Feed RSS

Archivi tag: fattori

Perché ci si ammala in inverno?

Inserito il

jonsnow

L’estate è ormai un ricordo lontano mentre ci incamminiamo verso i mesi più freddi dell’anno. E con il calo delle temperature arrivano anche i malanni di stagione.

Ma come mai ci ammaliamo più facilmente nei periodi invernali?

Prima di tutto dobbiamo sottolineare di quali malattie stiamo parlando. Le patologie che più vengono associate ai mesi freddi sono di sicuro l’influenza e il raffreddore comune. Il raffreddore è la malattia umana più diffusa con circa un miliardo di persone colpite ogni anno secondo le stime del National Institutes of Health americano. L’influenza invece, nota fin dai tempi di Ippocrate, colpisce invece 5 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo uccidendone fino a mezzo milione. Entrambe le malattie sono causate da ondate di infezioni virali che sembrano associarsi ai mesi freddi.

Ma è veramente così?

In verità l’associazione tra raffreddore ed influenza e l’inverno è vera solo per le zone temperate del nostro pianeta. Il virus dell’influenza, infatti, mostra picchi invernali solo nel Nord e nel Sud del mondo, mentre nelle zone più vicine all’equatore le epidemie di influenza si distribuiscono in modo omogeneo durante tutto l’anno. Anche per quanto riguarda il raffreddore i picchi si registrano d’inverno solo nelle zone temperate, mentre nelle zone tropicali il contagio è diffuso durante le stagioni delle pioggie (inoltre, non tutti i virus del raffreddore mostrano la stessa stagionalità).

Una stagionalità, quindi, esiste effettivamente. Ma quali sono i fattori che la determinano?

Secondo la teoria più classica questi fattori sono soprattutto di tipo ambientale e comportamentale. In inverno le persone tendono a stare al chiuso in casa, a stretto contatto tra loro e con scarsa circolazione d’aria, favorendo il contagio. L’aria secca, inoltre, può contribuire alla diffusione della malattia favorendo l’evaporazione di goccioline d’acqua che fungono da veicolo ottimale per i virus. La correlazione tra entità del contagio e condizioni ambientali come temperatura e umidità è stata verificata sperimentalmente in uno studio del 2007 a firma di Lowen e colleghi della Mount Sinai School of Medicine. Nello studio viene dimostrato come il contagio da virus dell’influenza, verificato su porcellini d’India, sia più efficiente in ambienti a bassa temperatura e con scarsa umidità.

6358974233902098801606293334_here-are-some-winter-survival-tips-from-the-us-marine-corps

Recentemente, però, nuove scoperte hanno aggiunto un fattore biologico all’equazione della stagionalità di influenza e raffreddore. Come il rhinovirsu, responsabile del raffreddore, prosperi meglio alle basse temperature delle nostre cavità nasali d’inverno è un fatto noto fin dagli anni ’60. Ciò che Foxman e colleghi dell’Università di Yale hanno scoperto è che, non solo il rhinovirus è più attivo a basse temperature, ma che il nostro stesso sistema immunitario è meno efficiente quando si tratta di combattere il contagio al freddo. Nello studio, pubblicato nel 2014, si legge infatti come le basse temperature inducano una minore risposta anti-virale in cellule delle vie nasali dei topi. A temperature prossime a quella corporea, viceversa, le cellule delle vie nasali mostrano una maggiore reattività e riescono a combattere l’infezione virale con efficacia, segnalando il pericolo alle cellule circostanti.

Tirando le somme si può quindi ipotizzare come i picchi invernali di malattie come influenza e raffreddore siano dovuti a fattori comportamentali (stare al chiuso a stretto contatto con altre persone), ambientali (scarsa circolazione di aria fredda e secca) e biologici (una minore efficienza del nostro sistema immunitario a basse temperature).

Per approfondire l’argomento, oltre agli articoli scientifici linkati sopra, consiglio QUESTO articolo sul NY Times e QUESTO post.

[Se questo post ti è piaciuto e vuoi rimanere aggiornato/a non dimenticare di mettere mi piace” sulla PAGINA FACEBOOK!]

Annunci

Perché gli atleti giamaicani sono così veloci?

Inserito il

Giusto ieri Usain Bolt vinceva l’oro nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Rio diventando il primo atleta a vincere tale competizione in tre edizioni consecutive dei Giochi. Lightning Bolt, come è soprannominato, è certamente un talento più unico che raro, ma non è il primo atleta giamaicano a primeggiare nella gara più rapida dell’atletica. Tra i suoi connazionali troviamo atleti come Asafa Powell, Yohan Blake, Nesta Carter, Michael Frater e Steve Mullings tra gli uomini e Shelly-Ann Fraser-Pryce, Kerron Stewart, Veronica Campbell-Brown, Merlene Ottey ed Elaine Thompson tra le donne.

