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Attraverso la Natura con Edvard Munch.

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“Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

PREMESSA: non sono un esperto d’arte. La mia conoscenza della storia dell’arte si colloca tra Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale di Venezia e Aldo, Giovanni e Giacomo al museo di arte moderna.

Ciononostante mi piace visitare mostre e musei, lasciandomi guidare dalla mia curiosità e cercando di andare oltre la limitatezza della mia ignoranza in materia.

Ed è proprio questa curiosità che mi ha portato ad entrare nel Munch Museum di Oslo. Devo ammettere che, all’ingresso, le mie aspettative erano, Urlo a parte, abbastanza basse e sono contento di essere stato piacevolmente smentito dalla splendida esposizione che mi sono trovato davanti.

Organizzata dal Munch Museum stesso in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Oslo e dal titolo “Through Nature” (Attraverso la Natura).

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Locandina della mostra all’ingresso del Munch Museums di Oslo.

La mostra consiste in un’analisi multidisciplinare della rappresentazione della Natura nell’arte di Munch. I quadri dell’artista vengono affiancati ad antichi reperti fossili mentre la percezione dei fenomeni naturali secondo Munch viene  associata a concetti e teorie scientifiche quali l’evoluzione e la selezione naturale.

Arte e Scienza da sempre osservano lo stesso mondo fisico con lenti differenti. Difficilmente riescono a comunicare tra loro ed utilizzare le visioni di Munch come punto d’incontro è un’idea, a mio parere, geniale. Per questo vorrei condividere con i lettori di questo blog alcune delle opere che più mi hanno colpito, aggiungendo alcune riflessioni personali (non odiatemi se dico inesattezze su Munch e sull’arte in generale…).

Prometto di essere breve, sia per non annoiare sia per lasciare qualcosa in sospeso. Del resto la mostra è aperta fino al 4 gennaio e se capitate a Oslo vale davvero la pena di essere visitata.

L’opera che mi ha più colpito in assoluto è sicuramente “Metabolismo. Vita e Morte” nota anche come “Adamo ed Eva”. Dipinto nel 1899, il quadro rappresenta un uomo ed una donna nudi vicino ad un albero. Nella parte inferiore del quadro si possono notare dei teschi sepolti tra le radici  mentre nella parte superiore si delineano i profili di una città.

Metabolismo. Vita e Morte

Metabolismo. Vita e Morte

La Scienza definisce il metabolismo come l’insieme delle reazioni fisico-chimiche che avvengono all’interno di un organismo. Materia ed energia vengono assorbite dall’organismo e con l’organismo si trasformano in continuazione. È affascinante vedere come Munch estenda la definizione di metabolismo aldilà del suo significato portandola ad abbracciare anche i concetti di Vita e Morte.

Come le molecole e l’energia che fluiscono in un organismo anche gli esseri viventi nella loro totalità fluiscono tra la Vita e la Morte, trasformandosi.

Nei cicli naturali organismi interi muoiono o si trasformano per dare vita ad altri organismi. Nel quadro in questione l’immagine biblica di Adamo ed Eva si incastona tra la Morte (gli scheletri sotterrati) e la Vita (la città sovrastante), con questi due aspetti collegati dall’albero centrale.

Vita e Morte si trasformano l’una nell’altra e con esse sono gli organismi stessi a trasformarsi evolvendosi.

Il “metabolismo” della Natura porta il passato rappresentato sempre dai teschi sepolti tra le radici dell’Albero della Vita ad evolversi nel presente rappresentato dalla città posta nella parte superiore del dipinto. Un’evoluzione che si basa sulla riproduzione di organismi che si uniscono nel corso delle generazioni. Adamo ed Eva sono in questo caso i pilastri del metabolismo dell’evoluzione della Vita.

L’evoluzione basata sulla riproduzione sessuata ci porta al concetto di selezione sessuale ed alla seconda opera intitolata “Gelosia”.

