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Attraverso la Natura con Edvard Munch.

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“Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

PREMESSA: non sono un esperto d’arte. La mia conoscenza della storia dell’arte si colloca tra Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale di Venezia e Aldo, Giovanni e Giacomo al museo di arte moderna.

Ciononostante mi piace visitare mostre e musei, lasciandomi guidare dalla mia curiosità e cercando di andare oltre la limitatezza della mia ignoranza in materia.

Ed è proprio questa curiosità che mi ha portato ad entrare nel Munch Museum di Oslo. Devo ammettere che, all’ingresso, le mie aspettative erano, Urlo a parte, abbastanza basse e sono contento di essere stato piacevolmente smentito dalla splendida esposizione che mi sono trovato davanti.

Organizzata dal Munch Museum stesso in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Oslo e dal titolo “Through Nature” (Attraverso la Natura).

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Locandina della mostra all’ingresso del Munch Museums di Oslo.

La mostra consiste in un’analisi multidisciplinare della rappresentazione della Natura nell’arte di Munch. I quadri dell’artista vengono affiancati ad antichi reperti fossili mentre la percezione dei fenomeni naturali secondo Munch viene  associata a concetti e teorie scientifiche quali l’evoluzione e la selezione naturale.

Arte e Scienza da sempre osservano lo stesso mondo fisico con lenti differenti. Difficilmente riescono a comunicare tra loro ed utilizzare le visioni di Munch come punto d’incontro è un’idea, a mio parere, geniale. Per questo vorrei condividere con i lettori di questo blog alcune delle opere che più mi hanno colpito, aggiungendo alcune riflessioni personali (non odiatemi se dico inesattezze su Munch e sull’arte in generale…).

Prometto di essere breve, sia per non annoiare sia per lasciare qualcosa in sospeso. Del resto la mostra è aperta fino al 4 gennaio e se capitate a Oslo vale davvero la pena di essere visitata.

L’opera che mi ha più colpito in assoluto è sicuramente “Metabolismo. Vita e Morte” nota anche come “Adamo ed Eva”. Dipinto nel 1899, il quadro rappresenta un uomo ed una donna nudi vicino ad un albero. Nella parte inferiore del quadro si possono notare dei teschi sepolti tra le radici  mentre nella parte superiore si delineano i profili di una città.

Metabolismo. Vita e Morte

Metabolismo. Vita e Morte

La Scienza definisce il metabolismo come l’insieme delle reazioni fisico-chimiche che avvengono all’interno di un organismo. Materia ed energia vengono assorbite dall’organismo e con l’organismo si trasformano in continuazione. È affascinante vedere come Munch estenda la definizione di metabolismo aldilà del suo significato portandola ad abbracciare anche i concetti di Vita e Morte.

Come le molecole e l’energia che fluiscono in un organismo anche gli esseri viventi nella loro totalità fluiscono tra la Vita e la Morte, trasformandosi.

Nei cicli naturali organismi interi muoiono o si trasformano per dare vita ad altri organismi. Nel quadro in questione l’immagine biblica di Adamo ed Eva si incastona tra la Morte (gli scheletri sotterrati) e la Vita (la città sovrastante), con questi due aspetti collegati dall’albero centrale.

Vita e Morte si trasformano l’una nell’altra e con esse sono gli organismi stessi a trasformarsi evolvendosi.

Il “metabolismo” della Natura porta il passato rappresentato sempre dai teschi sepolti tra le radici dell’Albero della Vita ad evolversi nel presente rappresentato dalla città posta nella parte superiore del dipinto. Un’evoluzione che si basa sulla riproduzione di organismi che si uniscono nel corso delle generazioni. Adamo ed Eva sono in questo caso i pilastri del metabolismo dell’evoluzione della Vita.

L’evoluzione basata sulla riproduzione sessuata ci porta al concetto di selezione sessuale ed alla seconda opera intitolata “Gelosia”.

