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Gli imperatori biologi marini.

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L’amore dei giapponesi per il pesce è una cosa nota a tutti, ma in quanti sanno che almeno due imperatori sono stati grandi appassionati, se non addirittura esperti, di biologia marina?

Sembra incredibile ma sia l’attuale sovrano del Giappone, Akihito, sia suo padre Hirohito hanno contribuito in modo concreto e diretto a questo particolare ramo delle scienze biologiche.

In particolare, l’imperatore Hiroito (1901-1989), fece costruire un vero e proprio laboratorio all’interno del Palazzo Imperiale di Tokyo. Nel corso del suo regno dovette occuparsi di inezie quali la Seconda Guerra Mondiale, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e la transizione del Giappone del dopo-guerra da Paese sconfitto a seconda potenza mondiale. Ciononostante Hiroito trovò il tempo di studiare e classificare numerose nuove specie di idrozoi, minuscoli animali acquatici parenti di meduse e coralli. Cercando “Hiroito” all’interno dello World Hydrozoa Database si possono infatti trovare 34 specie differenti di idrozoi, descritte e classificate da Sua Maestà tra il 1967 e il 1995. Inoltre l’imperatore Hiroito, nel corso della sua carriera da ricercatore, classificò 23 nuove specie di ascidie (organismi marini filtratori), 7 nuove specie di granchio, 8 di stella marina e 6 di picnogonidi (artropodi marini simili a ragni).

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L’imperatore Hirohito nel laboratorio imperiale di Tokyo. Sembra che Sua Maestà si prendesse ogni giovedì e sabato pomeriggio per incontrarsi con altri biologi marini per raccogliere nuovi campioni e discutere di biologia marina (foto da E. J. H. Corner, “His Majesty Emperor Hirohito of Japan, K. G., 29 April 1901 – 7 January 1989,” Biographical Memoirs of the Fellows of the Royal Society, Vol. 36)

Hirohito morì nel 1989, ma l’amore per la scienza non abbandonò le mura del Palazzo di Tokyo. Quando suo figlio Akihito ascese al Trono del Crisantemo, sul quale siede tutt’ora come 125esimo imperatore del Giappone, mantenne viva la passione del padre per lo studio della vita acquatica.

A differenza di suo padre, però, l’interesse di Akihito si è focalizzato non sugli idrozoi ma sui pesci. L’imperatore è infatti un esperto studioso di ittiologia, il ramo della zoologia marina dedicato appunto allo studio degli organismi marini comunemente noti come pesci. In particolare, Akihito è specializzato nella tassonomia dei Gobidi, la famiglia di pesci ossei più numerosa al mondo. Nel corso della sua carriera da ricercatore ha pubblicato articoli scientifici su riviste quali Gene e il Japanese Journal of Icthyology. Cercando nei database online si possono trovare facilmente tutte le pubblicazioni scientifiche scritte da Akihito.

QUI per esempio si può leggere un articolo del 1988 che descrive due nuove specie di Gobidi giapponesi. Il primo autore si firma “Principe Akihito”, in quanto a quel tempo non era ancora imperatore. Ed è divertente notare come tale autore abbia una sola affiliazione, che per noi comuni mortali è di solito l’istituzione o l’università di appartenenza, ovvero il Palazzo del Principe Ereditario (The Crown Prince’s Palace in inglese).

In un lavoro più recente pubblicato su Gene nel 2016 (QUI) e dedicato allo studio della speciazione di due tipi di gobide tramite l’analisi del DNA nucleare mitocondriale, si può invece notare come ora l’autore si firmi semplicemente Akihito e come l’affiliazione sia diventata la Residenza Imperiale.

Mi chiedo se qualche editore o revisore abbia mai avuto il fegato di rifiutare una bozza a Sua Maestà Imperiale.

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L’imperatore Akihito, attuale sovrano del Giappone e grande studioso di biologia marina e storia della scienza.

Per il suo attivo contributo all’ittiologia, inoltre, Akihito ha visto il proprio nome venire associato ad una nuova specie di gobide, Exyrias akihito appunto, descritto nel 2005 da Allen e Randall sul Ruffles Bullettin of Zoology.

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Exyrias akihito. Il gobide dedicato all’attuale imperatore del Giappone.

L’interesse per la scienza di Akihito non si limita però all’ittiologia. Nella sua lunga carriera di imperatore scienziato Akihito ha approfondito anche lo studio della storia della scienza in Giappone, soprattutto nei periodi Edo (1603-1868) e Meiji (1868-1912). Tra i suoi scritti rintracciabili in rete si possono trovare una disamina storica dello sviluppo della scienza in Giappone pubblicata su Science nel 1992 (QUI) ed un estratto pubblicato da Nature di un suo discorso dal titolo “Linneo e la tassonomia in Giappone” tenuto nel 2007 in occasione di una visita alla Linneal Society of London (QUI).

