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La sera leoni, la mattina… o la scienza dell’hangover.

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“La buveuse” (la bevitrice), ritratto di Susanne Valadon realizzato da Tolouse-Lutrec (fonte: Wikipedia)

I postumi da sbornia, o hangover in inglese, sono un fenomeno noto a chiunque, spesso per esperienza diretta; talmente noto da essersi meritato un’intera saga cinematografica completamente dedicata (“Una notte da leoni” in italiano, “The Hangover”, appunto, nella versione originale):

Nonostante la notorietà e i numerosi aneddoti che la maggior parte di noi potrebbe sicuramente raccontare in proposito, è interessante scoprire come non solo non si conoscano a fondo i meccanismi e le cause di questo terribile stato, ma neppure esiste una definizione clinica completa e condivisa.

Ovviamente è legato al consumo di alcolici, ma gli studiosi si dividono sull’effettiva definizione dell’hangover. Esistono infatti due correnti di pensiero a riguardo: la prima sostiene che i postumi da sbornia compaiono quando la concentrazione di alcol nel sangue sta incominciando a scendere (6-8 ore dopo l’assunzione), mentre la seconda sostiene che il fenomeno compare solo dopo la completa metabolizzazione dell’etanolo (ovvero quando la concentrazione di alcol nel sangue è pari zero).

Altro problema è tentare di definire l’hangover in base ai sintomi in quanto non tutti i segnali si presentano ogni volta tutti insieme. Generalmente si hanno diverse combinazioni dei possibili sintomi in base a numerosi fattori sia ambientali (il consumo concomitante di altre sostanze o il tipo di bevanda assunta) che soggettivi (condizioni fisiologiche o fattori genetici).

In ogni caso tra i sintomi più comuni troviamo: mal di testa, sensibilità a luci e suoni, nausea, vomito, stanchezza e sonnolenza, dolori e crampi muscolari, depressione, ansia e insonnia.

I postumi da sbornia possono durare fino a 24 ore e hanno conseguenze a livello sociale più gravi di quanto si possa immaginare. L’hangover è infatti associato ad assenteismo, bassa produttività ed incidenti sul lavoro.

In un sondaggio americano del 2006 è stato stimato come le perdite economiche derivate da lavoratori con postumi da sbornia siano maggiori rispetto alle perdite date da coloro che bevono mentre sono al lavoro, che lavorano sotto l’influenza dell’alcolo che bevono prima del lavoro (anche se l’alcolismo rimane una piaga sociale tra le più pericolose e sottostimate, come spiegato bene in QUESTO post).

Ma quali sono i meccanismi dell’hangover?

Anche in questo caso non abbiamo una risposta univoca ma una serie di teorie e di fattori che non si escludono per forza a vicenda. Analizziamole una per una.

  1. Teoria dell’asistenza da alcol: esiste l’ipotesi che l’hangover sia la prima fase dell’astinenza dall’alcol. Il corpo, sottoposto ad alte dosi di alcol, reagisce negativamente nel momento in cui ne viene privato. Questa teoria è in realtà abbastanza debole in quanto esistono differenze sostanziali tra lo sviluppo dell’astinenza e l’hangover. I due fenomeni sono certamente simili e condividono alcuni sintomi ma si discostano sotto numerosi punti di vista. I sintomi dell’astinenza da alcol, per esempio, durano per giorni mentre l’hangover non va mai oltre le 24 ore. L’hangover, poi, provoca una riduzione dell’attività cerebrale a differenza dell’ipereccitabilità del sistema nervoso centrale osservata nei casi di astinenza.
  2. Teoria dell’acetaldeide: una delle teorie più note. Secondo questa ipotesi l’hangover sarebbe dato da un’intossicazione da acetaldeide, uno dei prodotti di scarto del metabolismo dell’alcol. Nel nostro organismo l’alcol viene metabolizzato da due reazioni chimiche, la prima delle quali converte le molecole di etanolo in molecole di acetaldeide grazie ad un enzima chiamato alcol deidrogenasi. Alti livelli di acetaldeide nel sangue possono effetivamente determinare alcuni dei sintomi dell’hangover come tachicardia, nausea, vomito. L’acetaldeide sembra contribuire all’hangover ma va sottolineato come sia difficile raggiungere dosi tossiche di questo metabolita dopo il consumo acuto di alcol. In ogni caso uno studio del 2005 ha riportato una maggiore predisposizione all’hangover nelle popolazioni orientali caratterizzate da una mutazione dell’aldeide deidrogenasi (l’enzima che metabolizza l’acetaldeide) e che provoca un aumento dei livelli acetaldeide nel sangue.

    Niente hangover o solamente ancora ubriaco?