Gelosia

Gelosia

In questo quadro un uomo ed una donna si corteggiano sullo sfondo, mentre in primo piano una figura dal volto triste li spia da dietro un cespuglio rodendosi di invidia.

In questo caso ho apprezzato l’associazione tra la sfera emotiva e sentimentale ed il concetto di selezione sessuale. L’evoluzione degli organismi attraverso la selezione naturale, infatti, non viene spinta solamente dal bisogno di adattarsi all’ambiente circostante. Anche la necessità di trasmettere i propri geni alle generazioni future è una forza trainante dell’evoluzione e plasma gli organismi in una continua competizione per trovare un partner con il quale riprodursi.

Questa competizione per la riproduzione si arricchisce a livello dell’essere umano nel momento in cui entra in gioco la mente con le proprie emozioni ed i propri sentimenti. La corsa alla trasmissione dei propri geni può assumere così i volti della gioia e dell’amore o dell’odio e dell’invidia.

Ho promesso di essere breve e chiuderò con l’ultimo quadro ancora selezionato tra quelli che mi hanno colpito particolarmente. Intitolato “Madonna” o “Donna che fa l’amore” rappresenta una figura femminile nuda e sensuale circondata da una cornice nella quale fluttuano degli spermatozoi.

Madonna

Madonna

Potrei fare molte riflessioni in merito a quest’opera ma in questo caso vorrei evidenziare come anche la Scienza può influenzare la storia dell’Arte. La rappresentazione degli spermatozoi e del loro moto da parte di Munch, infatti, è stata resa possibile grazie agli studi dell’olandese Anton van Leeuwenhoek che nel 1667 per primo osservò la peculiare forma dei gameti maschili tramite l’uso di lenti da lui stesso realizzate.

Scienza ed Arte. Sfere differenti della natura umana che osservano la stessa realtà fisica da punti di vista diversi. Punti di vista che non si escludono tra loro ma che, anzi, possono completarsi a vicenda.

Inoltre, per approfondire, QUI potete trovare la pagina interattiva dell’esposizione (in inglese o norvegese).

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La Ragione ed Io.

Il pensiero razionale è stato e continua ad essere estremamente importante all’interno del mio percorso formativo. In quanto giovane uomo di scienza (ancora in divenire) i meccanismi della razionalità sono per me imprescindibili al fine di sviluppare una mente analitica in grado di osservare, elaborare e dedurre in maniera sistematica.

Personalmente considero il pensiero razionale uno degli strumenti più potenti che l’Uomo ha a propria disposizione per indagare e comprendere la struttura ultima della Realtà.

È ironico pensare che fino a non troppi anni fa avrei scritto che la ragione è LO strumento più potente a disposizione dell’Uomo e devo ammettere che il mio rapporto con il pensiero razionale si è un po’ ridimensionato negli ultimi tempi.

Non fraintendetemi, la Ragione con la maiuscola rimane lo strumento fondamentale sul quale si basa il metodo scientifico. L’oggettività della classificazione sistematica e della misurazione dei fenomeni empirici è garantita dal pensiero razionale. Qualsiasi affermazione o teoria che voglia avere un carattere scientifico oggettivo deve per forza passare attraverso un processo di analisi razionale.

Questo, però, non implica che ci si debba identificare con la propria razionalità. Ed è proprio questo il punto che vorrei approfondire con questo breve post.

Come detto, il pensiero razionale è solo UNO degli strumenti della mente e, in quanto strumento, non dovrebbe coincidere con la coscienza che lo utilizza.

L’identificazione tra coscienza e pensiero razionale porta ad eleggere quest’ultimo ad unico metodo di valutazione anche a livello soggettivo e questo, secondo me, può diventare un grosso ostacolo per lo sviluppo di una mente equilibrata.

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Da giovane romantico ho pensato di trovare nel mondo della Scienza solo menti illuminate ed aperte. Quello che ho notato, invece, è che le persone più brillanti dal punto di vista scientifico sono spesso intrappolate in un mondo limitante dominato in modo univoco dagli schemi rigidi del pensiero razionale.

