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A cosa servono le zanzare?

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Arriva l’estate (pioggia permettendo) e con essa tornano le odiate zanzare. Dalle punture al fastidioso ronzio fino alle terribili malattie che questo insetto contribuisce a diffondere, è molto difficile, se non impossibile, trovare qualcuno che ami le zanzare o le trovi in qualche modo utili. Le zanzare appartengono a quella categoria di animali in grado di far vacillare i principi morali del più convinto degli animalisti o la fede del più fervente dei credenti. Se esiste un dio buono e misericordioso, perché ha creato le zanzare?

Riflessioni teologiche e animaliste a parte, la zanzara, oltre ad essere estremamente fastidiosa, è uno degli animali più pericolosi del mondo. Per essere precisi la zanzara occupa il primo posto nella classifica degli animali più mortali per l’uomo. Le malattie che questo insetto contribuisce a diffondere includono la malaria, la febbre gialla, la febbre dengue e la febbre da virus Zika. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità queste patologie colpiscono centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo ogni anno, causando la morte di diverse milioni di individui.

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Aedes aegypti, responsabile della diffusione della febbre gialla, dello Zika virus, delle febbre dengue e di altre malattie i cui morti si contano a milioni ogni anno.

Ma esiste una qualche utilità in questi terribili insetti? Qual è il ruolo delle zanzare all’interno degli ecosistemi?

Il nostro pianeta conosce le zanzare da più di 100 milioni di anni (chi si ricorda la zanzara imprigionata in una goccia d’ambra in Jurassic Park?). Il loro habitat non ha confini, tanto che nemmeno la tundra artica di Canada e Russia è al sicuro dalle loro punture. Al giorno d’oggi sono state descritte più di 3500 specie di zanzare differenti, di cui solo 200 pungono gli esseri umani. Tra queste ultime è importante sottolineare che solo le femmine di zanzare, che necessitano di proteine per produrre le uova, pungono e succhiano il sangue. E qui arriviamo al primo ruolo utile delle zanzare in natura, quello di impollinazione dei fiori. L’alimento principale delle zanzare adulte, infatti, non è il sangue ma bensì il nettare dei fiori. Volando da una pianta all’altra contribuiscono alla diffusione del polline in modo simile alle api.

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John Hammond (al secolo l’attore Richard Attenborough)  rimira una zanzara imprigionata nell’ambra nel film Jurassic Park del 1993, diretto da Steven Spielberg

Un secondo contributo delle zanzare agli ecosistemi è quello di fornire biomassa alla catena alimentare di numerose specie. Le larve delle zanzare vivono in acqua dove si nutrono di materiale organico come alghe unicellulari e piante. Crescendo diventano facili prede per diversi tipi di pesci e, una volta completata la metamorfosi, le zanzare adulte sono un facile banchetto per uccelli e pipistrelli.

Questi sono quindi i “ruoli” principali delle zanzare in natura. Ma bastano a dare alle zanzare una parvenza di utilità? In un articolo comparso su Nature nel 2010 si prova ad immaginare un mondo senza zanzare e le opinioni degli specialisti riguardo ad un simile scenario sono differenti. Secondo alcuni l’estinzione delle zanzare avrebbe un impatto minimo in quanto la cicatrice ecologica lasciata verrebbe risanata velocemente mentre i ruoli (ad esempio l’impollinazione dei fiori) verrebbero rilevati da altri insetti, magari meno fastidiosi e pericolosi. Per altri, invece, il danno sarebbe ingente mettendo a rischio la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali che nelle zanzare trovano una sicura fonte di cibo e trasporto di polline.

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Larve di zanzara che fluttuano in prossimità della superficie dell’acqua. Si possono notare i sifoni puntati verso l’alto grazie ai quali possono sopravvivere respirando aria.