  3. L’hangover come effetto diretto dell’alcol: secondo questa idea l’hangover sarebbe causato direttamente dagli effetti che l’alcol stesso ha sul nostro corpo. I maggiori sintomi dell’hangover che vengono correlati all’alcol sono squilibrio elettrolitico, irritazione gastrica, ipoglicemia, alterazione del sonno e vasodilatazione. Il mal di testa potrebbe essere una conseguenza della vasodilatazione, così come un aumento dei livelli di serotonina e istamina. Anche l’ipoglicemia data dall’alcol (il cui metabolismo sottrae enzimi del fegato in genere impegnati nella produzione di glucosio) può spiegare alcuni dei sintomi dell’hangover come i cambi d’umore e la debolezza diffusa. Di sicuro alcuni effetti dell’alcol possono indurre alcuni sintomi dell’hangover con una variabilità che dipende da fattori come il tipo di bevanda alcolica assunta o lo stato fisiologico del soggetto.
  4. Teoria dei congeneri: secondo questa ultima teoria gli effetti dell’hangover sarebbero la conseguenza di altre sostanze presenti nelle bevande alcoliche. Queste sostanze possono essere prodotte della fermentazione o aggiunte nel processo di produzione. Uno dei congeneri più noti è il metanolo che nel nostro organismo viene metabolizzato in formaldeide e acido formico che sono più tossici dell’acetaldeide. È noto che bevande alcoliche con un numero maggiore di congeneri (vino rosso, tequila, whisky…) danno più hangover rispetto a bevande meno ricche (vodka, rum, gin…).

I sintomi dell’hangover possono inoltre essere aggravati dal consumo concomitante di altre sostanze psicoattive come la nicotina, le benzodiazepine o la cannabis (quest’ultima nota per indurre uno stato di hangover). In sostanza i meccanismi dell’hangover non sono ancora del tutto compresi e ciascuna delle teorie discusse sopra ha i suoi punti a favore e i suoi punti critici. L’alto numero di possibili cause e variabili, insieme alla mancanza di una definizione clinica standard dei postumi da sbornia, inoltre, complica ulteriormente lo studio di questo fenomeno.

Se volete approfondire l’argomento vi consiglio di leggere QUESTA review pubblicata su Human Psychopharmacology e dalla quale ho tratto le informazioni per questo post.

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La nascita di un farmaco: i test clinici.

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Dai pannolini agli integratori, dalle creme per la pelle alle lozioni per i capelli, quanti spot televisivi esordiscono con “Test clinici dimostrano che…”?  Ma che cos’è esattamente uno test o studio clinico? Ed in che modo gli studi clinici sono coinvolti nella nascita di un nuovo farmaco?

Con il termine studio clinico s’intende genericamente

“uno studio su volontari umani volto a rispondere a specifici quesiti di salute” (“A research study in human volunteers to answer specific health questions” fonte: clinicaltrial.gov).

Gli studi clinici possono essere classificati in numerose categorie in base a diverse caratteristiche quali lo scopo dello studio, il tipo di gruppo studiato, le modalità con le quali lo studio viene realizzato, ecc. Con un’ampia generalizzazione, però, gli studi clinici possono essere divisi in due gruppi principali:

–          Studi epidemiologici nei quali si studia una particolare patologia e tutte le variabili ad essa collegata (incidenza, diagnosi, eziologia, terapia…). Uno studio epidemiologico può, ad esempio, indagare la correlazione causale tra una malattia ed un presunto agente patogeno.

–          Studi farmacologici chiamati in gergo clinical trial o trial clinici volti a valutare la sicurezza e l’efficacia di nuovi farmaci che hanno precedentemente superato la sperimentazione preclinica.

Per riagganciarci al discorso fatto nell’ultimo post dedicato ai primi passaggi che determinano la nascita di un farmaco, in questo post ci concentreremo sulla seconda categoria di studi clinici, ovvero quei passaggi che vanno dalla fine della sperimentazione preclinica fino alla commercializzazione del farmaco finale.

Come visto nel post precedente se una molecola passa tutti i test di efficacia e sicurezza in vitro (su colture cellulari) ed in vivo (su modelli animali) può passare alla fase di sperimentazione su volontari umani.

Immagine riassuntiva della nascita di un farmaco. Da migliaia di possibili candidati alla singola molecola finale.

In questo post ci concentreremo sui trial clinici che testano su volontari umani le molecole che hanno passato la rigida scrematura dei testi preclinic.

Storicamente le prime linee guida riguardanti la sperimentazione di farmaci sull’uomo vengono fatte risalire al medico persiano Avicenna ed al suo “Canone della Medicina”  risalente al lontano 1025. Ciononostante uno dei primi (se non il primo in assoluto) trial clinici risale al 1747 quando il medico scozzese James Lind dimostrò l’efficacia dell’acido ascorbico (vitamina C) nella cura dello scorbuto.

Lo scorbuto, comune tra i marinai ai tempi di Lind, è  determinata da una carenza di vitamina C. Lind individuò la terapia efficace grazie alla prima applicazione di un metodo sperimentale di verifica delle cure: egli divise un equipaggio di marinai malati in sei gruppi distinti. A ciascun gruppo somministrò diverse sostanze (tra le quali sidro, acqua di mare e aceto) e notò che l’unico gruppo a mostrare un’effettiva guarigione era quello provvigionato con due arance ed un limone.

Ritratto del medico scozzese James Lind (1716-1794), padre dei moderni trial clinici ed esperto di igiene. (fonte: Wikipedia)

Lo studio di Lind, per quanto efficace, è di per sé molto elementare rispetto ai moderni trial clinici. Soprattutto perché realizzato senza conoscere effettivamente la natura delle molecole testate. Lind ebbe il merito di individuare negli agrumi un alimento efficace contro lo scorbuto, ma non seppe mai quale fosse la sostanza direttamente coinvolta nell’effetto benefico.

Fu infatti solo nel 1937 (quasi duecento anni dopo!) che il fisiologo ungherese Albert Szent-Györgyi vinse il premio nobel per i suoi studi sulle cavie che portarono all’identificazione dell’acido ascorbico come il principio attivo, la molecola fondamentale, in grado di curare lo scorbuto.

