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Speciale Halloween: intervista ad un uomo morto.

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Copertina del primo numero di Dylan Dog

A volte ritornano…. camminano tra noi…

No tranquilli, Potenziale d’Azione non è diventato un blog sul soprannaturale e non c’è ancora bisogno di andare a suonare il campanello urlante dell’Indagatore dell’Incubo (cliccate QUI se siete dei profani e non avete colto il riferimento).

Almeno per il momento il pericolo di una Apocalisse Zombie è abbastanza remoto, tuttavia esiste una patologia neurologica che, pur non rendendo le persone dei veri morti viventi, fa credere loro di esserlo.

Fotogramma tratto da “La Notte dei Morti Viventi”. Film di Romero del 1968. Un cult che ha rivoluzionato il genere horror.

Si tratta di una rarissima condizione nota come Sindrome o Illusione di Cotard, dal nome del neurologo francese Jules Cotard che la descrisse verso la fine del XIX secolo.

Le persone affette da questa patologia credono di essere morte o che parti del loro corpo siano morte, in putrefazione o che semplicemente non esistano.

Questa malattia è nota già dal tardo ‘700 ma fu Cotard che la descrisse a fondo riportando il caso di una donna, chiamata Mademoiselle X negli appunti del neurologo, che affermava di non avere cervello, nervi, petto, stomaco e intestino. La donna, inoltre, pensava di essere immortale e di non avere bisogno di nutrirsi (pensava comunque di non avere un intestino…). Morì di fame poco dopo.

Le cause della patologia non sono del tutto chiare anche se è generalmente associata a gravi incidenti o a condizioni psichiatriche preesistenti come schizofrenia e depressione.

Alcuni zombie hanno fatto fortuna riciclandosi come ballerini nei video di Michael Jackson (fotogramma tratto dal video di Thriller del 1982).

Recentemente, però, i neurologi Adam Zeman dell’Università di Exeter nel Regno Unito e Steven Laureys dell’Università di Liegi in Belgio hanno potuto analizzare i tracciati neuronali di un paziente affetto da questa strana condizione.

Il soggetto, noto con il solo nome di Graham, tentò di uccidersi con la corrente elettrica nella vasca da bagno. Al suo risveglio scoprì di essere morto, o meglio, che il suo cervello era morto.

Graham era fermamente convinto che il suo cervello non esistesse più:

“Sentivo solamente che il mio cervello non esisteva più. In ospedale ripetevo ai medici che le loro pastiglie non avrebbero avuto alcun effetto su di me perché non avevo un cervello. L’ho fritto nella vasca da bagno!”

e ancora:

“Avevo perduto il mio senso del gusto e dell’olfatto. Non c’era ragione di mangiare perché ero morto. Parlare era una perdita di tempo poiché non avevo nulla da dire. Non avevo realmente alcun pensiero. Tutto era privo di senso…”

Le affermazioni di Graham sono tipiche di un paziente affetto da Cotard e cercare di razionalizzare dimostrandogli di essere effettivamente in vita è completamente inutile.

Nel corso della sua malattia Graham si è trovato anche a vagare per cimiteri in quanto lo facevano sentire più a casa:

“Era il solo modo per essere il più possibile vicino alla Morte.”

Come accennato sopra, Zeman e Laureys hanno avuto l’opportunità di analizzare il cervello di Graham tramite PET (tomografia a emissione di positroni) e quello che hanno osservato li ha lasciati di stucco: l‘attività metabolica di alcune zone del cervello di Graham era talmente bassa da avvicinarsi a quella di una persona in stato vegetativo.

Alcune delle aree osservate fanno parte della rete di default cerebrale. In pratica un complesso sistema che si suppone essere alla base della coscienza dandoci la capacità di richiamare ricordi passati, di riflettere su noi stessi, di creare il senso del Sé e di renderci coscienti delle nostre azioni.

Per Laureys il tracciato cerebrale di Graham:

“è simile al tracciato di una persona addormentata o in profonda anestesia.”

Zeman è invece più cauto affermando che

“la ridotta attività metabolica potrebbe essere stata causata dagli antidepressivi che il paziente stava prendendo, ma può effettivamente spiegare le strane convinzioni del paziente.”

La sindrome di Cotard, in ogni modo,  non è incurabile e, dopo una lunga fase di farmaci e psicoterapia, Graham ha abbandonato la sua convinzione e oggi conduce una vita normale.

Per quanto si tratti di una condizione rara esistono numerose segnalazioni di pazienti affetti da sindrome di Cotard.

Nel corso degli ultimi duecento anni, infatti, oltre ai già citati Graham e Mademoiselle X si trovano altri casi, ancora più singolari

Uno di questi è rappresentato da un uomo iraniano di 32 anni che, nel 2005, si fece ricoverare affermando non solo di essere morto, ma anche di essere diventato un cane. L’uomo affermò che lo stesso era accaduto alla moglie, mentre le figlie fossero diventate pecore dopo la morte. Accusò inoltre i propri parenti di aver tentato di avvelenarlo ma che nulla avrebbe potuto ferirlo perché Dio l’avrebbe protetto anche nella Morte.