1cc7c3a1753d7089ce978919436461a5

Il team giamaicano della 4×100 maschile a Londra 2012

Ma come è possibile che una piccola isola caraibica, con una popolazione inferiore ai 3 milioni di abitanti, riesca a produrre un numero così elevato di atleti d’elite?

Le teorie che tentano di spiegare questo fenomeno sono numerose e nessuna esclude l’altra. Questo perché sono i fattori stessi che determinano la nascita di un grande atleta ad essere numerosi e complessi.

Sicuramente esiste un fattore genetico. Numerosi articoli che si trovano in rete spesso citano il gene ACTN3, responsabile della produzione della proteina muscolare alpha-actinina-3, come il gene indispensabile per poter aspirare a diventare rapidi come Bolt e Powell. In verità, come spiegato bene in QUESTO articolo (in inglese), non ha senso parlare di “gene della velocità”, così come non si può identificare un singolo gene per un carattere fortemente ereditario come l’altezza. Questo semplicemente perché un simile gene non esiste, o meglio, non ne esiste solo uno. Il numero stimato di geni umani oscilla tra i 20 e i 25mila. Cifra che incrementa sensibilmente se si considerano le variazioni anche minimali che esistono da individuo ad individuo. Le interazioni tra i geni di un corpo umano, poi, sono talmente complesse e numerose che è impossibile identificare un singolo gene della velocità. Senza contare i fattori ambientali che possono modificare il pattern di espressione di diversi geni. Quindi, la base genetica in un grande atleta è effettiva e reale, ma è impossibile (almeno per ora) sviscerarne i meccanismi.

women-relay

Il team giamaicano della 4×100 femminile a Pechino 2015

Se i meccanismi genetici più sottili non sono analizzabili lo sono invece i loro effetti macroscopici. Dal punto di vista etnico, infatti, non sono solo gli atleti giamaicani ad essere particolarmente rapidi, ma lo sono più in generale tutti gli atleti di discendenza africana. È dal 1968, infatti, che i record del mondo sui 100 metri piani sono stati conseguiti solo da atleti di colore. Uno studio del 2010 ha analizzato le caratteristiche fisiche di diverse etnie e ha concluso che gli atleti di colore sono naturalmente predisposti alla corsa rapida in quanto dotati di arti più lunghi ed un torso più corto rispetto agli atleti caucasici. Questa conformazione fisica alza di centro di gravità del corpo, permettendo alle gambe di muoversi più rapidamente. Inoltre, nello sprint sono le gambe a fare la maggior parte del lavoro e un torso più corto contribuisce ad alleggerire il peso complessivo del corpo. Un torso più lungo è invece utile nel nuoto, disciplina in cui sono gli atleti caucasici ad eccellere.

Un altro fattore che si pensa possa aver contribuito a sviluppare la velocità dei giamaicani (e degli afroamericani) è la selezione causata dalla tratta degli schiavi operata nell’Atlantico tra i secoli XVI e XIX. La maggior parte degli attuali abitanti della Giamaica discende infatti da uomini e donne deportati come schiavi dall’Africa. Al tempo in molti morirono durante la pericolosa traversata atlantica. Per questo alcuni suggeriscono come siano stati i più forti coloro che riuscirono ad arrivare vivi nel Mar dei Caraibi ed in America, tramandando poi la loro innata resistenza ai propri discendenti.

bolt-blake-powell

Da sinistra: Usain Bolt, Yohan Blake e Asafa Powell

Un ultimo motivo dietro la velocità dei giamaicani, infine, è la tradizione. Lo sprint è una pratica popolare sull’isola dove i bambini si sfidano in gare veloci fin dalla più tenera età. Il sistema scolastico, poi, incentiva questa pratica tra gli studenti. Eventi di atletica come l’Inter-secondary School Boys and Girls Championship (detto Champs) vengono organizzati ogni anno nella capitale Kingston, mentre ingenti investimenti hanno permesso la realizzazione di strutture di allenamento all’avanguardia.

In conclusione, non esiste un solo fattore che rende gli atleti giamaicani così veloci. Ma, come abbiamo visto, tra i numerosi motivi possiamo sicuramente includere una certa dose di predisposizione genetica, una forte tradizione, infrastrutture adeguate, duri allenamenti di alto livelo (e allenatori in grado di garantirli) e quasi certamente una serie di fattori ambientali come cibo e clima.