Molecola di acido ascorbico (Vitamina C). Il principio attivo in grado di curare lo scorbuto (fonte: Wikipedia)

I moderni trial clinici, a differenza di quello di Lind, non partono da zero ma sono preceduti dalla lunga selezione della sperimentazione preclinica. Delle migliaia di candidati iniziali solo una manciata di molecole arriva alla sperimentazione sull’uomo (è bene ricordare che questo non è un indicatore di scarsa efficacia del processo ma piuttosto una conseguenza dell’elevata selettività e severità dei test). Se all’origine del processo avevamo 10mila molecole candidate all’inizio dei trial clinici ci troviamo con si e no 5 molecole da testare, con l’obiettivo finale di avere una singola molecola in grado di diventare un farmaco commercializzabile.

Un trial clinico può durare anche 8 anni o più e si divide in 3 fasi principali (più un’eventuale Fase Zero 0 preliminare). Una molecola candidata deve necessariamente passare attraverso queste fasi in modo progressivo e può venire scartata in qualsiasi momento.

–          FASE I: condotta su un piccolo gruppo di volontari sani (tra 20 e 100 persone) serve a valutare la sicurezza del farmaco ed il suo comportamento all’interno del corpo. In questa fase si cerca di determinare la dose massima che non determini gravi effetti avversi in modo da invididuare la dose terapeutica efficace. Si studiano inoltre l’assorbimento del farmaco ed eventuali interazioni con il cibo (Food effect).

–          FASE II: in questa fase si inizia a studiare il farmaco sui pazienti e non più su volontari sani. Il gruppo di studio è più ampio rispetto alla Fase I ma rimane ancora relativamente piccolo (100-300 individui). Con questo passaggio si determinano le dosi massime e minime e si valuta l’efficacia terapeutica del composto che viene confrontato con un placebo o con farmaci esistenti (rispetto ai quali dovrà dimostrarsi più efficace). Anche in questa fase vengono monitorati gli eventuali effetti avversi al fine di determinare la sicurezza del farmaco. La Fase II è un passaggio critico in quanto determina l’efficacia terapeutica e la non-tossicità direttamente sui pazienti; la percentuale di fallimento in questa fase è ancora elevata.

–          FASE III: è la fase finale, più lunga e costosa, che coinvolge il numero più alto di centri di ricerca e di pazienti (da 300 a oltre 3000). Questo è il passaggio definitivo volto a trarre le conclusioni generali sull’efficacia terapeutica e sulla non pericolosità del farmaco. In genere è consuetudine concludere almeno due trial di Fase III per ottenere l’approvazione del farmaco.

Superate queste tre fasi, insieme alle successive revisioni e valutazioni da parte degli organi di controllo, la molecola diventa un farmaco commercializzabile. Una volta immesso sul mercato il farmaco è sottoposto a farmacovigilanza (Fase IV), ovvero un monitoraggio della molecola nella popolazione. Questo permette di controllare l’efficacia e di sorvegliare la sicurezza della molecola a lungo termine ed in categorie particolari della popolazione. Nel caso si notino effetti avversi che non sono emersi nel corso delle sperimentazioni cliniche il farmaco può venire immediatamente ritirato dal mercato. Uno degli esempi più recenti è rappresentato dal Vioxx, approvato e commercializzato nel 2000 come efficace antinfiammatorio, viene ritirato 5 anni dopo in quanto associato ad un aumento del rischio di infarto e attacco di cuore.

I trial clinici sono quindi un passaggio fondamentale per l’approvazione di un farmaco ma sono, purtroppo, anche il punto della sperimentazione più controverso e manipolabile. Sono noti infatti casi di compagnie farmaceutiche che, nel nome del segreto industriale, nascondono o alterano parte dei risultati dei trial per promuovere una particolare molecola. In questo modo possono imbrogliare sulla sicurezza della molecola nascondento i dati negativi, oppure possono spacciare come più efficace un farmaco del tutto simile ai suoi predecessori.

Per questo motivo esistono campagne come AllTrials (tra i cui fondatori troviamo Ben Goldrace, già autore di libri-inchiesta di successo come “Bad Science” e “Bad Pharma”) e progetti come il portale IFPMA dedicati all’incremento della trasparenza nei trial clinici.

La totale trasparenza dei trial e la completa accessibilità ai dati raccolti dovrebbe essere un prerequisito fondamentale nel processo di produzione di un farmaco per garantire la sicurezza e la salute dei pazienti.

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Come nasce un farmaco?

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Premessa: con questo post non voglio né difendere né attaccare le case farmaceutiche. L’intento di questo post è semplicemente quello di descrivere brevemente i passaggi che portano alla nascita di un farmaco.

Prima di cominciare vorrei però esprimere un paio di concetti sulla logica dell’industria del farmaco. Quando si parla di produzione di farmaci la critica principale si può riassumere con: le case farmaceutiche pensano solo al profitto.

Questa affermazione è tutto sommato vera, ma questo non implica per forza che la qualità dei farmaci sia scarsa o, peggio ancora, che aziende e medici vogliano far ammalare la gente per non rimanere senza lavoro (si sente pure questo, anche da note trasmissioni televisive, non faccio nomi). A logica sarebbe come dire che la polizia vorrebbe le strade piene di criminali o i pompieri le foreste sempre in fiamme.