L’imperatore Akihito ha recentemente annunciato la volontà di abdicare in favore del figlio ed il passaggio di consegne è previsto per dicembre di quest’anno. Pur non condividendo l’amore per l’ittiologia del padre, il Principe Ereditario Naruhito è molto interessato alla gestione e conservazione delle risorse idriche. Si potrebbe dire che una mela che non cade mai troppo lontano dall’albero. Sicuramente sarà interessante seguire l’evoluzione di questa passione per la scienza all’interno della famiglia reale giapponese.

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Fisiologia del pesce palla

Nel marzo del 2014 scrissi QUESTO post sulla scossa dell’anguilla elettrica. A farmi venire l’idea fu una visita al museo della California Academy of Science a San Franciso dove ebbi la possibilità di vedere uno splendido esemplare di anguilla in una delle vasche del museo.

A più di due anni di distanza mi trovo dall’altra parte del mondo, per la precisione in Giappone dove la fauna ittica abbonda, tanto negli ecosistemi quanto nei piatti dei ristoranti. Da qui l’idea di dedicare un secondo post alla biologia marina (da assoluto profano, sia chiaro), ed in particolare ad un pesce considerato una prelibatezza da queste parti.

Pesce palla è il nome comune dato alle specie appartenenti alla famiglia dei Tetradontidi (da “quattro denti”). Esistono circa 120 specie di questi pesci che abitano le acque calde di diversi paesi quali Cina, Filippine (nei fiumi e nelle foreste di mangrovie), Messico, Taiwan e, appunto, Giappone. Non sono abili nuotatori e si cibano di animali poco mobili come crostacei e molluschi dei quali aprono i gusci e le conchiglie tramite i quattro denti fusi in un possente becco.

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Esemplare di pesce palla. I denti inferiori sono chiaramente visibili nella bocca aperta.

La loro lentezza è ben compensata da due ben noti meccanismi di difesa. Il primo consiste nelle elevate concentrazioni di tetrodotossina che il pesce palla accumula nei propri tessuti, in particolare fegato e vescica. Questa neurotossina è un potente inibitore del canale del sodio e ne basta un milligrammo per paralizzare ed uccidere un uomo adulto. Questo rende la carne di pesce palla (“fugu” nella cucina giapponese) una pericolosa prelibatezza per i consumatori nipponici che mangiano il costoso sashimi di pesce palla per esibire il proprio status sociale, nonché una malsana dose di coraggio.

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Sashimi di pesce palla (fugu). In Giappone per poter preparare questo piatto occorre una specializzazione con rilascio di relativa licenza. Vista la pericolosità del pesce palla, il sashimi di fugu non può essere servito alla tavola dell’Imperatore.

Il secondo meccanismo di difesa, invece, da al pesce palla il suo nome comune e consiste nell’ingestione repentina di grandi quantità di acqua e/o aria che portano il pesce a gonfiarsi, aumentando sensibilimente le proprie dimensioni.

Ma qual è il meccanismo dietro questo bizzaro fenomeno?

Quando si sente minacciato il pesce palla per prima cosa riempie la propria bocca di acqua (o aria) con una velocità fino di 35 sorsi in circa 14 secondi. Dopodichè un grande muscolo posto alla base della valvola orale viene spinto in avanti, giusto dietro i denti, per impedire che l’acqua fuoriesca. Grazie ad un arco branchiale specializzato, un meccanismo a stantuffo spinge poi l’acqua lungo l’esofago fino ad una sacca apposita.

Questa sacca è una porzione modificata dell’esofago stesso ed è caratterizzata da pareti resistenti ed estremamente elastiche. A ciò si aggiunge tutta una serie di adattamenti che permettono al pesce palla di raddoppiare o triplicare le proprie dimensioni in pochi secondi. I pesci palla, ad esempio, non hanno costole ne pelvi. Sfinteri specializzati si chiudono lungo l’esofago impededendo all’acqua ingurgitata di sfuggire. Il collagene dei loro tessuti, poi, è organizzato in modo da favorire l’espansione, mentre la loro pelle è priva di scaglie (ma può essere coperta di aculei). La spina dorsale e i nervi, inoltre, dimostrano anch’essi una spiccata flessibilità.

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Gonfiandosi il pesce palla diventa una preda difficilmente attaccabile, soprattutto se copera di spine accuminate.

Grazie a tutti questi accorgimenti il pesce palla può esibire uno dei più affascinanti meccanismi di difesa osservabili in natura. Nel 2014, inoltre, un gruppo di ricerca australiano ha dimostrato che i pesci palla non trattengono il fiato mentre sono gonfi. Questa era una credenza diffusa visto che le branchie sembrano sigillarsi quando l’animale si gonfia. Lo studio di McGee e Clark ha invece dimostrato come una serie di sfinteri isola il tratto digerente dalle branchie che rimangono così attive durante l’inflazione.

Il gonfiarsi rimane comunque una risorsa estrema e costa al pesce palla parecchia energia. L’animale, infatti, impiega diverse ore a recuperare il normale ritmo metabolico una volta sgonfiato. Per questo è opportuno non infastidire questi pesci, spesso tenuti come animali da acquario, solo per vederli gonfiare.

Per concludere, QUI potete trovare un articolo scientifico sulla fisiologia del pesce palla, mentre QUI e QUI potete trovare informazioni e curiosità su questi affascinanti animali.

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