferimento.

Tabella del codice genetico. Tutte le possibili triplette (codoni) e i rispettivi aminoacidi codificati.

P.S. Nel 2014 è prevista l’uscita di Jurassic Park 4. Chissà se commetteranno ancora lo stesso errore…

 

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