Considerare la logica razionale come unica fonte della Verità può essere estremamente pericoloso. Sia perché può portare alla banalizzazione dei fenomeni naturali (perdendo quel senso di meraviglia e curiosità che secondo me dovrebbe guidare il cammino di uno scienziato), sia perché può spingere un individuo ad ergersi ad assoluto garante della Morale. E nel momento in cui ci si proclama fonte di pura etica e moralità il passo verso l’arroganza e la boriosa saccenza è davvero molto breve.

Per fare un paio di esempi celebri basti pensare a sir Richard Dawkins (chi segue questo blog sa quanto apprezzi la sua mente brillante) che, guidato da un ultra-razionalismo militante, si rende spesso protagonista di scivoloni non proprio eleganti (e.g. in un suo recente tweet ha affermato che mettere al mondo un bambino down invece di abortire sarebbe immorale). Oppure si pensi al comico americano Bill Maher, in genere lucido e geniale, ma che scade quando si intestardisce in difesa dell’ateismo assoluto.

Negli Stati Uniti, va detto, il dibattito tra fede e scienza raggiunge livelli da scontro tra tifoserie: da un lato creazionisti deliranti e dall’altro ultra-atei convinti che il pensiero razionale sia l’unica faro del genere umano. A questo punto devo ammettere che anche io nel corso della mia adolescenza sono stato un ultra-ateo (con tutta la conseguente saccenza sopra citata) e questo mi è comunque servito per imparare ad utilizzare il pensiero razionale e per sviluppare una mia individualità. Oggi, però, mi trovo a mettere in discussione questo atteggiamento estremo. Quando ascolto le argomentazioni degli ultra-atei americani le condivido ancora da un punto di vista logico, ma non ne apprezzo più le motivazioni né l’effettiva utilità (nel senso che non condivido l’atteggiamento di scontro e trovo quasi inutile una tale strenua opposizione).

Questa critica all’ultra-ateismo quasi fanatico è approfondita ed esposta molto chiaramente dal primatologo olandese Frans De Waal nella sua opera “Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità tra i primati” (di cui, come sempre, consiglio la lettura).

Per me è stata una doccia fredda rendermi conto di quanto una mente puramente razionale possa chiudersi su se stessa e dividersi in numerosi compartimenti stagni isolati tra loro. Forse è banale, ma ho sempre pensato che la padronanza della razionalità garantisse con certezza un approccio estremamente dinamico e aperto nei confronti della realtà, ma probabilmente questa è solo una parziale verità. Scelte e comportamenti puramente logici e razionali possono non essere condivisibili dal punto di vista etico o empatico. Del resto, anche se una razionalità così sviluppata rimane una prerogativa umana, sono proprio gli atteggiamenti meno razionali ad essere considerati più “umani” dai nostri simili.

Quello che voglio dire con questa breve (e spero comprensibile) riflessione è che la razionalità è uno strumento potentissimo e veramente utile, ma una vita guidata dal solo pensiero razionale può essere più chiusa e limitata più di quanto avessi mai potuto immaginare.

 

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L’evoluzione delle idee: il concetto di meme.

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Personalmente considero “Il Gene Egoista” di Sir Richard Dawkins una pietra miliare ed una lettura fondamentale sia dal punto di vista scienfitico che filosofico. Per queste ragioni l’ho utilizzato in passato e lo utilizzerò ancora in futuro come fonte di nozioni e d’ispirazione per i alcuni dei miei post.

Dawkins è uno dei maggiori esponenti del neo-darwinismo e padre di un concetto estremamente potente: il meme.

Purtroppo il significato originale della parola, coniata dallo stesso Dawkins, è stato leggermente travisato e decontestualizzato, tanto che oggi questo neologismo è utilizzato per indicare immagini, personaggi  o brevi filmati che raggiungono una diffusione “virale” attraverso i social network.