I medici gli diagnosticarono la sindrome di Cotard in combinazione con licantropia clinica (una rara condizione psichiatrica che induce le persone a credere di potersi trasformare in animali), fu trattato con terapia elettroconvulsiva e dimesso libero dai sintomi più pesanti.

BUON HALLOWEEN!

[Le informazioni contenute in questo blog sono tratte in parte da un articolo dal titolo “First interview with a dead man” apparso sul New Scientist nella categoria Mindscapes e da un post intitolato Plight of the Living Dead: 10 Case Reports of Cotard’s Syndrome” pubblicato su mental-floss.com.]

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Come nascono i sogni

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Sogno

Dagli acchiappasogni dei nativi del Nord America alla smorfia napoletana, da Sigmund Freud a Freddy Krueger. I sogni notturni accompagnano l’Umanità dall’alba dei tempi. Basta scivolare tra le braccia di Morfeo per aprire le porte ad interi mondi fantastici ed inesplorati.

Ma cosa sono effetivamente i sogni? Da dove vengono? E, soprattutto, a cosa servono?

Come qualsiasi fenomeno antico, effimero e misterioso i sogni hanno generato, e generano tuttora, numerose leggende, racconti e tradizioni. A seconda del contesto i sogni possono essere espressioni del nostro subconscio, portali verso altri piani dell’esistenza, vie di comunicazione con i nostri cari defunti, premonizioni o solo un modo per ottenere i numeri giusti da giocare al Lotto. Ogni popolo ed ogni cultura ha tentato di dare la propria personale interpretazione di questo fugace stato mentale.

Rappresentazione artistica di un acchiappasogni indiano

Le teorie scientifiche sui sogni sono numerose e ancora oggi dibattute. Lo scorso febbraio il New Scientist ha dedicato il proprio Special Report al tema, approfondendo i recenti passi in avanti fatti dalle scienze neurologiche in merito alla comprensione del mondo onirico.

Il sogno è uno stato mentale effimero ed estremamente difficile da studiare. Chiunque si sia mai svegliato illuminato da un sogno solo per scordarselo nei pochi minuti successivi al risveglio può comprendere questa difficoltà.

Uno dei migliori tentativi di catalogazione dei sogni consiste nell’annotarli rapidamente al risveglio o, ancora meglio, far dormire alcuni volontari in un laboratorio dove possano essere svegliati ed interrogati ad intervalli regolari durante la notte.

Dai risultati di questi esperimenti si è capito che solo la metà dei sogni contiene elementi sonori, mentre la restante metà non sono altro che film muti. Sapori, odori e sensazioni tattili, poi, sono ancora più difficili da trovare all’interno di in un sogno medio.

Studi simili hanno contribuito inoltre a sfatare uno dei miti più comuni sui sogni i quali non conterrebbero particolari rivelazioni sulla personalità del sognatore: tratti come la creatività e l’immaginazione non sembrano avere poi così tanto effetto sulla genesi e sulla natura dei nostri sogni.

“I sogni delle persone sembrano essere più simili tra loro che differenti”

È quanto sostiene Mark Balgrove dell’Università di Swansea nel Galles che aggiunge che probabilmente i sogni non rivelano in realtà nulla che non sia già di nostra conoscenza.

“Il Sogno” di Salvador Dali

Un approccio di studio più efficace è quello di studiare lattività cerebrale durante il sonno. Questi esperimenti hanno contribuito a formulare la teoria del sogno come conseguenza dei processi di consolidamento della memoria all’interno nostro cervello.

Gli eventi vissuti, affinché possano diventare ricordi, devono spostarsi dall’ippocampo, dove i ricordi vengono “messi nero su bianco”, alla corteccia, dove vengono organizzati e archiviati perché possano essere rievocati in un secondo momento. I sogni sarebbero quindi manifestazioni di alcuni elementi dei nostri ricordi in fase di consolidamento.

Paragonando i diari di vita quotidiana dei partecipanti allo studio con i racconti dei loro sogni si è notato che i ricordi entrano nei sogni in due fasi distinte: una prima volta nella notte successiva all’evento stesso (il che indicherebbe una preliminare registrazione del fatto accaduto) ed una seconda volta da cinque a sette giorni più tardi (che rifletterebbe il consolidamento del ricordo).

Mentre consolida nuovi ricordi, inoltre, il cervello del dormiente in fase REM può gestire e manipolare altre connessioni già consolidate all’interno della memoria liberando così vecchi ricordi. Questa manipolazione delle connesioni esistenti potrebbe essere alla base di fenomeni tipici dei sogni come le associazioni tra eventi differenti, la rievocazione di luoghi e persone viste mesi, se non anni, prima e quel bizzarro fenomeno dello scambio d’identità in cui un oggetto o persona appare come una cosa ma può assumere una differente forma o significato.