Chi mi conosce sa quanto sia critico verso un sistema basato su capitalismo e consumismo, dominato dalle corporazioni. La prospettiva di un futuro distopico simile al “Brave New World” di Huxley mi fa semplicemente rabbrividire.

Nel Mondo Nuovo Huxley immagina un futuro distopico in cui gli esseri umani, divisi per caste e prodotti in fabbrica, vivono una vita  priva di ogni inibizione morale, in cui i rapporti tra individui sono superficiali, falsi e passeggeri. In questa società i farmaci la fanno da padrone.

Nel Mondo Nuovo Huxley immagina un futuro distopico in cui gli esseri umani, divisi per caste e prodotti in fabbrica, vivono una vita priva di ogni inibizione morale, in cui i rapporti tra individui sono superficiali, falsi e passeggeri. In questa società i farmaci la fanno da padrone.

D’altro canto, considerando il nostro sistema attuale, non riesco ad immaginare un modo di tutelare la salute di milioni di individui senza muovere ingenti somme di denaro. Il discorso del profitto è, come detto, vero, ma non rappresenta una critica effettiva. Qualsiasi impresa ha come obiettivo un profitto finale. Che produca olio, pasta, sigarette o smartphone qualsiasi azienda cercherà di avere un margine di profitto. Mi sembra una cosa scontata. Certo, come ci sono aziende che vendono olio scadente come extravergine esistono anche case farmaceutiche che pongono i propri interessi economici di fronte alla ricerca scientifica. I casi di aziende (farmaceutiche e non) con comportamenti criminali e spregiudicati esistono, sono documentati e, quando scoperti, i colpevoli sono giustamente perseguiti e condannati.

Questi casi, però non devono far perdere la fiducia nella ricerca. Per un medico criminale ne esistono centinaia onesti. Il fatto che possano esistere medici criminali non è un buon motivo per buttarsi tra le braccia di santoni e terapie pseudoscientifiche. Per fare un paragone spiccio: se un elettricista mi imbroglia facendomi un impianto scadente non abbandono l’elettricità in favore di barattoli pieni di lucciole; semplicemente chiamo un altro elettricista assicurandomi che sia più onesto del precedente.

Ma passiamo all’argomento principale del post.

Come nasce un farmaco?

Per comodità mi concentrerò sulle piccole molecole (come l’aspirina) e tralascerò altri tipi di farmaci come i farmaci biologici (enzimi, vaccini) o i dispositivi medici (protesi, strumentazioni diagnostiche).

Forse non tutti sanno che le grandi case farmaceutiche non sono gli unici attori nel processo di nascita di un nuovo farmaco. Laboratori indipendenti e Università sono infatti attivamente coinvolti nel percorso. Spesso può succedere, ad esempio, che una molecola venga scoperta o prodotta da un laboratorio universitario il quale, non disponendo né di fondi né di strutture adeguate, vende il brevetto ad una casa farmaceutica la quale è in grado di sostenere e finanziare tutti i test necessari e di procedere poi alla commercializzazione finale. Una qualsiasi casa farmaceutica può godere dell’uso esclusivo del brevetto per un periodo limitato (in Italia sono 25 anni), dopodiché il brevetto decade, la molecola diventa pubblica e utilizzabile da qualunque altra azienda. Scaduto il brevetto un farmaco diventa quindi un cosiddetto farmaco equivalente (o generico).

In generale lo sviluppo di un nuovo farmaco è un processo molto lungo (fino a 16 anni) ed estremamente costoso (qui le cifre ballano, c’è chi parla di oltre un miliardo di euro a molecola a chi riporta cifre tra i 100 e 200 milioni di euro) che richiede il lavoro sinergico di numerosi esperti in settori anche molto differenti tra di loro.

La nascita di una singola molecola, infatti, vede la collaborazione di specialisti come farmacologi, chimici specializzati in sintesi, clinici, biologi molecolari, esperti di regolamentazione e normative, biochimici, bioinformatici e altri ancora.

La sinergia tra diversi specialisti è fondamentale per lo sviluppo di un farmaco sicuro ed efficace.

La sinergia tra diversi specialisti è fondamentale per lo sviluppo di un farmaco sicuro ed efficace.

Di per sé, poi, il processo complessivo può essere diviso in diverse fasi principali organizzate tra ricerca di base, fase pre-clinica, fase clinica e commercializzazione.

Il primo, fondamentale, passsaggio consiste nell’identificazione del target. Prima di sviluppare una molecola bisogna conoscere il bersaglio. Come detto nella puntata precedente bisogna conoscere i meccanismi molecolari di una malattia per poterla curare in modo efficace. Una patologia può essere provocata, ad esempio, da un enzima iperattivo e inibendolo si può eliminare la malattia. Una volta identificato l’enzima si può sviluppare un farmaco inibitore. Questa fase è gestita dalla ricerca di base e non ha una durata precisa, si parla comunque nell’ordine degli anni.

Quando il bersaglio è stato individuato, confermato e validato con assoluta certezza, bisogna trovare una molecola in grado di colpire tale bersaglio con la più alta efficienza e la maggiore precisione possibili. Questa, da un certo punto di vista, è la fase più caotica. Per trovare una singola molecola si può fare uno screening casuale di enormi banche dati formate da migliaia di molecole, anche se in realtà oggi si cerca di fare una ricerca più mirata.