Gelosia

Gelosia

In questo quadro un uomo ed una donna si corteggiano sullo sfondo, mentre in primo piano una figura dal volto triste li spia da dietro un cespuglio rodendosi di invidia.

In questo caso ho apprezzato l’associazione tra la sfera emotiva e sentimentale ed il concetto di selezione sessuale. L’evoluzione degli organismi attraverso la selezione naturale, infatti, non viene spinta solamente dal bisogno di adattarsi all’ambiente circostante. Anche la necessità di trasmettere i propri geni alle generazioni future è una forza trainante dell’evoluzione e plasma gli organismi in una continua competizione per trovare un partner con il quale riprodursi.

Questa competizione per la riproduzione si arricchisce a livello dell’essere umano nel momento in cui entra in gioco la mente con le proprie emozioni ed i propri sentimenti. La corsa alla trasmissione dei propri geni può assumere così i volti della gioia e dell’amore o dell’odio e dell’invidia.

Ho promesso di essere breve e chiuderò con l’ultimo quadro ancora selezionato tra quelli che mi hanno colpito particolarmente. Intitolato “Madonna” o “Donna che fa l’amore” rappresenta una figura femminile nuda e sensuale circondata da una cornice nella quale fluttuano degli spermatozoi.

Madonna

Madonna

Potrei fare molte riflessioni in merito a quest’opera ma in questo caso vorrei evidenziare come anche la Scienza può influenzare la storia dell’Arte. La rappresentazione degli spermatozoi e del loro moto da parte di Munch, infatti, è stata resa possibile grazie agli studi dell’olandese Anton van Leeuwenhoek che nel 1667 per primo osservò la peculiare forma dei gameti maschili tramite l’uso di lenti da lui stesso realizzate.

Scienza ed Arte. Sfere differenti della natura umana che osservano la stessa realtà fisica da punti di vista diversi. Punti di vista che non si escludono tra loro ma che, anzi, possono completarsi a vicenda.

Inoltre, per approfondire, QUI potete trovare la pagina interattiva dell’esposizione (in inglese o norvegese).

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L’evoluzione delle idee: il concetto di meme.

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Personalmente considero “Il Gene Egoista” di Sir Richard Dawkins una pietra miliare ed una lettura fondamentale sia dal punto di vista scienfitico che filosofico. Per queste ragioni l’ho utilizzato in passato e lo utilizzerò ancora in futuro come fonte di nozioni e d’ispirazione per i alcuni dei miei post.

Dawkins è uno dei maggiori esponenti del neo-darwinismo e padre di un concetto estremamente potente: il meme.

Purtroppo il significato originale della parola, coniata dallo stesso Dawkins, è stato leggermente travisato e decontestualizzato, tanto che oggi questo neologismo è utilizzato per indicare immagini, personaggi  o brevi filmati che raggiungono una diffusione “virale” attraverso i social network.

Il termine è oramai fortemente associato al contesto non-sense dell’umorismo della Rete. Un fenomeno sociale talmente ampio da spingere Dawkins stesso a prestarsi ad un parallelismo tra la sua iniziale definizione di meme e l’attuale contesto nel quale la parole viene utilizzata. Di seguito potete vedere la “Memes Vs Genes song” introdotta da Dawkins in persona:

Ma, scherzi a parte, il concetto di meme è alla base di una teoria fondamentale: la teoria dell’evoluzione della mente umana.

Ma andiamo con ordine.

Ne “Il Gene Egoista” Dawkins si chiede in quale modo un astronauta atterrato su un pianeta sconosciuto potrebbe riconoscere una vita aliena, completamente differente dalla nostra. In sostanza, quali sono gli attributi fondamentali e universali (se esistono) che definiscono la vita?

A questo punto dovremmo ovviamente aprire una parentesi gigantesca e credo sia meglio tenere la definizione di vivente per un prossimo post.

In ogni modo, Dawkins sostiene che la vita, qualsiasi tipo di vita, debba possedere una caratteristica fondamentale, ovvero basarsi su

“l’evoluzione attraverso la sopravvivenza differenziale di entità che si replicano”

In parole povere entità individuali che si replicano e si evolvono sotto la spinta della selezione naturale.