Il termine è oramai fortemente associato al contesto non-sense dell’umorismo della Rete. Un fenomeno sociale talmente ampio da spingere Dawkins stesso a prestarsi ad un parallelismo tra la sua iniziale definizione di meme e l’attuale contesto nel quale la parole viene utilizzata. Di seguito potete vedere la “Memes Vs Genes song” introdotta da Dawkins in persona:

Ma, scherzi a parte, il concetto di meme è alla base di una teoria fondamentale: la teoria dell’evoluzione della mente umana.

Ma andiamo con ordine.

Ne “Il Gene Egoista” Dawkins si chiede in quale modo un astronauta atterrato su un pianeta sconosciuto potrebbe riconoscere una vita aliena, completamente differente dalla nostra. In sostanza, quali sono gli attributi fondamentali e universali (se esistono) che definiscono la vita?

A questo punto dovremmo ovviamente aprire una parentesi gigantesca e credo sia meglio tenere la definizione di vivente per un prossimo post.

In ogni modo, Dawkins sostiene che la vita, qualsiasi tipo di vita, debba possedere una caratteristica fondamentale, ovvero basarsi su

“l’evoluzione attraverso la sopravvivenza differenziale di entità che si replicano”

In parole povere entità individuali che si replicano e si evolvono sotto la spinta della selezione naturale.

Sul nostro pianeta questa caratteristica è propria della molecola di DNA e dei geni che di DNA sono fatti.

I geni sono i replicatori che si sono sviluppati sulla Terra. Essi creano copie di se stessi e, se adatti a vincere la sfida della selezione naturale, si diffondono nella popolazione, sopravvivono e si tramandano nel corso delle generazioni.

Rappresentazione artistica di un gene all’interno di un cromosoma.

La vita su un pianeta alieno, però, potrebbe essere basata su un altro tipo di replicatori, completamente differenti dai geni.

Tuttavia, secondo Dawkins, non c’è bisogno di andare su un altro pianeta per trovare un replicatore diverso dai geni. Senza doversi spingere nello spazio interstellare, infatti, un nuovo replicatore sembra essere nato sul nostro pianeta e, più precisamente, all’interno nella nostra testa.

Tale replicatore sarebbe nato dalla brodo primordiale rappresentato dalla cultura umana ed è, appunto, il meme. Il termine deriva dalla contrazione del termine in Greco Antico “mimeme” inteso come qualcosa che imita.

Il meme, secondo la teoria di Dawkins, sarebbe dunque l’unità replicante dell’evoluzione culturale umana. Un meme può essere una melodia, un’idea, una frase, una moda, una tecnica di costruzione.

In poche parole il meme è un’unità di trasmissione culturale che permette alla cultura umana di evolversi e tramandarsi di cervello in cervello, di generazione in generazione.

Il meme di Dio è uno dei migliori esempi di meme riportati ne “Il Gene Egoista”. L’idea di Dio è nata più volte in modo indipendente in differenti popolazioni in tutto il pianeta. Dio, nient’altro che un’invenzione umana, è un meme di grande successo che si è tramandato di generazione in generazione grazie alle dottrine religiose, all’arte e alla filosofia.

Così come i geni si tramandano e si diffondono all’interno del pool genico così i memi si tramandano e si diffondono all’interno del pool memico. Un’idea o una melodia in grado di far presa sarà destinata a diffondersi tra la popolazione, saltando di cervello in cervello grazie all’imitazione e contribuendo al progresso della cultura umana.

Come i geni anche i memi subiscono una pressione selettiva e, sempre come i geni, possono mutarsi e adattarsi con l’unico scopo di sopravvivere.

Il parallelismo tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione genetica non è un concetto nuovo e Dawkins non è il primo ad averne parlato. Tuttavia il concetto di meme è altamente rivoluzionario perché introduce un nuovo replicatore indipendente all’interno della lotta per la sopravvivenza.

È vero che i memi nascono da un cervello che è il prodotto di una selezione di geni, ma questo non implica che i primi debbano essere asserviti ai secondi.