Quel che è certo è che bisogna intervenire per prevenire i milioni di morti fatti ogni anno dalle zanzare. In tal senso un metodo che si sta rivelando molto efficace nel prevenire la diffusione di malattie mortali consiste nel liberare in natura zanzare geneticamente ingegnerizzate. Queste zanzare chiamate OX513A sono in grado di riprodursi, ma la loro progenie risulta sempre sterile. In questo modo la popolazione di zanzare nelle aree più colpite è calata drasticamente, riducendo così anche il contagio. L’approccio dell’ingegneria genetica, tra l’altro, è più sicuro e sostenibile di qualsiasi altro vecchio metodo in quanto permette di colpire solamente una determinata specie di zanzara, evitando la dispersione di insettici nell’ambiente che potrebbe nuocere ad altri animali e all’uomo stesso.

La riduzione della popolazione delle specie di zanzare vettori di malattie è quindi un obiettivo più che condivisibile ed auspicabile. Per le altre specie di zanzare, invece, dovremo continuare a sopportare il loro ronzio e le loro punture, per il bene degli ecosistemi che, purtroppo, dipendono da questi noiosi insetti.

Per ulteriori approfondimenti vi consiglio di visitare QUESTO sito e di guardare QUESTA interessante TED talk.

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Perché la milza fa male quando corriamo?

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La fine del 2015 è alle porte ed è tempo di fare qualche buon proposito per l’anno nuovo. Nella mia lista ho deciso di inserire la corsa, attività che non praticavo ormai da quasi due anni (pur rimanendo sempre allenato con altre forme di attività fisica). Alla seconda seduta di corsa eccola lì, quella pugnalata al fianco che mi ricorda quanto non sia allenato in questo momento.

La cosa non mi scoraggia, visto che il “dolore alla milza” è più che comune nei principianti, soprattutto se poco allenati. Talmente comune tra i comuni mortali che, se si presenta in atleti professionisti, può essere il campanello d’allarme di una condizione patologica più grave.

Ma a cosa è dovuto questo talvolta lancinate dolore al fianco?

La risposta più immediata è: non si sa con certezza.

Ma andiamo con ordine.

Come sottolineato dal titolo di questo post, questo tipo di dolore viene comunemente indicato come “dolore alla milza”, ma questa definizione è con ogni probabilità molto imprecisa se non completamente sbagliata.

La milza è un organo non necessario alla sopravvivenza (si può sopravvivere anche senza) che contribuisce al metabolismo del sangue con alcune funzioni quali l’eliminazione dei globuli rossi vecchi o danneggiati (eritrocateresi), la produzione di linfociti (cellule del sistema immunitario presenti nel sangue) e lo stoccaggio di una riserva di globuli rossi pronta ad essere usata in caso di emergenza.

Proprio quest’ultima funzione è alla base del mito del dolore alla milza. La credenza più diffusa (e quasi certamente sbagliata) è che, sotto sforzo, la milza si contragga con forza per liberare nel sangue la propria riserva di globuli rossi, aumentando l’efficienza del trasporto di ossigeno nel corpo.

In realtà non ad oggi evidenze dirette di questo fenomeno fisiologico. Inoltre, la milza è localizzata nel fianco sinistro, mentre le fitte addominali da allenamento possono essere percepite in tutto l’addome, soprattutto nella fascia appena al di sotto della cassa toracica. Tanto più che questo tipo di dolore ha il doppio di probabilità di essere percepito nel fianco destro, opposto a quello della milza.

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Quali sono, quindi, le cause effettive di questo dolore?

Numerose teorie (molte delle quali sono state poi riconosciute come imprecise) hanno provato a spiegare l’eziologia di questa condizione comune.

Tra le teorie più diffuse troviamo:

  • Crampi muscolari, soprattutto del muscolo diaframma molto sollecitato nell’attività fisica.
  • Stress meccanico dei legamenti viscerali che sostengono i grandi organi interni come stomaco e fegato.
  • Disturbi gastrointestinali (teoria screditata)
  • Dolore di natura neurogenica, legato alla compressione di nervi addominali.
  • Irritazione del peritoneo parietale, la membrana che avvolge gli organi interni e che può irritarsi in seguito a ripetute sollecitazioni e sfregamenti come quelli che possono verificarsi durante l’attività fisica.