Per trovare una molecola di interesse si possono studiare le molecole esistenti e i dati dalle osservazioni cliniche condotte precedentemente su altri composti. Spesso farmaci scartati perché ineffficaci per una patologia possono rivelarsi utili per combatterne un’alta.

Il Minoxidil è l'esempio di un farmaco "riscoperto" per un suo effetto secondario. Registrato nel 1979 come antipertensivo aveva tra gli effetti collaterali l'ipertricosi (aumento di pelosità). Venne registrato nuovamente come rimedio contro la caduta dei capelli.

Il Minoxidil è l’esempio di un farmaco “riscoperto” per un suo effetto secondario. Registrato nel 1979 come antipertensivo aveva tra gli effetti collaterali l’ipertricosi (aumento di pelosità). Venne registrato nuovamente come rimedio contro la caduta dei capelli.

Si possono inoltre cercare principi attivi in natura, da sempre fonte di molecole bioattive, oppure si possono usare approci più razionali: grazie alle moderne tecnologie di calcolo e simulazione, infatti, oggi nuove molecole possono essere progettate e disegnate in modo che possano interagire efficacemente con il bersaglio d’interesse.

Ultimo ma non ultimo va ricordato anche il caso. Sembra assurdo ma le scoperte più o meno casuali, la cosiddetta serendipity, hanno contribuito a passi fondamentali della ricerca medica. Si pensi alla penicillina o al Viagra, inizialmente studiato come trattamento per l’angina pectoris.

L'uso farmaceutico dei cannabinoidi è un esempio lampante di molecole bioattive scoperte in natura ed utilizzate in medicina.

L’uso farmaceutico dei cannabinoidi è un esempio lampante di molecole bioattive scoperte in natura ed utilizzate in medicina.

Dopo anni di studio e collaborazioni interdisciplinari, le decine di migliaia di molecole iniziali sono ridotte a poche centinaia. Una delle critiche principali riguarda la scarsa efficienza di questo processo a fronte delle migliaia di molecole scartate. Ma si tratta in verità di un processo di raffinamento e accurata selezione. Nessun prodotto o nessuna invenzione nasce da un singolo progetto e da un singolo tentativo.

Superata la ricerca di base, queste poche centinaia di molecole (circa il 5%) arrivano alla fase preclinica di Fase I e di Fase II. Queste sono le fasi in cui entranto in gioco le sperimentazioni in vitro (su colture cellulari e batteri) e le tanto discusse sperimentazioni in vivo (su modelli animali, in genere una molecola deve essere validata su due mammiferi differenti, come coniglio e topo per esempio).

In queste due fasi viene valutata la tossicità della molecola in acuto (singola somministrazione) o in cronico (somministrazione ripetute) e si studiano i possibili effetti pericolosi per la fisiologia dell’organismo. Ogni aspetto viene considerato, dai possibili danni al DNA alla cancerogenicità, dall’interferenza con la gravidanza (effetti tossici sull’embrione, sul feto o sulla madre) agli effetti sul sistema nervoso. Nessun sistema fisiologico viene ignorato. Dall’intestino al sangue tutto l’organismo viene analizzato per valutare la sicurezza della molecola.

Da questa lunga fase di sperimentazione preclinica escono una manciata di molecole che, se approvate per la sperimentazione clinica, diventano candidati farmaci. Per dare un’idea della rigidità dei test della fase preclinica basti pensare che su circa 250 molecole testate solo 5 arrivano alla fase clinica (circa il 2%)

Chiudo con un’immagine riassuntiva dell’imbuto che porta alla nascita di un farmaco a partire da migliaia di possibili candidati. Nella prossima puntata approfondirò la fase clinica (trial) e la commercializzazione finale.

Immagine riassuntiva della nascita di un farmaco. Da migliaia di possibili candidati alla singola molecola finale.

Immagine riassuntiva della nascita di un farmaco. Da migliaia di possibili candidati alla singola molecola finale.

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I tempi della ricerca medica.

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La disinformazione scientifica in campo medico (e non solo) dilaga. Un oscurantismo moderno intriso di superstizione che abbiamo visto recentemente tornare alla ribalta con  casi come Stamina, i servizi sulle diete alcaline per curare i tumori e gli articoli sui vaccini che causano l’autismo.

Bufale avvolte in un alone di mistero complottista e colme dell’ignoranza e della supponenza di chi vuole parlare con cognizione di causa di qualcosa che non conosce. Tutto questo non fa altro che alimentare falsi miti e creare una grande confusione tra il pubblico privo (non per colpa sua) di basi scientifiche adeguate.

Uno degli scopi principali di questo blog è cercare di parlare di scienza in modo corretto e comprensibile. Per questo motivo vorrei cercare di riportare un po’ di ordine nel marasma pseudoscientifico degli ultimi tempi dedicando i prossimi post allo sviluppo della medicina moderna e ai processi che portano alla nascita di un farmaco.

Sono argomenti molto densi e molto complessi ma cercherò di esporli in maniera sintetica e non troppo noiosa. Va da sé che ciò mi impone di non poter entrare nel dettaglio o approfondire ogni singolo aspetto di ogni punto.