L’ippocampo nel cervello umano

Ma i nostri sogni sono molto più di un semplice insieme di elementi più o meno casuali; essi infatti sono in grado di raccontarci storie in numerosi stili differenti come fossero veri e propri film o romanzi. In questo caso sembra che siano le emozioni la forza trainante alla base del fenomeno.

È noto infatti che le nostre emozioni sono in grado di determinare il modo in cui un ricordo viene consolidato e rievocato. Un evento traumatico, con le forti emozioni che ne conseguono, da luogo a sogni intensi ed impegnativi evidenziando probabilmente quanto sia difficile accettare e consolidare un evento spiacevole nella propria autobiografia cerebrale.

Memoria ed emozioni sembrano quindi essere alla base dei nostri sogni, ma è noto che alcuni particolari stimoli esterni possono contribuire a plasmare e modificare le immagini oniriche che ci accompagnano durante la notte. Negli anni successivi all’invenzione della TV, per esempio, le persone mostravano una tendenza a sognare in bianco e nero, mentre i sogni a colori sono ritornati solo con la diffusione della TV a colori. Più recentemente, invece, si è scoperto che i giocatori del gioco di ruolo online Word of Warcraft tendono a sostituire la propria immagine nei sogni con quella del loro personaggio di gioco. Infine, suoni ed odori possono condizionare i contenuti e l’intensità dei nostri sogni.

[l’articolo a cui mi sono ispirato per questo post è comparso sul New Scientist del 3 Febbraio 2013 a firma di David Robson]

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Curiosità: l’uomo che desidera essere paraplegico

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La storia di oggi arriva dalle pagine del New Scientist e precisamente dalla rubrica Mindscapes, inaugurata recentemente e dedicata ai disturbi neurologici più strani ed in un certo modo misteriosi.

Si tratta del racconto della vita del signor Sean O’Connor, affetto da un raro disturbo neurologico chiamato “disturbo dell’identità dell’integrità corporea” o più semplicemente BIID (dall’inglese body integrity identify disorder) che lo induce a pensare che i propri arti non appartengano effetivamente al proprio corpo.

Mr O’Connor, pur essendo un uomo molto razionale e privo di qualsiasi patologia motoria, afferma:

“Ho tentato di rompermi la schiena, ma ho fallito. Ho bisogno di essere paraplegico, paralizzato dalla vita in giù […] Non odio le mie gambe… solamente le sento…sbagliate. Sono cosciente che sono come la natura ha previsto che siano, ma provo un intensa sensazione di disagio nell’essere in grado di percepire e muovere le mie gambe”

Il primo caso diagnosticato di BIID risale al XVIII secolo quando un chirurgo francese fu obbligato, contro la propria volontà e sotto la minaccia di una pistola, ad amputare la gamba sana ad un inglese. Successivamente il chirurgo ricevette un lauto compenso e una lettera di ringraziamento per la rimozione di “un arto che rappresentava un insormontabile ostacolo alla mia felicità”.

Oggi sappiamo che questo disturbo si divide in due tipi: c’è chi vuole paralizzare una parte del proprio corpo e c’è chi desidera l’amputazione di uno o più arti. Il disturbo, inoltre, può non riguardare solo gli arti ma colpire anche altre parti del corpo, con persone che vorrebbero diventare sorde o cieche.

Ma quali sono le ragioni neurologiche che stanno alla base di un simile disturbo?

Nel 2011 all’Università della California un team guidato dal celebre Professor Vilayanur S. Ramachandran ha analizzato l’attività cerebrale di quattro soggetti affetti da BIID. I ricercatori, toccando l’arto che il paziente desiderava venisse amputato, hanno notato una riduzione nell’attivazione di una regione chiamata lobo parietale superiore destro. Questa regione, affermano i ricercatori, è fondamentale per creare una “sensazione coerente di possedere un corpo”.

Schema rappresentativo del telencefalo umano

Il nostro cervello odia essere confuso. Quando le persone affette da questo disturbo vengono toccate non riescono ad incorporare il messaggio tattile. Quindi, per rimuovere questo senso di confusione, il cervello rifiuta l’arto nella sua totalità.

Ramachandran e colleghi suggeriscono come alcune persone possano nascere con un cervello dotato di una mappa del corpo imperfetta o incompleta. In sostanza alla base del disturbo vi sarebbe uno sviluppo sbagliato o incompleto delle reti neuronali che ci permettono di percepire i nostri arti come parti del nostro corpo.

È stato dimostrato che l’amputazione o l’induzione alla paralisi risolvono effettivamente il disagio provato da queste persone. Entrambe le pratiche sono però illegali ed eticamente deprecabili. Per evitare di dover ricorrere a scelte così estreme i ricercatori, ed il buonsenso, suggeriscono di impegnarsi per trovare una terapia neurologica efficace.

A questa malattia, infine, sono stati dedicati un documentario nel 2004 intitolato “Whole” e un film di black-humor nel 2010 dal titolo Armless”. Quest’ultimo racconta la storia di uomo che vaga in cerca di un dottore disposto ad amputargli entrambe le braccia. Qui di seguito il trailer:

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