Tutte queste teorie spiegano parzialmente le dinamiche del dolore da sforzo, ma nessuna riesce a coprire tutta la casistica e, per questo, rimangono speculative.

So che si sa per certo è che le fitte addominali da attività fisica sono legate ad una cattiva postura della spina dorsale e a forme di allenamento che comportano una maggiore sollecitazione del busto (infatti, il “dolore alla milza” è più comune nei corridori e meno diffuso nei ciclisti). Inoltre, correre a stomaco pieno o dopo aver bevuto bibite ricche di sali può aumentare la probabilità di percepire questo tipo di fitte.

Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura di QUESTO recente articolo scientifico che riassume (in inglese) tutto ciò che si sa fino ad oggi sul dolore addominale da esercizio.

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Perché piangiamo?

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“Da una lacrima sul viso ho capito molte cose” cantava Bobby Solo più di mezzo secolo fa.

Come dargli torto?

Le lacrime sono un potente mezzo di comunicazione. Attraverso il pianto siamo in grado di trasmettere le nostre emozioni e i nostri bisogni ancor prima di saper parlare.

Poeti, scrittori e artisti di ogni genere (oltre a Bobby Solo) hanno dedicato le proprie opere al pianto. Le lacrime segnano i momenti emotivamente più importanti della nostra vita. Salutiamo il mondo piangendo alla nascita e accompagnamo con le lacrime chi ci ha salutato per sempre.

Ma non tutte le lacrime sono uguali.

Le ghiandole lacrimali, infatti, producono tre principali tipi di lacrima.

Esistono prima di tutto le lacrime basali, ovvero l’umidità naturale continuamente prodotta nell’occhio. Le lacrime basali lubrificano e nutrono l’occhio, formano una barriera protettiva, difendono dalle infezioni e migliorano la trasparenza ottica della cornea. Ogni giorno circa un grammo di lacrime basali vengono prodotte e drenate dai nostri occhi.

Il secondo tipo di lacrima è dovuto al riflesso in seguito al contatto con un agente irritante come polvere, fumo o cipolle (abbiamo approfondito l’argomento nel post “Perché le cipolle fanno piangere?”).

In breve, l’irritante stimola i recettori sensoriali del nervo oftalmico (branca del nervo trigemino) che comunicano il pericolo al sistema nervoso centrale. In risposta il cervello secerne gli ormoni necessari ad attivare la lacrimazione con l’obiettivo di diluire la sostanza irritante e risciacquare l’occhio.

Il terzo tipo di lacrima è quello emozionale con il quale abbiamo aperto questo post. Le lacrime emozionali sono quasi certamente un’esclusiva umana.

Le lacrime degli altri animali infatti non sono legate a stress emotivi. Neanche i coccodrilli piangono per il rimorso per la preda uccisa. Semplicimente non sudano e utilizzano la lacrimazione per eliminare i sali in eccesso.

Lacrime di coccodrillo (Fonte)

In ogni caso, non sono solo i motivi scatenanti a rendere speciali le lacrime emozionali. Che siano di tristezza o di gioia, le lacrime emozionali hanno infatti una composizione diversa rispetto alle lacrime basali o da riflesso. Mentre le lacrime da cipolle sono una miscela composta principalmente da acqua e muco, le lacrime emozionali sono ricche di sali ed ormoni proteici. 

Ormoni quali la prolattina, l’ormone adrenocorticotropo (o ACTH per gli amici) associato ad elevati livelli di stress, e l’oppiode naturale leu-encefalina abbondano nelle lacrime da stress emotivo. Il rilascio di questi ormoni sembra corroborare la teoria secondo la quale il pianto è una valvola di sfogo per normalizzare livelli di stress troppo elevati.