Per approfondimenti consiglio QUESTO articolo.

[Se questo post ti è piaciuto e vuoi rimanere aggiornato/a non dimenticare di mettere mi piace” sulla PAGINA FACEBOOK!]

Perché i tatuaggi sbiadiscono con il tempo?

Inserito il

Spesso le idee per i post su questo blog vengono dalla mia quotidianità. Fenomeni che osservo o situazioni in cui mi trovo coinvolto che stimolano la mia curiosità.

Recentemente mi sono recato in uno studio specializzato per dare una ritoccata ad un mio vecchio tatuaggio. Dopo 11 anni il mio simpatico dragone si era sbiadito, i bordi erano meno definiti e linee che avrebbero dovuto essere separate erano ormai praticamente sovrapposte.

Ma come mai i tatuaggi sbiadiscono con il tempo?

rh3MCQ9

Esempio di tatuaggio sbiadito nel corso degli anni (per la fonte e una galleria con altri esempi guardate QUI).

Questo fenomeno è tipico di tutti i tatuaggi ed è tanto più evidente quanto le linee che compongono il disegno sono sottili e complesse. Per capire i processi fisiologici alla base di questo inevitabile e fastidioso processo dobbiamo prima capire in cosa consiste un tatuaggio.

Il tatuaggio è di per sé una pratica antichissima e i metodi utilizzati per la realizzazione dei disegni sono variegati (tra i quali ricordiamo il metodo estremo a cucitura della pelle tipico dei tatuaggi inuit).

Atanarjuat

Tipito tatuaggio inuit realizzato con il metodo della cucitura. Il pigmento (in genere fuliggine) viene deposto nella cute tramite ago e filo. Il filo coperto di fuliggine, deposita i pigmenti passando attraverso gli strati della pelle. (per altre immagini di tatuaggi inuit guardate QUI)

Al giorno d’oggi i tatuaggi più diffusi in Occidente sono realizzati tramite l’inserimento nel derma di inchiostro specifico tramite l’uso di uno o più aghi.

L’inchiostro utilizzato per per tracciare linee, scritte o disegni permamenti sul proprio corpo è generalmente composto da due parti: il veicolo (o carrier) e il pigmento. Il primo è un solvente (acqua, glicerina, propilene, metanolo) che serve a mantenere i pigmenti in soluzione e a proteggerli da agenti patogeni e contaminazioni. Il secondo, invece, è formato dalle particelle che andranno a comporre il tatuaggio stesso. Esistono numerosi tipi differenti di pigmenti ed in genere sono di origine minerale, vegetale o plastica (per approfondimenti sulla composizione degli inchiostri da tatuaggi guardate QUI).

L’ago di una pistola da tatuaggio, quindi, penetra lo strato superficiale dell’epidermide e deposita frammenti di pigmenti nel derma. Il derma è lo strato della nostra cute che si trova al di sotto dell’epidermide. È formato principalmente da tessuto connettivo ed è altamente vascolarizzato ed innervato.

Normal_Epidermis_and_Dermis_with_Intradermal_Nevus_10x

Epidermide e derma (in rosa chiaro). (fonte: Wikipedia)

Quando i pigmenti d’inchiostro arrivano nel derma il sistema immunitario reagisce rilevando dei corpi estranei. Per proteggerci da quella che a tutti gli effetti è un’invasione i globuli bianchi si precipitano sul luogo dell’attacco e cercano di liberare il tessuto dai pigmenti.

I globuli bianchi, però, sono cellule relativamente piccole rispetto alle particelle di pigmento. Per questo motivo riescono a fagocitare facilmente solo i frammenti più piccoli che vengono eliminati poi tramite il sistema linfatico ed il fegato. I frammenti più grossi, invece, vengono circondati dalle cellule tipiche del connettivo (i fibroblasti) e sono destinati a rimanere intrappolati nel nostro derma per un tempo indeterminato.

Con il passare degli anni questi fibroblasti si muovono, si dividono e muoiono. Il tatuaggio finisce così per spostarsi più in profondità nel derma, mentre le linee che lo compongono si allargano, dando quel fastidioso effetto sfocato e sbiadito.

Diversi fattori, infine, possono contribuire ad accelerare il processo. Tra questi troviamo dimagrire o ingrassare repentinamente, aumentare o diminuire la massa muscolare, esporsi a lungo e senza protezioni alla luce solare.

(per ulteriori approfondimenti cliccate QUI e guardate QUESTO video)

[Se questo post ti è piaciuto e vuoi rimanere aggiornato/a non dimenticare di mettere mi piace” sulla PAGINA FACEBOOK!]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: