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L’evoluzione delle idee: il concetto di meme.

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Personalmente considero “Il Gene Egoista” di Sir Richard Dawkins una pietra miliare ed una lettura fondamentale sia dal punto di vista scienfitico che filosofico. Per queste ragioni l’ho utilizzato in passato e lo utilizzerò ancora in futuro come fonte di nozioni e d’ispirazione per i alcuni dei miei post.

Dawkins è uno dei maggiori esponenti del neo-darwinismo e padre di un concetto estremamente potente: il meme.

Purtroppo il significato originale della parola, coniata dallo stesso Dawkins, è stato leggermente travisato e decontestualizzato, tanto che oggi questo neologismo è utilizzato per indicare immagini, personaggi  o brevi filmati che raggiungono una diffusione “virale” attraverso i social network.

Il termine è oramai fortemente associato al contesto non-sense dell’umorismo della Rete. Un fenomeno sociale talmente ampio da spingere Dawkins stesso a prestarsi ad un parallelismo tra la sua iniziale definizione di meme e l’attuale contesto nel quale la parole viene utilizzata. Di seguito potete vedere la “Memes Vs Genes song” introdotta da Dawkins in persona:

Ma, scherzi a parte, il concetto di meme è alla base di una teoria fondamentale: la teoria dell’evoluzione della mente umana.

Ma andiamo con ordine.

Ne “Il Gene Egoista” Dawkins si chiede in quale modo un astronauta atterrato su un pianeta sconosciuto potrebbe riconoscere una vita aliena, completamente differente dalla nostra. In sostanza, quali sono gli attributi fondamentali e universali (se esistono) che definiscono la vita?

A questo punto dovremmo ovviamente aprire una parentesi gigantesca e credo sia meglio tenere la definizione di vivente per un prossimo post.

In ogni modo, Dawkins sostiene che la vita, qualsiasi tipo di vita, debba possedere una caratteristica fondamentale, ovvero basarsi su

“l’evoluzione attraverso la sopravvivenza differenziale di entità che si replicano”

In parole povere entità individuali che si replicano e si evolvono sotto la spinta della selezione naturale.

Sul nostro pianeta questa caratteristica è propria della molecola di DNA e dei geni che di DNA sono fatti.

I geni sono i replicatori che si sono sviluppati sulla Terra. Essi creano copie di se stessi e, se adatti a vincere la sfida della selezione naturale, si diffondono nella popolazione, sopravvivono e si tramandano nel corso delle generazioni.

Rappresentazione artistica di un gene all’interno di un cromosoma.

La vita su un pianeta alieno, però, potrebbe essere basata su un altro tipo di replicatori, completamente differenti dai geni.

Tuttavia, secondo Dawkins, non c’è bisogno di andare su un altro pianeta per trovare un replicatore diverso dai geni. Senza doversi spingere nello spazio interstellare, infatti, un nuovo replicatore sembra essere nato sul nostro pianeta e, più precisamente, all’interno nella nostra testa.

Tale replicatore sarebbe nato dalla brodo primordiale rappresentato dalla cultura umana ed è, appunto, il meme. Il termine deriva dalla contrazione del termine in Greco Antico “mimeme” inteso come qualcosa che imita.

Il meme, secondo la teoria di Dawkins, sarebbe dunque l’unità replicante dell’evoluzione culturale umana. Un meme può essere una melodia, un’idea, una frase, una moda, una tecnica di costruzione.

In poche parole il meme è un’unità di trasmissione culturale che permette alla cultura umana di evolversi e tramandarsi di cervello in cervello, di generazione in generazione.

Il meme di Dio è uno dei migliori esempi di meme riportati ne “Il Gene Egoista”. L’idea di Dio è nata più volte in modo indipendente in differenti popolazioni in tutto il pianeta. Dio, nient’altro che un’invenzione umana, è un meme di grande successo che si è tramandato di generazione in generazione grazie alle dottrine religiose, all’arte e alla filosofia.

Così come i geni si tramandano e si diffondono all’interno del pool genico così i memi si tramandano e si diffondono all’interno del pool memico. Un’idea o una melodia in grado di far presa sarà destinata a diffondersi tra la popolazione, saltando di cervello in cervello grazie all’imitazione e contribuendo al progresso della cultura umana.

Come i geni anche i memi subiscono una pressione selettiva e, sempre come i geni, possono mutarsi e adattarsi con l’unico scopo di sopravvivere.

Il parallelismo tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione genetica non è un concetto nuovo e Dawkins non è il primo ad averne parlato. Tuttavia il concetto di meme è altamente rivoluzionario perché introduce un nuovo replicatore indipendente all’interno della lotta per la sopravvivenza.

È vero che i memi nascono da un cervello che è il prodotto di una selezione di geni, ma questo non implica che i primi debbano essere asserviti ai secondi.

I memi, in quanto replicatori fondamentali, sono indipendenti dal sistema che li ha preceduti e, anzi, possono soprassederlo con forza.

La selezione naturale dei geni e l’evoluzione genetica sono infatti processi estremamenti lenti, mentre l’evoluzione culturale attraverso la selezione dei memi procede a velocità folli.

Un’idea può diffondersi rapidamente e può mutare e migliorarsi in modo altrettanto rapido ed efficiente. Probabilmente con un’efficienza superiore a quella dei geni stessi. Come ci ricorda Dawkins nel suo libro i geni di Socrate e Leonardo sono con ogni probabilità andati perduti per sempre, ma i loro memi, le loro idee, vanno ancora molto forte!

Per citare “V for Vendetta”:

 “Le idee sono a prova di proiettile…”

Le idee sono a prova di proiettile. Fotogrammi tratti dall’adattamento cinematografico di “V For Vendetta” di Alan Moore.

In ogni caso, all’interno contesto della teoria di Dawkins i geni egoisti “pensano” solamente alla propria sopravvivenza, aldilà dell’individuo che li ospita.

Nella teoria del gene egoista gli individui viventi sono macchine che i geni utilizzano per garantire la propria sopravvivenza. Allo stesso modo anche un meme è “interessato” solamente alla propria sopravvivenza. I cervelli sono contenitori e l’imitazione è il sistema di diffusione. In questo modo i memi sopravvivono, aldilà degli individui che li ospitano in un determinato momento temporale e si diffondono persino a discapito degli stessi geni che hanno permesso la nascita di questa nuova classe di replicatori.

Pensate ad esempio al meme del celibato. In un contesto religioso un simile meme ha un grande successo e la sua diffusione risulta rapida ed efficiente efficiente anche se ciò va a discapito dei geni che utilizzano la riproduzione come mezzo di replicazione e trasmissione.

In questa visione un po’ fatalista, però, Dawkins vede uno spiraglio che ci rende unici di fronte alla vita sulla Terra e si esplica nel mistero ancora irrisolto della nostra coscienza. Concludendo con le parole di Dawkins stesso:

“Abbiamo il potere di andare contro ai nostri geni egoisti e, se necessario, ai memi egoisti del nostro indottrinamento. […] Siamo cosruiti come macchine dei geni e coltivati come macchine dei memi, ma abbiamo il potere di ribellarci ai nostri creatori. Noi, unici sulla terra, possiamo ribellarci alla tirannia dei replicatori egoisti.”

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Metamorfosi: la scienza del cambiamento.

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Il titolo di questo post è preso in prestito dal magistrale documentario della BBC “Metamorphosis: the science of change” che analizza uno dei fenomeni più affascianti della vita, la metamorfosi appunto.

Il documentario di David Malone è del 2013 ed è visibile liberamente ed interamente su YouTube (lo incollo qui di seguito). Se non volete anticipazioni vi consiglio di smettere di leggere questo post e dedicare la prossima ora alla visione di questo viaggio nel mondo del cambiamento:


La metamorfosi, il cambiamento radicale della forma di un organismo vivente, è un fenomeno estremamente potente che affascina da sempre gli esseri umani di qualsiasi cultura.

Da “Le Metamorfosi” di Ovidio (8 d.C.) fino a “La Metamorfosi di Franz Kafka (1915), dalle leggende su licantropi e uomini mutaforma fino a “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde” di Stevenson (1886). Il mutamento di forma ha intrigato, ispirato e spesso spaventato le menti di intere generazioni.

Dal punto di vista umano la metamorfosi non è solamente un cambiamento della forma fisica legato allo sviluppo ma acquista profondi significati filosofici in relazione ad aspetti propri della natura umana. La trasformazione di Gregor Samsa, ad esempio, rappresenta la caduta di un uomo dal un contesto sociale in cui è sempre stato inserito mentre la transizione tra Jekyll e Hyde analizza la dicotomia dello spirito umano.

Locandina di uno dei primi adattamenti cinematografici del racconto breve di Stevenson. “Dr Jekyll e Mr Hyde” per la regia di John Stuart Robertson (1920) [fonte: Wikipedia]

In Natura la metamorfosi è associata alla crescita dell’individuo, alla transizione dalla fase giovanile alla fase adulta. L’esempio sicuramente più noto è rappresentato dalla trasformazione del bruco in farfalla.

Nel passaggio dalla goffa forma larvale alla leggiadra e svolazzante forma adulta a cambiare non è solamente l’aspetto fisico ma l’intima natura della vita dell’insetto stesso. Le cellule che compongono il bruco si riorganizzano radicalmente e la creatura che emerge dalla crisalide è completamente rinnovata. Un nuovo aspetto, nuovi organi, un nuovo cervello, nuove abilità (il volo), nuove abitudini alimentari ed un nuovo scopo nella vita.

Se l’obiettivo del bruco è nutrirsi il più possibile, infatti, quello della farfalla è di riprodursi cercando un luogo dove la prole possa crescere in salute. Per questo la farfalla si alza in volo allontanandosi dalla zona povera di cibo lasciata dalla propria vorace forma larvale.

Una farfalla esce dalla crisalide completando la propria metamorfosi.

Il bruco e la farfalla sembrano non avere nulla in comune, ed è esattamente qui che risiede la meraviglia della metamorfosi. Il bruco e la farfalla sono infatti in tutto e per tutto lo stesso individuo, con lo stesso patrimonio genetico. Un singolo individuo, in grado di vivere due vite completamente differenti l’una dall’altra. Un cambiamento talmente radicale da ispirare le leggende secondo le quali il dio induista Brahma concepì l’idea della reincarnazione proprio dopo aver osservato una farfalla librarsi in volo dalla propria crisalide.

Ma la metamorfosi del bruco, condivisa da numerosi altri insetti, non è l’unico esempio di questo fenomeno.

Animali più vicini a noi rispetto agli insetti sono infatti in grado di mutare la propria forma nel corso della vita. È il caso, ad esempio, di Echinodermi come i ricci di mare (so che sembra strano ma non sono così lontani da noi all’interno dell’albero dell’evoluzione) o di Anfibi come le rane.

Proprio la trasformazione del girino in una rana adulta sembra portare la metamorfosi ad un altro livello. Se il bruco subisce la metamorfosi nel momento in cui il suo corpo interrompe la produzione di un ormone che lo mantiene allo stadio larvale, il girino in un qualche modo gestisce direttamente la propria metamorfosi, scegliendo quando diventare una rana in base agli stimoli che riceve dall’ambiente.

Non si può ovviamente parlare di scelta consapevole ma il girino riesce ad interpretare segnali dal mondo esterno (quali la temperatura, la profondità dell’acqua, il livello di predazione subito dai suoi fratelli…) e a regolarsi di conseguenza. Se un predatore inizia a decimare la popolazione di girini i superstiti “capiscono” che è meglio cambiare aria e attivano la metamorfosi verso lo stadio di rana adulta in grado di rifugiarsi all’asciutto. Se lo stagno è tranquillo e l’acqua profonda e ricca di cibo, invece, il girino può rimandare la metamorfosi ed impegnarsi ad aumentare le proprie dimensioni per diventare così una rana più grande in futuro.

I girini possono gestire e regolare la propria metamorfosi. Per questo motivo si possono trovare, nello stesso stagno ed all’interno della stessa generazione, girini a differenti stadi della propria metamorfosi.

Nel corso del documentario Malone si interroga su come la metamorfosi possa avere un ruolo anche nell’uomo. Il nostro organismo, soprattutto nel corso dello sviluppo embrionale, va incontro ad una serie di profondi cambiamenti morfologici e funzionali, ma nessuno di essi è considerabile una metamorfosi.

Nell’uomo la metamorfosi può essere intesa ad un livello più filosofico e cognitivo che fisico. Sono le nostre idee, piuttosto che in nostri geni, a mutarsi e ad evolversi modificando la realtà delle nostre società (questo concetto è già stato popolarizzato da Richard Dawkings nel suo “Il Gene Egoista” e lo approfondirò in uno dei prossimi post).

La trasformazione delle idee e dei comportamenti nell’uomo si può però ricollegare alla metamorfosi fisica degli animali grazie all’ultimo esempio riportato nel documentario di Malone che rispolvera una delle piaghe di biblica memoria, le locuste.

La locusta è di per sé un animale solitario ma la scarsità di cibo porta gli individui di questa specie di ortotteri ad entrare in contatto tra di loro. La promiscuità fisica induce cambiamenti radicali nel comportamento degli individui prima ancora che nel loro aspetto fisico e, da animale solitario, la locusta si trasforma letteralmente in un vorace animale gregario in grado di organizzarsi nei terribili sciami formati da milioni di individui e ben noti per la distruzione che sono in grado di portare.

In alto la forma solitaria della locusta. In basso la forma gregaria. Al cambiamento comportamentale segue un netto cambiamento fisico. Proprio come nel racconto del Dr Jekyll e Mr Hyde.

Alla metamorfosi comportamentale segue, con il passare di alcune generazioni, un cambiamento fisico del corpo della locusta che muta colore e dimensioni diventando scuro e più grande. Praticamente una versione a sei zampe di Jekyll e Hyde. Anche questo caso non è considerabile come una vera e propria metamorfosi in quanto il mutamento è reversibile e non è associato alla transizione tra differenti fasi della vita; ma in ogni modo sembra riavvicinare la metamorfosi del bruco e del girino all’evoluzione e ai cambiamenti della mente e dei comportamenti umani.

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L’insetto Transformer e perché gli animali non hanno le ruote.

Insetti… transformer?

Osservando la Natura sembra che l’Uomo in fin dei conti abbia inventato ben poco di originale.

Pipistrelli e delfini hanno evoluto, in modo indipendente tra loro, perfetti eco-scandagli milioni di anni prima che arrivassero i nostri radar, i semi di acero hanno anticipato (e forse ispirato) le pale degli elicotteri. Per non parlare poi della meraviglia delle valvole cardiache o del sistema di lenti degli occhi.

Semi di acero

E la lista si allunga sempre più grazie alle nuove scoperte.  In una ricerca pubblicata recentemente su Science e ripresa dalla rubrica Zoologger del NewScientist  viene descritto un incredibile sistema di ingranaggi individuato nelle gambe di un insetto e osservabile in questo video:

Issus coleoptratus è un piccolo omottero ben noto per i suoi salti prodigiosi con tempi di reazione nell’ordine dei millisecondi e velocità che raggiungono i 4 metri al secondo. Grazie a questo nuovo studio si è capito come siano proprio queste strutture ad ingranaggi ad essere alla base di queste incredibili performance atletiche.

Tramite questi ingranaggi dentati, infatti, il piccolo insetto è in grado di coordinare il movimento delle proprie zampe in modo estremamente efficiente. I ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’Università di Bristol che hanno firmato l’articolo hanno calcolato che le due zampe si muovono con uno sfasamento reciproco di appena 30 microsecondi. Un livello di sincronizzazione che batte qualsiasi riflesso neuronale.

Quindi anche gli animali possono avere anche degli ingranaggi. Ma perché non hanno le ruote? Del resto la ruota è uno delle conquiste di cui andiamo più fieri. Perciò se è veramente un sistema di locomozione così efficiente, perché la Natura non ha le ruote?

Questa sembra una domanda bizzarra ma è già stata affrontata niente meno che da Sir Richard Dawkings, uno dei padri del Neo-Darwinismo (e inventore del termine “meme”, oggi così inflazionato in Rete).

Dawkings affronta il “problema delle ruote” in un articolo del 1996 dal titolo “Why don’t animals have wheels?” e liberamente consultabile il pdf QUI.

Prima di tutto non è vero che la Natura non ha “inventato” la ruota. Il flagello dei batteri, infatti, viene mosso grazie ad un sistema che altro non è che un rotore che gira indefinitamente intorno ad un asse, come si vede bene in questo video:

Quindi la domanda corretta dovrebbe essere: perché animali di certe dimensioni non hanno le ruote?

Semplicemente perché forse non sono in fondo così vantaggiose. Per muoversi sui terreni sconnessi tipici di un qualsiasi ambiente naturale gambe e zampe sono di gran lunga più efficienti di qualsiasi ruota.

Ed è proprio qui la chiave del problema.

La ruota è realmente efficiente solo grazie ad un’altra invenzione precedente: la strada.

Senza una superficie liscia sulla quale scorrere liberamente una ruota è difatti poco funzionale.

La domanda successiva quindi è: perché gli animali non hanno inventato le strade? Del resto una strada non è niente di così più complesso di un nido d’uccello o di una diga di un castoro.

Diga di castori.

Dawkings risponde a questo secondo quesito utilizzando la teoria del Gene Egoista che l’ha reso famoso.

Costruire una strada non è un gesto abbastanza egoista e per questo è sfavorito dalla selezione naturale. Una strada, una volta costruita, può essere utilizzata da chiunque, anche da chi non ha partecipato a costruirla.

Per questo motivo i costruttori saranno sempre penalizzati in quanto pagheranno a pieno il prezzo della costruzione della strada, mentre altri individui potranno utilizzarla senza aver speso alcunché e risparmiando così energie per altre attività fondamentali come nutrirsi o riprodursi. Gli utilizzatori non costruttori saranno sempre favoriti nella lotta alla sopravvivenza.

Oltre agli svantaggi dati dalla selezione darwiniana esistono anche effettivi problemi tecnici. Sviluppare una struttura che ruoti in modo autonomo intorno ad un asse è complesso, soprattutto se deve essere fatta crescere e deve essere poi raggiunta da vasi sanguigni e nervi. Anche immaginando che il prodotto finale sia effettivamente realizzabile, l’evoluzione non va dal niente al tutto in un solo salto. I passaggi evolutivi sono graduali. Come dovrebbero essere gli intermedi tra una zampa e una ruota? Probabilmente sarebbero in ogni modo troppo svantaggiosi da essere selezionati come caratteri ereditari.

Quindi,  forse non vedremo mai un vero e proprio animale Transformer ma per una volta, e tralasciando i flagelli dei batteri (che non penso si offenderanno), possiamo andar fieri di una nostra invenzione originale.

Chiudo consigliandovi un canale di YouTube di divulgazione scientifica veramente ben fatto e che ha già affrontato il problema degli animali con le ruote in questo video:

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