Sicuramente, come accennato in apertura, il pianto emotivo è un segnale forte per i nostri simili. Può essere sia una richiesta di aiuto che un modo per aumentare l’empatia e può aiutare a scaricare stress e tensione. Purtroppo in molte culture le lacrime (soprattutto negli uomini) sono socialmente poco accettate in quanto sintomo di debolezza (personalmente considero molti tabù sociali molto più limitanti dei processi fisiologici che vogliono condannare come inadeguati).

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La famosa faccia da pianto di Dawson

Le più divertenti lacrime da risate, invece, non cadono in nessuna categoria tra quelle appena descritte. Il pianto da riso infatti è dovuto principalmente agli spasmi meccanici dei muscoli facciali che finiscono per stimolare anche le ghiandole lacrimali.

Molto più inquietanti sono infine le lacrime di sangue o emolacria. Piangere sangue è un sintomo legato ad altre condizioni quali infezioni, alti livellli ormonali o improvvisi picchi di santità (si scherza eh…).

Una curiosità. Un pianto a dirotto si accompagna spesso ad un naso gocciolante. Questo perché le lacrime che non scorrono lungo le guance vengono drenate dai dotti lacrimali che convergono nelle cavità nasali

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Che cos’è un retrovirus?

Il fiocco rosso, simbolo della lotta all’AIDS

Il primo dicembre, come ogni anno, si svolge la giornata mondiale per la lotta all’AIDS.

La sindrome da immunodeficienza acquisita è una malattia pandemica (che colpisce più aree geografiche in tutto il Mondo) che, ad oggi, ha contagiato più di 60 milioni di persone provocando 25 milioni di morti.

Questa patologia, riconosciuta ufficialmente nel 1981, colpisce il sistema immunitario rendendolo debole ed inefficiente. Le persone colpite sono in questo modo esposte a infezioni e patologie (tra cui anche tumori) che in genere verrebbero sconfitte da un normale sistema immunitario.

L’AIDS è provocata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV) derivato dal virus dell’immunodeficienza delle scimmie (SIV). Questo virus, trasmissibile per via sessuale, ematica o verticale (madre-figlio), si insinua nell’organismo ospite e attacca le cellule ricche di un particolare recettore chiamato CD4.

Nell’organismo umano le cellule che esprimono maggiormente il recettore CD4 sono i linfociti CD4+ del sistema immunitario. Questi linfociti hanno il ruolo fondamentale di coordinatori (o “direttori d’orchestra”) in quanto sono responsabili del reclutamento di diverse componenti del sistema immunitario a seconda del tipo di infezione che il corpo è chiamato a fronteggiare. Un numero inopportuno di linfociti CD4+ indebolisce tutto il sistema di difesa esponendo l’intero organismo agli attacchi degli agenti patogeni.

Linfocita al microscopio elettronico a scansione (Wikipedia)

I linfociti CD4+ sono il bersaglio principale del virus HIV ma, all’interno del corpo umano, si trovano altre cellule attaccabili dal virus in quanto dotate di recettore CD4. Tra queste cellule ci sono altre cellule del sistema immunitario come i linfociti B e linfociti T-CD8+, i precursori delle cellule del sangue, cellule dei vasi sanguigni, del sistema nervoso e delle pareti intestinali

Spesso si sente definire l’AIDS come malattia retrovirale e l’HIV come retrovirus. Ma cosa significa esattamente questo termine?

Virus e retrovirus….

Prima di tutto cerchiamo di definire cosa sia esattamente un virus.

Il termine virus deriva dal latino vīrus che significa “tossina, veleno”. Un virus è formato, in grosso modo, da una capsula che avvolge un genoma formato da pochi geni. Un virus in genere infetta una cellula iniettandovi il proprio genoma. Una volta all’interno della cellula questi pochi geni sequestrano i macchinari di replicazione della cellula stessa. In questo modo il virus si replica formando copie di se stesso che abbandonano la cellula uccidendola. I nuovi virus così formati potranno infettare (e uccidere) altre cellula e così via. Per la sua semplicità strutturale e per la sua incapacità a replicarsi in modo autonomo un virus viene definito come entità biologica e non come organismo vivente (se un virus sia effettivamente vivente o meno è ancora oggetto di discussione).

Definita brevemente la natura di un virus passiamo ora al secondo concetto fondamentale per capire il termine “retrovirus”: Il Dogma Centrale della Biologia Molecolare o Central Dogma (se chi legge è un fan di Neon Genesis Evangelion questo termine farà suonare più di un campanello).

Nel manga/anime Neon Genesis Evangelion il Central Dogma era il centro di comando del quartier generale della Nerv.

Il Dogma Centrale si riferisce al sistema tramite il quale l’informazione genetica contenuta nel DNA viene espressa in proteine funzionanti (e quindi in interi organismi viventi). Il Dogma prevede che l’informazione contenuta nella catena a doppia elica del DNA venga trascritta in RNA messaggero a singola elica il quale viene tradotto in proteine.

Schematizzazione del Dogma Centrale. Il DNA (che si autoreplica) viene trascritto in RNA tramite la trascrizione. l’RNA viene quindi tradotto in proteine tramite la traduzione.

Nonostante il nome, però, il Dogma Centrale è ben lontano dall’essere una regola assoluta ed inviolabile (come del resto tutto nella Scienza, e questo è il bello!). Esistono infatti numerosi casi di violazione del Dogma e i retrovirus ne sono un esempio.

I retrovirus sono caratterizzati da un genoma formato da RNA invece che DNA. La capsula del retrovirus, una volta all’interno della cellula infettata, libera alcune molecole di un enzima particolare chiamato retrotrascrittasi inversa.

Questo enzima è in grado di violare il Dogma percorrendo al contrario il primo passaggio del Dogma stesso, la trascrizione da DNA a RNA messaggero.

La retrotrascrittasi, infatti, retrotrascrive il genoma ad RNA del virus in DNA. Questo DNA virale retrotrascritto viene quindi incorporato nel genoma della cellula colpita che inizierà ad esprimere le proteine virali come se nulla fosse.

In questo modo il retrovirus piega i meccanismi di replicazione della cellula ai propri voleri. La cellula infettata diventerà una vera e propria fabbrica di produzione e assemblaggio dei virus i quali, una volta formati, abbandoneranno la cellula distruggendone la membrana provocandone così la morte.

Retrovirus HIV-1 (in verde) che abbandonano un linfocita morente gemmando dalla sua superficie (Wikipedia)

Il sistema terribile quanto ingegnoso garantisce prosperità al virus che può crescere ed espandersi fino a diventare una vera e propria epidemia.

Nonostante tutto la lotta all’AIDS continua e le buone notizie non mancano. Pur non esistendo ancora un vaccino o una cura definitiva, l’infenzione è in calo. Il Progamma per la lotta all’AIDS delle Nazioni Unite (UNAIDS), infatti, riporta una riduzione del 52% di nuove infezioni nei bambini e una riduzione globale tra adulti e bambini del 33% dal 2001 ad oggi.

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Quanto è grande una cellula?

Rappresentazione di una cellula eucariote.

Gli organismi che abitano la Terra possono essere raggruppati in differenti categorie attraverso diversi metodi. Uno di questi metodi consiste nel dividere gli esseri viventi in base al numero di cellule che li compongono.

Secondo questa divisione, quindi, possiamo distinguere organismi unicellulari (formati da una singola cellula) e organismi pluricellulari (formati da più cellule) come noi esseri umani.

Un corpo umano è formato da circa 1014 (centomila miliardi) di cellule divise in più di 200 tipi differenti. A questi miliardi di cellule (di cui 100 miliardi di soli neuroni nel cervello) vanno aggiunti altrettanti batteri che vivono in simbiosi nel nostro intestino.

Le nostre cellule definiscono chi siamo in quanto sono le unità fondamentali del nostro corpo, le strutture più piccole a poter essere considerate viventi.

Ma quanto piccole sono effettivamente le cellule?

Molto… molto piccole. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto definiamo il livello di grandezza in cui ci muoviamo quando parliamo di cellule.