Oggi vorrei partire da un’affermazione che leggo spesso sui social network e che viene usata in genere da chi diffonde le bufale sopracitate cercando di screditare la ricerca scientifica, ovvero: “Figurati se nel terzo millennio non esiste una cura per questa malattia”

Questa è una dimostrazione dell’ignoranza e della supponenza a cui ho fatto riferimento sopra. I molti (purtroppo) che pronunciano una frase del genere palesano da un lato una profonda ignoranza della storia della medicina moderna e dall’altro sopravvalutano le capacità tecnologiche dell’uomo.

A livello di superficialità è come dire “siamo nel 2014, figurati se non siamo in grado di teletrasportare le persone”.

La moderna scienza medica, è vero, ha compiuto passi da gigante negli ultimi anni ma non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di una disciplina estremamente giovane. L’applicazione sistematica del metodo scientifico alla pratica medica risale infatti solamente agli inizi del ventesimo secolo.

La ricerca medica basata su evidenze scientifiche dimostrate, inoltre, si è sviluppata in un mondo in cui le persone venivano “curate” con pratiche mediche fondate sul nulla ma profondamente radicate nelle tradizioni e nelle superstizioni e per questo dure da estirpare. Basti pensare alla pratica dei salassi diffusa sin dall’antichità ed operata fino alla fine del diciannovesimo quando ne è stata dimostrata l’inefficacia e la pericolosità.

Olio di serpente. Un noto “rimedio” venduto dai ciarlatani per curare tutti i mali. Popolare fino a primi decenni del ventesimo secolo, ancora oggi si trovano truffatori che vendono questo elisir o sue varianti.

Tra superstizione, truffe e ciarlatanerie la nascente scienza medica ha dovuto combattere con forza per affermarsi ed estirpare le erbacce che per secoli hanno minato (e spesso minano tuttora)  la salute stessa delle persone che avrebbero dovuto curare.

La medicina moderna quindi esiste e combatte da poco più di un secolo. Cento anni possono sembrare molti ma diventano pochissimi se si pensa che un farmaco per essere sviluppato, approvato e diffuso tra la popolazione richiede in media tra i 10 e i 16 anni.

La penicillina, ad esempio, è stata scoperta ufficialmente da Fleming solo nel 1929 ed utilizzata sistematicamente per combattere le infezioni batteriche sono dagli anni  ’40!  In generale l’uso degli antibiotici risale a meno di 80 anni fa.

Alexander Fleming (credit: Wikipedia)

Perché un farmaco possa essere sviluppato e una malattia curata in modo efficace, inoltre, è opportuno e necessario conoscere le cause, i meccanismi molecolari che determinano una particolare patologia. Conoscendo i meccanismi molecolari di una malattia si possono sviluppare cure con maggiore efficacia. In questo modo, infatti, la ricerca non procede più per tentativi ma, conoscendo il bersaglio, sviluppa l’arma per colpire quel bersaglio in maniera estremamente specifica.

Ma se la medicina moderna è una disciplina giovane, in termini temporali lo sviluppo dello studio delle malattie a livello molecolare è paragonabile ad un neonato. È solo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, infatti, che si è iniziato a comprendere le basi molecolari della malattie e, al giorno d’oggi, sono più di 4000 le patologie di cui si conoscono le cause a livello molecolare.

Purtroppo il passo tra il conoscere una malattia e sviluppare una cura efficace non è né immediato né automatico. Delle 4000 malattie note sopracitate meno di 300 hanno una cura attualmente disponibile. Questo dato da un’idea della complessità e dei tempi della ricerca.

In poche parole il passaggio tra le conoscenze fondamentali (la scoperta del meccanismo/bersaglio) e l’applicazione pratica di tali conoscenze (lo sviluppo di una cura efficace) è un percorso lungo, difficile, costoso e il cui successo non è scontato.

Nell’immaginario collettivo le scienza è rapida, efficace e raggiunge i proprio obiettivi in tempi brevi. Ricordo di aver riso nel vedere una scena del recente film di Spiderman in cui la cura per far ricrescere un arto viene trovata e sviluppata in una notte.

Una scena tratta da "The Amazing Spiderman" (2012). In un laboratorio i geni vengono ricombinati utilizzando scenografici ologrammi colorati. Tutto molto bello, ma niente di vagamente corrispondente al vero.

Una scena tratta da “The Amazing Spiderman” (2012). In un laboratorio i geni vengono ricombinati utilizzando scenografici ologrammi colorati. Tutto molto bello, ma niente di vagamente corrispondente al vero.

Purtroppo tale immagine è buona giusto per un buon film di fantascienza e non corrisponde a niente di reale.

Ma l’obiettivo principale della ricerca medica è rendere reale la fantascienza. Accorciare i tempi della ricerca, velocizzare lo sviluppo delle cure per particolari patologie sono traguardi concreti che lo sviluppo della moderna tecnologia sta contribuendo a raggiungere.

Sicuramente gli ologrammi dell’Uomo Ragno non sono dietro l’angolo, ma la ricerca medica sta diventando sempre più efficiente. Diciamo che questa giovane disciplina sta diventando adulta. Del resto in cento anni l’aspettativa di vita di un neonato è passata da meno di 50 anni a quasi 80. Questi sono risultati incredibili e tangibili.

Ridurre i tempi di sviluppo di una cura è fondamentale. Sia perché permette di salvare più vite oggi sia perché impedisce ai ciarlatani di insinuarsi in questi buchi di conoscenza.

Il caso Stamina è un chiaro esempio di questo fenomeno: l’assenza di una cura efficace immediata porta i malati ad affidarsi a metodi basati sul nulla. Ovviamente non biasimo chi da disperato si aggrappa ad un’illusione, ma condanno chi sfrutta tale disperazione per interessi personali.

È una corsa contro il tempo. La ricerca deve velocizzare i propri tempi per evitare che la gente perda la fiducia nella medicina aggrappandosi a facili e immediate illusioni che non portano a nulla se non al profitto di chi specula sulla sofferenza.

Per oggi chiudo qui. I prossimi post saranno dedicati ai trial clinici e ai processi che portano allo sviluppo di un farmaco.

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Fitoterapia Vs Omeopatia: le differenze

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In seguito alla pubblicazione del mio ultimo post sull’inganno dell’omeopatia (LINK) ho notato un certo grado di confusione sull’argomento, soprattutto per quanto riguarda la differenza tra omeopatia e fitoterapia.

Da quanto ho capito la confusione tra i due metodi viene generata alla fonte dalle stesse strutture di distribuzione che tendono a riunire i farmaci fitoterapici e i principi omeopatici nell’unica, raffazzonata categoria dei “farmaci omeopatici”.

In realtà i farmaci fitoterapici (e l’erboristeria in generale) nulla hanno a che vedere con l’omeopatia. Anzi, nonostante la medicina “naturale” sia in genere considerata alternativa alla comune scienza medica è in verità molto più vicina a quest’ultima che all’omeopatia.

Ma andiamo con ordine.

Come abbiamo visto l’omeopatia si basa su principi completamente non scientifici, non dimostrati (perché non dimostrabili) e spiegabili solo tramite fantasiose teorie anch’esse indimostrate (si veda “memoria dell’acqua“).

La fitoterapia, invece, comprende tutti quei trattamenti e medicamenti che si basano su derivati vegetali. Si tratta di una categoria molto ampia che va dai rimedi tradizionali della medicina popolare (i rimedi “della nonna” per intenderci) alle più sofisticate applicazioni biomediche.

L’utilizzo di piante in medicina è una prassi antichissima e diffusa praticamente in tutti i popoli del pianeta. In quanto pratica medica a tutti gli effetti, inoltre, si basa sugli stessi principi della normale farmacologia (es. effetti dose-dipendenti dati da interazioni chimico-fisiche con meccanismi fisiologici) .

piante officinali

Per facilitare la comprensione e dissipare ogni dubbio voglio proporvi un esempio pratico: l’insonnia, un ben noto disturbo del sonno che chiunque conosce (spesso per esperienza diretta).

Quali sono i rimedi per l’insonnia secondo la fitoterapia, l’omeopatia e la medicina classica?

  1. FITOTERAPIA: una cura fitoterapica per l’insonnia è rappresentata, per esempio, dall’uso di erbe sedative come la Valeriana (valeriana officinalis). L’effetto della valeriana è noto da tempo immemorabile ed è facilmente spiegabile a livello molecolare. Gli olii essenziali estratti dala pianta di Valeriana (acidi valerianici) sono infatti in grado di bloccare un enzima responsabile della degradazione del neurostrasmettitore GABA, coinvolto nell’inibizione delle attività dei neuroni e nell’induzione del sonno nell’uomo. Quindi, più valeriana assumete, più GABA rimarrà in giro nel vostro cervello e più sarà facile addormentarvi.
  2. MEDICINA CLASSICA: la medicina classica (che per l’assurdo è più recente e meno “tradizionale” della fitoterapia) potrebbe consigliarvi invece l’uso di sostanze come le benzodiazepine tra le quali troviamo il ben noto Valium. Anche in questo caso l’effetto è noto e descrivibile a livello molecolare. Le molecole di Valium interagiscono con i recettori che riconoscono il GABA sopracitato e ne aumentano l’effetto. Valium e Valeriana, quindi, agiscono in punti diversi dello stesso meccanismo, ottenendo un effetto simile. Un po’ come evitare un gol su calcio di punizione grazie alla barriera o grazie ad una parata del portiere: punti diversi, stesso effetto.
  3. OMEOPATIA: se avete difficoltà a prendere sonno un omeopata probabilmente vi consiglierà di assumere caffeina che come tutti sappiamo è un noto stimolante (stimola direttamente il sistema nervoso simpatico aumentando i livelli di adrenalina e noradrenalina nel sangue). Il principio omeopatico viene chiamato con il fantasioso nome latino di Coffea Cruda e altro non è che caffeina fortemente diluita la quale dovrebbe agire sempre secondo il principio (sbagliato) del “simile per curare il simile”, usare uno stimolante diluito per curare l’insonnia. In questo caso il meccanismo molecolare non può essere descritto semplicemente perché non esiste. La forte diluizione, inoltre, rende il principio nient’altro che acqua pura e gli unici effetti osservabili sono attribuibili al ben noto effetto placebo.

Quindi, come abbiamo visto, la fitoterapia è molto più vicina alla normale scienza medica e, anzi, si può dire che ne fa parte a tutti gli effetti.

Valeriana officinalis

Il termine “naturale” è purtroppo abusato dalle case farmaceutiche che promuovono la fitoterapia come “medicina alternativa” e in qualche modo migliore (o meno cattiva) rispetto alla comune scienza medica quando in realtà non sono poi così diverse. Questo metodo di marketing è profondamente scorretto in quanto crea confusione e sfrutta i principi veri ed efficaci della fitoterapia per promuovere metodi di cura falsi e inefficaci come l’omeopatia.