Sul nostro pianeta questa caratteristica è propria della molecola di DNA e dei geni che di DNA sono fatti.

I geni sono i replicatori che si sono sviluppati sulla Terra. Essi creano copie di se stessi e, se adatti a vincere la sfida della selezione naturale, si diffondono nella popolazione, sopravvivono e si tramandano nel corso delle generazioni.

Rappresentazione artistica di un gene all’interno di un cromosoma.

La vita su un pianeta alieno, però, potrebbe essere basata su un altro tipo di replicatori, completamente differenti dai geni.

Tuttavia, secondo Dawkins, non c’è bisogno di andare su un altro pianeta per trovare un replicatore diverso dai geni. Senza doversi spingere nello spazio interstellare, infatti, un nuovo replicatore sembra essere nato sul nostro pianeta e, più precisamente, all’interno nella nostra testa.

Tale replicatore sarebbe nato dalla brodo primordiale rappresentato dalla cultura umana ed è, appunto, il meme. Il termine deriva dalla contrazione del termine in Greco Antico “mimeme” inteso come qualcosa che imita.

Il meme, secondo la teoria di Dawkins, sarebbe dunque l’unità replicante dell’evoluzione culturale umana. Un meme può essere una melodia, un’idea, una frase, una moda, una tecnica di costruzione.

In poche parole il meme è un’unità di trasmissione culturale che permette alla cultura umana di evolversi e tramandarsi di cervello in cervello, di generazione in generazione.

Il meme di Dio è uno dei migliori esempi di meme riportati ne “Il Gene Egoista”. L’idea di Dio è nata più volte in modo indipendente in differenti popolazioni in tutto il pianeta. Dio, nient’altro che un’invenzione umana, è un meme di grande successo che si è tramandato di generazione in generazione grazie alle dottrine religiose, all’arte e alla filosofia.

Così come i geni si tramandano e si diffondono all’interno del pool genico così i memi si tramandano e si diffondono all’interno del pool memico. Un’idea o una melodia in grado di far presa sarà destinata a diffondersi tra la popolazione, saltando di cervello in cervello grazie all’imitazione e contribuendo al progresso della cultura umana.

Come i geni anche i memi subiscono una pressione selettiva e, sempre come i geni, possono mutarsi e adattarsi con l’unico scopo di sopravvivere.

Il parallelismo tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione genetica non è un concetto nuovo e Dawkins non è il primo ad averne parlato. Tuttavia il concetto di meme è altamente rivoluzionario perché introduce un nuovo replicatore indipendente all’interno della lotta per la sopravvivenza.

È vero che i memi nascono da un cervello che è il prodotto di una selezione di geni, ma questo non implica che i primi debbano essere asserviti ai secondi.

I memi, in quanto replicatori fondamentali, sono indipendenti dal sistema che li ha preceduti e, anzi, possono soprassederlo con forza.

La selezione naturale dei geni e l’evoluzione genetica sono infatti processi estremamenti lenti, mentre l’evoluzione culturale attraverso la selezione dei memi procede a velocità folli.

Un’idea può diffondersi rapidamente e può mutare e migliorarsi in modo altrettanto rapido ed efficiente. Probabilmente con un’efficienza superiore a quella dei geni stessi. Come ci ricorda Dawkins nel suo libro i geni di Socrate e Leonardo sono con ogni probabilità andati perduti per sempre, ma i loro memi, le loro idee, vanno ancora molto forte!

Per citare “V for Vendetta”:

 “Le idee sono a prova di proiettile…”

Le idee sono a prova di proiettile. Fotogrammi tratti dall’adattamento cinematografico di “V For Vendetta” di Alan Moore.

In ogni caso, all’interno contesto della teoria di Dawkins i geni egoisti “pensano” solamente alla propria sopravvivenza, aldilà dell’individuo che li ospita.