Se la nostra altezza è definita in metri (m), la distanza tra due città in chilometri (km), le dimensioni delle cellule sono definite in micrometri (μm).

Un micrometro corrisponde ad un milionesimo di metro, ovvero un millesimo di millimetro (che a sua volta è un millesimo di metro). Il rapporto tra micrometri e millimetri è quindi uguale a quello tra millimetri e metri.

Io sono alto circa un metro e ottanta, ovvero 1800 millimetri o un milione e ottocentomila micrometri. Le cellule che formano il mio (e il vostro) corpo, invece, hanno dimensioni che variano da poco meno di 10 micrometri ad oltre 100 micrometri (un decimo di millimetro).

Questo significa che se la cellula più grande del nostro corpo avesse le dimensioni di una moneta da un euro, una persona media dovrebbe essere alta qualcosa come 260 metri.

Ma quali sono le cellule più grandi del nostro corpo? E quelle più piccole?

Le cellule più grandi del corpo umano sono gli ovuli femminili. Con un diametro che si aggira tra i 120 ed i 150 micrometri (0.12-0.15 millimetri) meritano ampiamente il titolo di giganti del corpo umano. Le cellule uovo umane sono abbastanza grandi da essere visibili ad occhio nudo.

Ovulo e spermatozoo. La cellula più grande e una delle cellule più piccole del corpo umano.

Tra le cellule più grandi del corpo troviamo anche le fibre muscolari le quali, in realtà, sono formate da più cellule fuse tra loro in strutture polinucleate (con molti nuclei cellulari) chiamate sincizi.

Se l’ovulo è la cellula più grande lo spermatozoo cade nel gruppo delle cellule più piccole (approfondirò questa disparità tra maschio e femmina in un post futuro) con un diametro di circa 5-6 micrometri. Ciononostante il flagello dello spermatozoo (la coda per intenderci) arriva fino a 50 micrometri di lunghezza.

Tra le dimensioni dello spermatozoo e dell’ovulo c’è quindi una differenza di circa 30 volte!

Sempre all’interno della categoria delle cellule più piccole del corpo troviamo inoltre i globuli rossi del sangue che, con la loro caratteristica forma discoidale biconcava (dovuta all’assenza di un nucleo cellulare), hanno diametri inferiori ai 10 micrometri o, ancora, i neuroni dello strato granulare del cervelletto le cui dimensioni si aggirano intorno ai 4.5 micrometri.

Eritrociti o globuli rossi con la caratteristica forma discoidale biconcava.

Abbiamo quindi definito i due estremi, le cellule più grandi e le cellule più piccole del nostro corpo.

Ma qual è la cellula più grande del mondo?

Vista la non tanto recente estinzione dei dinosauri si può dire che la cellula più grande attualmente esistente sul nostro pianeta sia l’uovo di struzzo con i suoi 15 centimetri di lunghezza medi.

Ma, come spesso accade nella Scienza, questa affermazione rimane ancora oggi dibattuta.

Esistono infatti cellule che, pur non avendo lo stesso volume o lo stesso peso, possono raggiungere lunghezze che superano di gran lunga i 15 cm dell’uovo di struzzo.

Senza andare troppo lontano, alcuni neuroni del corpo umano hanno prolungamenti lunghi più di un metro e collegano il sistema nervoso centrale alla punta dei nostri piedi.

Quindi provate ad immaginare (e fate le dovute proporzioni) i prolungamenti dei neuroni analoghi in animali come giraffe, balenottere azzurre o calamari giganti…

Un’alga molto particolare, però, sembra poter battere tutti gli organismi sopracitati contendendo le prime posizioni nella speciale classifica delle cellule giganti.

Si tratta della Caulerpa, un genere di alga verde che può raggiungere i 3 metri di lunghezza con più di 200 fronde distribuite lungo tutto il corpo.

Alga del genere Caulerpa. Pur sembrando una pianta con foglie si tratta in realtà di una singola cellula priva di sistema vascolare

La particolarità che rende unica la Caulerpa è il numero di cellule che la compongono: UNO.