I memi, in quanto replicatori fondamentali, sono indipendenti dal sistema che li ha preceduti e, anzi, possono soprassederlo con forza.

La selezione naturale dei geni e l’evoluzione genetica sono infatti processi estremamenti lenti, mentre l’evoluzione culturale attraverso la selezione dei memi procede a velocità folli.

Un’idea può diffondersi rapidamente e può mutare e migliorarsi in modo altrettanto rapido ed efficiente. Probabilmente con un’efficienza superiore a quella dei geni stessi. Come ci ricorda Dawkins nel suo libro i geni di Socrate e Leonardo sono con ogni probabilità andati perduti per sempre, ma i loro memi, le loro idee, vanno ancora molto forte!

Per citare “V for Vendetta”:

 “Le idee sono a prova di proiettile…”

Le idee sono a prova di proiettile. Fotogrammi tratti dall’adattamento cinematografico di “V For Vendetta” di Alan Moore.

In ogni caso, all’interno contesto della teoria di Dawkins i geni egoisti “pensano” solamente alla propria sopravvivenza, aldilà dell’individuo che li ospita.

Nella teoria del gene egoista gli individui viventi sono macchine che i geni utilizzano per garantire la propria sopravvivenza. Allo stesso modo anche un meme è “interessato” solamente alla propria sopravvivenza. I cervelli sono contenitori e l’imitazione è il sistema di diffusione. In questo modo i memi sopravvivono, aldilà degli individui che li ospitano in un determinato momento temporale e si diffondono persino a discapito degli stessi geni che hanno permesso la nascita di questa nuova classe di replicatori.

Pensate ad esempio al meme del celibato. In un contesto religioso un simile meme ha un grande successo e la sua diffusione risulta rapida ed efficiente efficiente anche se ciò va a discapito dei geni che utilizzano la riproduzione come mezzo di replicazione e trasmissione.

In questa visione un po’ fatalista, però, Dawkins vede uno spiraglio che ci rende unici di fronte alla vita sulla Terra e si esplica nel mistero ancora irrisolto della nostra coscienza. Concludendo con le parole di Dawkins stesso:

“Abbiamo il potere di andare contro ai nostri geni egoisti e, se necessario, ai memi egoisti del nostro indottrinamento. […] Siamo cosruiti come macchine dei geni e coltivati come macchine dei memi, ma abbiamo il potere di ribellarci ai nostri creatori. Noi, unici sulla terra, possiamo ribellarci alla tirannia dei replicatori egoisti.”

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Come combattere la disinformazione

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Sabato 8 giugno 2013 si terrà in tutta Italia una serie di iniziative legata all’evento “Italia unita per la corretta informazione scientifica” organizzato da Pro-Test Italia e dedicato a temi “scottanti” quali sperimentazione animale, OGM, caso Stamina, vaccini, etc.

Per l’occasione oggi vorrei consigliarvi uno valido strumento che potrà tornarvi utile quando vi troverete a fronteggiare false credenze e leggende metropolitane. Si tratta del “Manuale della demistificazione – come sfatare i miti della disinformazione” scritto da John Cook (University of Queensland, Australia) e Stephan Lewandowsky (University of Western Australia) e scaricabile liberamente (in italiano) dal sito di Skeptical Science.

manuale demistificazione

Il manuale della demistificazione

Questo manuale fornisce consigli pratici ed utili esempi su come smascherare e sradicare la disinformazione in maniera efficace.

Rimuovere l’influenza di un mito in maniera efficace è un obiettivo estremamente difficile da raggiungere. Una convinzione diffusa sui miti è che, per rimuoverne l’influenza, basti riempire la testa della gente con il maggior numero possibile di informazioni corrette. Questo concetto errato si basa sul “modello del deficit di informazione” (Information Deficit Model) che considera il cervello come un disco rigido che non fa altro che accumulare dati. Secondo questo modello le percezioni errate delle persone sono dovute solo ad una mancanza di conoscenza che può essere colmata semplicemente comunicando le informazioni corrette. Ma questo modello è sbagliato.