Nella teoria del gene egoista gli individui viventi sono macchine che i geni utilizzano per garantire la propria sopravvivenza. Allo stesso modo anche un meme è “interessato” solamente alla propria sopravvivenza. I cervelli sono contenitori e l’imitazione è il sistema di diffusione. In questo modo i memi sopravvivono, aldilà degli individui che li ospitano in un determinato momento temporale e si diffondono persino a discapito degli stessi geni che hanno permesso la nascita di questa nuova classe di replicatori.

Pensate ad esempio al meme del celibato. In un contesto religioso un simile meme ha un grande successo e la sua diffusione risulta rapida ed efficiente efficiente anche se ciò va a discapito dei geni che utilizzano la riproduzione come mezzo di replicazione e trasmissione.

In questa visione un po’ fatalista, però, Dawkins vede uno spiraglio che ci rende unici di fronte alla vita sulla Terra e si esplica nel mistero ancora irrisolto della nostra coscienza. Concludendo con le parole di Dawkins stesso:

“Abbiamo il potere di andare contro ai nostri geni egoisti e, se necessario, ai memi egoisti del nostro indottrinamento. […] Siamo cosruiti come macchine dei geni e coltivati come macchine dei memi, ma abbiamo il potere di ribellarci ai nostri creatori. Noi, unici sulla terra, possiamo ribellarci alla tirannia dei replicatori egoisti.”

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Vita, Violenza e Virtù

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Le riflessioni che voglio condividere con questo post si aggirano nella mia testa da un bel po’ vagando qua e la in attesa dello stimolo adeguato che mi permettesse di metterle nero su bianco.

L’input corretto alla fine mi è arrivato da un articolo di Vito Mancuso (e mai avrei pensato di poter essere imbeccato da un teologo) pubblicato da Repubblica alla fine dello scorso anno (e consultabile QUI).

Nell’articolo dal titolo “Sull’”antinaturalismo” degli animalisti”, Mancuso esprime le mie stesse convinzioni riguardo alla vita sulla Terra e al nostro rapporto con essa. Quelle stesse convinzioni che mi permettono di mangiare una bistecca o difendere la sperimentazione animale senza avere troppi rimorsi di coscienza.

Il ragionamento di Mancuso si basa su alcune affermazioni di Gandhi il quale riconosceva come “il consumo dei vegetali implica violenza” concludendo che

“la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea”.

Una simile affermazione può sembrare assurda, soprattutto se enunciata proprio dal padre della non-violenza, ma in realtà evidenzia una elevata comprensione della vita e delle relazioni tra i viventi.

Se con il termine violenza intendiamo il soggiogamento o l’uccisione di un organismo da parte di un altro essere vivente sarebbe ipocrita non riconoscere la citazione di Gandhi come vera. Citando l’articolo di Mancuso

“La nostra vita per esistere si deve nutrire di altra vita che deve necessariamente sopprimere”

La sopravvivenza di qualsiasi organismo vivente, infatti, presuppone lo sfruttamento o la morte di altri organismi viventi.

La mia sopravvivenza di individuo dipende dalla morte degli organismi di cui mi nutro (siano essi animali, piante o funghi) e dalla morte degli organismi che tentano di attaccarmi quotidianamente e che il mio sistema immunitario uccide con efficienza.

Questa continua lotta per la sopravvivenza è uno dei principali motori dell’evoluzione e, per quanto oggettivamente violenta, non può essere considerata crudele.

Perché un’azione come l’atto di nutrirsi possa esser considerata crudele, infatti, bisognerebbe postulare una gerarchia tra gli esseri viventi che conferisca ad alcuni esseri viventi un maggior “diritto alla sopravvivenza” rispetto ad altri. Poiché non credo che una gazzella sia migliore di un leonessa, non trovo niente di crudele nel fatto che la seconda possa nutrirsi della prima.