I tre metri di Caulerpa, infatti, sono formati da un’unica grande cellula con numerosi nuclei. Questo rende la Caulerpa una delle cellule più grandi e, sicuramente, l’organismo unicellulare più grande al mondo.

Concludo consigliandovi un pagina interattiva dove potrete visualizzare le dimensioni di una cellula rispetto ad altri oggetti come un chicco di caffè o un atomo di carbonio. Realizzata dal Genetic Science Learning Centre dell’Università dell Utah è consultabile liberamente QUI.

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Perché gli insetti sono attratti dalla luce?

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Arriva l’estate e con essa il piacere di prendere il fresco la sera, magari rilassandosi in compagnia dei propri amici su un balcone o su una veranda. Una situazione perfetta e di assoluto relax se non fosse per le orde di zanzare ed altri insetti che a centinaia si fiondano sulle fonti di luce delle nostre case rovinando l’idillio di una serata estiva.

Ma come mai alcuni insetti sono fortemente attratti dalla luce delle lampadine?

I motivi alla base di questo fastidioso fenomeno sono principalmente due.

In primo luogo una fonte di luce ad incandescenza è anche una fonte di calore, ovvero emette radiazioni nel campo dell’infrarosso. Questa radiazione, invisible all’occhio umano, può essere percepita da diversi animali tra cui gli insetti come le zanzare che, alla ricerca di animali a sangue caldo in cui infilzare il proprio pungiglione, puntano sicure verso le lampadine credendole prede succulente.

Insetti intorno ad una lampadina

Il secondo motivo per cui anche insetti non ematofagi (che non si nutrono di sangue) sono attratti dalle fonti luminose va ricercato nel sistema di navigazione di questi animali.

Gli insetti dotati di ali, infatti, si orientano nel volo utilizzando il sole o la luna come punti di riferimento. Mantenendo invariato l’angolo della luce naturale all’interno del proprio campo visivo gli insetti possono orientarsi e mantenere una direzione di volo lineare.

Purtroppo il progresso umano è molto più rapido dell’evoluzione degli insetti. Il loro sistema di navigazione, evolutosi avendo la luna (ovvero una fonte di luce abbastanza distante da rimanere fissa nel campo visivo dell’insetto) come punto di riferimento, non riesce a distinguere la luce riflessa dal satellite del nostro pianeta dalla luce emessa dalle nostre lampadine.

In sostanza zanzare e falene vengono ingannate e, scambiando le lampadine per la luna, finiscono per bruciarsi le ali. Un po’ come l’equipaggio del Millenium Falcon nel primo film di Guerre Stellari che si fa catturare scambiando la stazione spaziale “Morte Nera” per una piccola luna. Mai fidarsi di ciò che sembra una piccola luna…

“Non è una luna quella… è una stazione spaziale!”. Luke Skywalker, Chewbacca, Obi-Wan Kenobi e Han Solo scambiano la Morte nera per una piccola luna.

Le luci delle lampadine, tra l’altro, sono molto più vicine e più luminose della luce lunare e, a differenza di quest’ultima, proiettano radiazioni in tutte le direzioni. Per questo motivo gli insetti non riescono a mantenere fisso l’angolo della luce all’interno del proprio campo visivo e, disorientati, girano a spirale intorno alle lampadine.

Una falena vola a spirale intorno ad una candela. La radiazione luminosa, proveniendo da una fonte di luce molto vicina, cambia continuamente posizione all’interno del campo visivo dell’insetto disorientandone la rotta di volo.

L’inquinamento luminoso dovuto all’illuminazione artificiale, inoltre, è estremamente pericoloso per la salute delle comunità di insetti in quanto compromette i loro comportamenti. Le lucciole che un tempo illuminavano le nostre campagne, ad esempio, sono oggi sempre più rare e rischiano l’estinzione poiché, nel caos di luci e flash artificiali, non riescono a distinguere i segnali luminosi tipici della loro specie e fondamentali per i loro meccanismi riproduttivi.

Un campo di lucciole

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