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Perché l’omeopatia non funziona. Un semplice calcolo.

Inserito il

Con il temine omeopatia vengono indicati tutta una serie di rimedi terapeutici che vengono comunemente considerati come alternativi alla tradizionale scienza medica.

Nonostante la popolarità di cui gode, i principi teorici su cui si basa l’omeopatia non hanno alcun fondamento scientifico e difatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità non la include tra i metodi di cura efficaci.

Senza entrare troppo nel dettaglio, una cura omeopatica prevede in generale che ad un malato venga somministrata una forte diluzione di una sostanza capace di indurre in una persona sana gli stessi sintomi mostrati dal malato in questione.

Tralasciando l’assurdità del concetto di curare un sintomo con una sostanza che da quel sintomo (per esempio curando l’insonnia con la caffeina) vorrei concentrarmi sul concetto di diluizione.

La diluizione è un punto cardine delle teorie omeopatiche ed è, senza neanche farlo apposta, il concetto più facile da criticare e confutare.

In genere le diluizioni utilizzate in omeopatia (e indicate come “potenza” del principio omeopatico) possono essere diluizioni decimali (1 parte di principio in 9 di diluente) o centesimali (1 parte di principio in 99 di diulente).

Un principio omeopatico con una potenza di 12C, per esempio, indica una diluizione centesimale ripetuta per 12 volte. Si passa quindi da una diluizione di una parte su 100 al primo passaggio per arrivare ad una parte su 100 elevato alla dodicesima (10012 o 1024 , cioè  una parte su un milione di miliardi di miliardi) all’ultimo passaggio.

Il problema fondamentale è che esiste un limite alle diluizioni possibili e tale limite (invalicabile) è rappresentato dal Numero di Avogadro.

Il Numero di Avogadro è una costante che indica il numero di particelle contenute in una mole di una particolare sostanza (la mole è l’unità di misura della quantità di sostanza). Il Numero di Avogadro è circa 6.022×1023 ovvero più o meno seicentomila di miliardi di miliardi.

Una mole di zucchero (circa 340 grammi considerando il peso molecolare del saccarosio) contiene quindi circa 600mila miliardi di miliardi di molecole di zucchero.

Perché in una soluzione di acqua e zucchero vi sia almeno una molecola di zucchero, quindi, non possiamo diluirla oltre il Numero di Avogadro. In un bicchiere di acqua e zucchero diluito a 12C, ad esempio, avremo praticamente una sola molecola di zucchero in tutto il nostro bicchiere.

Una diluizione superiore ai 12C è quindi acqua pura ed i principi omeopatici spesso sono il risultato di ulteriori e numerosi passaggi diluzione.

Rimedi omeopatici con diluizioni 30C, ben oltre il limite di 12C consentito dalle leggi della chimica-fisica

La farmacologia, invece, è un gioco di proiettili e bersagli e si basa sul concetto verificabile di interazione tra molecole. Una molecola di un farmaco o di una qualsiasi sostanza (come lo zucchero) interagisce con altre molecole all’interno del nostro corpo stimolando un effetto noto e determinato.

Tornando allo zucchero, le molecole che lo compongono interagiscono con i recettori del gusto dolce posti sulla nostra lingua dandoci così la sensazione del dolce che tutti conosciamo.

Un numero maggiore di molecole interagiranno con più recettori facendoci percepire un gusto più dolce. Immagino che chiunque abbia esperienza del fatto che un bicchiere di acqua e zucchero con poco zucchero (cioè molto diluito) sarà poco dolce.

In sintesi, se vi piace il caffè zuccherato vi sconsiglio di farvelo preparare da un omeopata!

Il meccanismo molecolare della percezione del gusto dolce. Le molecole di zucchero/dolcificante interagiscono con i recettori delle papille gustative attivando una cascata di segnali molecolari.

Questo ragionamento vale ovviamente per qualsiasi farmaco, sostanza o molecola.

La comune Aspirina ad esempio (la cui molecola è l’acido acetilsalicilico) interagisce con un enzima chiamato cicloossigenasi. Bloccando questo enzima viene bloccata la produzione di prostaglandine, ormoni coinvolti nella trasmissione del dolore al cervello e nella regolazione della temperatura corporea.

L’effetto analgesico dell’aspirina è quindi facilmente spiegabile e dimostrabile a livello molecolare e l’interazione tra la molecola di farmaco e l’enzima-bersaglio è alla base del suo meccanismo di funzionamento.

In sostanza (ahah! in “sostanza”, ho fatto la battuta….), mentre la farmacologia studia interazioni reali e rilevabili tra molecole e bersagli, gli effetti dell’omeopatia non vanno oltre quelli dell’effetto placebo.

Ovviamente non voglio tessere le lodi delle grandi case farmaceutiche i cui comportamenti, non sempre limpidi, sono impostati secondo una logica di profitto; ma le industrie omeopatiche non sono da meno o forse sono anche peggio poiché vendono acqua a caro prezzo spacciandola per Elisir di lunga vita.

Analisi chimica che evidenzia come il principio omeopatico non contenga alcuna sostanza.

Per approfondire il ragionamento vi consiglio questo POST sul blog Medbunker da cui è tratta l’immagine dell’analisi chimica riportata qui sopra.

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