E qui arriviamo al concetto di unicità della vita sulla Terra. Come ho già discusso brevemente QUI, la vita sul nostro pianeta è una e unica: anche se milioni di anni di evoluzione hanno generato un’incredibile varietà di forme, qualsiasi organismo converge in un unico punto rappresentato da un mucchietto di molecole quali amminoacidi, acidi nucleici (DNA ed RNA) e lipidi.

La doppia elica del DNA. Condivisa da tutti gli organismi viventi sulla Terra.

Nessun organismo, anche se più complesso, è quindi migliore di altri ma ciascun organismo lotta per la propria sopravvivenza. Così come non trovo crudele la leonessa che caccia la gazzella, allo stesso modo non vedo nulla di intrisecamente malvagio nel batterio che tenta di infettarmi (questo però non implica che io non mi difenderò con ogni mio mezzo per impedire al batterio di prevalere).

La Natura è scevra da categorie come buono e cattivo ed è solo la nostra interpretazione della realtà a conferirle queste caratteristiche. Da un lato la morte ci spaventa perché non riusciamo a comprenderla a pieno e la associamo alla perdita di qualcuno a noi caro, dall’altro una forte empatia ci porta a tifare per la gazzella e ad innorridire quando una leonessa la ferisce a morte. Probabilmente se gli alberi avessero la linfa rossa proveremmo una simile sensazione di disagio nel vedere una mucca al pascolo.

La morte con la sua apparente violenza, però, non è altro che un aspetto della vita stessa che si trasforma in continuazione in una complessa rete dinamica. Una rete i cui nodi sono i singoli organismi connessi tra loro da ogni tipo di relazione: dal rapporto preda-predatore al parassitismo, dalla simbiosi al mutualismo (dal leone che caccia la gazzella alla formica che alleva l’afide, dalla tenia che infetta l’intestino umano all’uomo che alleva il maiale).

Una formica si prende cura del proprio allevamento di afidi.

Per questi motivi, come ci ricorca Mancuso nel suo articolo,

“nessun vivente può uscire indenne dalla catena di violenza di cui è impastata la vita, e per questo nessuno ha il diritto di tirare la prima pietra condannando chi mangia carne o chi sostiene la ricerca mediante sperimentazione animale”.

A questo punto vorrei precisare che non sto in alcun modo facendo un’apologia della violenza ne sto giustificando comportamenti criminali. In quanto esseri umani l’evoluzione ci ha donato strumenti estremamente potenti come la mente razionale e la coscienza silenziosa al di sopra di essa che permettono alla nostra specie di distinguersi nettamente dal resto dei viventi.

L’intelletto ha permesso alla nostra specie di formulare le leggi ed i comportamenti morali che permettono (teoricamente) alle nostre comunità di condurre un’esistenza bilanciata e pacifica. L’emancipazione data dalla ragione consente all’uomo di costruire società talmente stabili e floride da riuscire persino ad andare oltre i propri istinti compiendo scelte che nessun altro animale potrà mai nemmeno considerare.

Una scelta alimentare come quella di non mangiare carne o lo sviluppo di tecniche alternative alla sperimentazione animale, per esempio, sono comportamenti nobili che solo un individuo dotato di ragione e inserito in una comunità stabile e protetta può compiere. È la ragione che permette all’uomo di apprezzare una vita virtuosa quanto più possibile priva di violenza ed inutile sofferenza. È la ragione che consente all’uomo di capire che il rispetto per l’ambiente e per le altre forme di vita è vantaggioso per se stesso prima ancora che per il resto del pianeta. È la ragione che conferisce all’uomo la capacità di contemplare la Natura in ogni sua forma, di rispettarla e di preservarla.

Per concludere sono proprio le differenze (e non le uguaglianze) tra noi e il resto dei viventi ad essere alla base di alcune istanze tipiche dell’animalismo. Istanze che io stesso condivido. Anch’io auspico un futuro privo di sperimentazione animale, privo di colture e allevamenti intensivi, fatto di sostenibilità ambientale e utilizzo intelligente delle risorse. Ma tutto ciò senza dimenticare che una parte di strumentalità è congenita all’esistenza e che, per quanto emancipato, nessun organismo può distaccarsi completamente dalla rete di rapporti della vita. Per tutte queste ragioni non vedo nulla di moralmente sbagliato in un allevamento sostenibile, nella domesticazione di animali o in un uso etico di animali nella ricerca scientifica laddove non vi sia nessuna alternativa concreta.