Per trasmettere conoscenze bisogna prima comprendere come le persone elaborano le informazioni, come modificano le conoscenze esistenti e come le visioni del mondo possono influenzare il pensiero razionale.

“Non importa solo cosa pensa la gente ma anche come pensa.”

Il manuale sottolinea l’esistenza di tre fenomeni legati alla disinformazione che vanno affrontati e sconfitti per rimuovere un mito ben radicato nelle convinzioni delle persone:

  1. Il ritorno di fiamma di temi familiari: più un’informazione falsa viene menzionata più diventa familiare . Per evitare questo fenomeno è opportuno dare enfasi ai fatti reali cercando di riferirsi al mito il minor numero di volte possibile e solo se strettamente necessario.
  2. L’effetto contraccolpo dell’esagerazione: troppe informazioni possono rafforzare il mito invece di sradicarlo, ottenendo così l’effetto opposto. Un mito semplice, infatti, è cognitivamente più attraente di una correzione esageratamente complicata. È meglio fornire poche e selezionate informazioni, esposte in maniera chiara e semplice, piuttosto che perdersi in argomentazioni infinite.“Le informazioni che sono facili da elaborare hanno maggiori probabilità di essere acettate come vere”. Per questo motivo è opportuno evitare linguaggi sensazionalistici e commenti sprezzanti, mantenendo il messaggio snello e facile da leggere (anche utilizzando font chiari e grafici esplicativi). La regola di base è attenersi al principio KISS (Keep it simple, stupid! / Falla semplice, sciocco!).
  3. Il ritorno di fiamma della visione del mondo: forse il più pericoloso tra i fenomeni legati alla rimozione di un mito. Le informazioni che minano una particolare visione del mondo non solo sono difficilmente accettabili ma possono finire col rafforzare le convinzioni errate. “Per coloro che hanno opinioni ben radicate, l’affrontare controargomentazioni può indurre a rafforzare il proprio punto di vista.” Per questo un’informazione deve essere resa più accettabile inquadrandola in modo che sia meno minacciosa per la visione del mondo di un soggetto. Il metodo comunicativo, poi, deve focalizzare la propria attenzione sulla maggioranza indecisa piuttosto che sulla minoranza inamovibile.

Una volta superati gli ostacoli dei vari ritorni di fiamma bisogna affrontare la questione del come rimuovere efficacemente un mito sostituendolo con l’informazione corretta. Ovviamente il metodo diretto alla Inception è di difficile realizzazione, e anche se lo fosse ho dei forti dubbi su quanto potrebbe essere etico…

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Scherzi a parte rimuovere un’informazione scorretta ben radicata nella mente di un soggetto è un lavoro complesso che richiede particolare attenzione. Questo perché quando qualcuno ascolta un’informazione non vera costruisce intorno ad essa un modello mentale, con il mito che ne fornisce la spiegazione, nel quale si barrica in maniera spesso inamovibile.

Se il mito viene sfatato si forma una lacuna nel modello mentale. In assenza di una spiegazione migliore, però, la mente, che tende a preferire un modello scorretto ad uno incompleto, opta ancora per la leggenda metropolitana.

Il metodo più efficace consiste quindi nel fornire una spiegazione alternativa che colmi la lacuna nel modello mentale del soggetto. Sollevare sospetti sulla fonte della disinformazione aiuta ulteriormente a ridurre l’influenza dell’informazione scorretta. L’uso di grafici informativi, infine, aumenta la chiarezza dell’esposizione, riducendo le ambiguità a cui si può appigliare un soggetto radicato nelle proprie convinzioni.

Il mio consiglio è di approfondire sempre qualsiasi argomento, ascoltando tutte le posizioni e lasciando perdere le argomentazioni che si basano su trucchi comunicativi scarsa qualità (ma purtroppo di grande effetto) come le teorie della cospirazione e l’uso di falsi esperti.

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