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L’insetto Transformer e perché gli animali non hanno le ruote.

Insetti… transformer?

Osservando la Natura sembra che l’Uomo in fin dei conti abbia inventato ben poco di originale.

Pipistrelli e delfini hanno evoluto, in modo indipendente tra loro, perfetti eco-scandagli milioni di anni prima che arrivassero i nostri radar, i semi di acero hanno anticipato (e forse ispirato) le pale degli elicotteri. Per non parlare poi della meraviglia delle valvole cardiache o del sistema di lenti degli occhi.

Semi di acero

E la lista si allunga sempre più grazie alle nuove scoperte.  In una ricerca pubblicata recentemente su Science e ripresa dalla rubrica Zoologger del NewScientist  viene descritto un incredibile sistema di ingranaggi individuato nelle gambe di un insetto e osservabile in questo video:

Issus coleoptratus è un piccolo omottero ben noto per i suoi salti prodigiosi con tempi di reazione nell’ordine dei millisecondi e velocità che raggiungono i 4 metri al secondo. Grazie a questo nuovo studio si è capito come siano proprio queste strutture ad ingranaggi ad essere alla base di queste incredibili performance atletiche.

Tramite questi ingranaggi dentati, infatti, il piccolo insetto è in grado di coordinare il movimento delle proprie zampe in modo estremamente efficiente. I ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’Università di Bristol che hanno firmato l’articolo hanno calcolato che le due zampe si muovono con uno sfasamento reciproco di appena 30 microsecondi. Un livello di sincronizzazione che batte qualsiasi riflesso neuronale.

Quindi anche gli animali possono avere anche degli ingranaggi. Ma perché non hanno le ruote? Del resto la ruota è uno delle conquiste di cui andiamo più fieri. Perciò se è veramente un sistema di locomozione così efficiente, perché la Natura non ha le ruote?

Questa sembra una domanda bizzarra ma è già stata affrontata niente meno che da Sir Richard Dawkings, uno dei padri del Neo-Darwinismo (e inventore del termine “meme”, oggi così inflazionato in Rete).

Dawkings affronta il “problema delle ruote” in un articolo del 1996 dal titolo “Why don’t animals have wheels?” e liberamente consultabile il pdf QUI.

Prima di tutto non è vero che la Natura non ha “inventato” la ruota. Il flagello dei batteri, infatti, viene mosso grazie ad un sistema che altro non è che un rotore che gira indefinitamente intorno ad un asse, come si vede bene in questo video:

Quindi la domanda corretta dovrebbe essere: perché animali di certe dimensioni non hanno le ruote?

Semplicemente perché forse non sono in fondo così vantaggiose. Per muoversi sui terreni sconnessi tipici di un qualsiasi ambiente naturale gambe e zampe sono di gran lunga più efficienti di qualsiasi ruota.

Ed è proprio qui la chiave del problema.

La ruota è realmente efficiente solo grazie ad un’altra invenzione precedente: la strada.

Senza una superficie liscia sulla quale scorrere liberamente una ruota è difatti poco funzionale.

La domanda successiva quindi è: perché gli animali non hanno inventato le strade? Del resto una strada non è niente di così più complesso di un nido d’uccello o di una diga di un castoro.

Diga di castori.

Dawkings risponde a questo secondo quesito utilizzando la teoria del Gene Egoista che l’ha reso famoso.

Costruire una strada non è un gesto abbastanza egoista e per questo è sfavorito dalla selezione naturale. Una strada, una volta costruita, può essere utilizzata da chiunque, anche da chi non ha partecipato a costruirla.

Per questo motivo i costruttori saranno sempre penalizzati in quanto pagheranno a pieno il prezzo della costruzione della strada, mentre altri individui potranno utilizzarla senza aver speso alcunché e risparmiando così energie per altre attività fondamentali come nutrirsi o riprodursi. Gli utilizzatori non costruttori saranno sempre favoriti nella lotta alla sopravvivenza.

Oltre agli svantaggi dati dalla selezione darwiniana esistono anche effettivi problemi tecnici. Sviluppare una struttura che ruoti in modo autonomo intorno ad un asse è complesso, soprattutto se deve essere fatta crescere e deve essere poi raggiunta da vasi sanguigni e nervi. Anche immaginando che il prodotto finale sia effettivamente realizzabile, l’evoluzione non va dal niente al tutto in un solo salto. I passaggi evolutivi sono graduali. Come dovrebbero essere gli intermedi tra una zampa e una ruota? Probabilmente sarebbero in ogni modo troppo svantaggiosi da essere selezionati come caratteri ereditari.

Quindi,  forse non vedremo mai un vero e proprio animale Transformer ma per una volta, e tralasciando i flagelli dei batteri (che non penso si offenderanno), possiamo andar fieri di una nostra invenzione originale.

Chiudo consigliandovi un canale di YouTube di divulgazione scientifica veramente ben fatto e che ha già affrontato il problema degli animali con le ruote in questo video:

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News: il serpente che inganna l’evoluzione

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Il fenomeno della speciazione è sostanzialmente il contrario dell’estinzione e si verifica nel momento in cui il percoso evolutivo di una specie si divide in rami differenti, ciascuno corrispondente ad una nuova specie.

I meccanismi che sottostanno al processo di speciazione sono numerosi e differenti ma in generale si tratta di un fenomeno che tende a progredire più rapidamente se due gruppi della stessa specie vengono completamente (o parzialmente) isolati tra di loro dando così vita a due popolazioni distinte che seguiranno destini evolutivi differenti. Un esempio pratico sono i celebri “fringuelli di Darwin” i quali, a partire da un progenitore comune, si sono evoluti in specie differenti distribuite e divise sulle diverse isole delle Galapagos. Le barriere fisiche (la distanza tra le isole) e la pressione evolutiva (le differenti fonti di cibo presenti su ciascuna isola) hanno contribuito ad accelerare il processo di speciazione favorendo lo sviluppo di nuove varianti di fringuelli, ciascuna adattata al proprio habitat di riferimento.

La speciazione adattativa dei fringuelli di Darwin

La bellezza della Scienza risiede anche nella sua indeterminatezza; nessuna teoria è una Verità assoluta e prima o poi salta sempre fuori il caso particolare che sembra andare contro ogni previsione.

Nell’immaginario collettivo il serpente è spesso associato al dubbio che si insinua, alla tentazione che fa vacillare le certezze e, in questa storia, è proprio un serpente a far traballare le nostre idee sull’evoluzione delle nuove specie.

I serpenti marini della sottofamiglia Hyfrophiinae, infatti, si dividono in circa 62 specie che vivono nell’oceano indiano con un elevato livello di simpatria (che non si riferisce a serpenti particolarmente simpatici, ma alla coabitazione di diverse specie nello stesso territorio geografico). Questo serpenti sviluppano rapidamente nuove specie nonostante condividano lo stesso spazio e perciò in assenza della spinta di una separazione fisica tra gruppi differenti, stravolgendo il concetto di speciazione così come l’ho descritto sopra.

Un serpente marino della sottofamiglia Hydrophiidae

Per risolvere questa apparente contraddizione un gruppo di ricerca internazionale ha analizzato quattro specie di questo particolare tipo di serpente. I risultati sono stati pubblicati recentemente su Molecular Ecology:

“Delle quattro specie studiate una è l’antenato comune delle altre tre, le quali si sono evolute molto rapidamente passando dall’avere una testa larga e una lunghezza del corpo di circa tre metri ad avere una testa piccola e una lunghezza complessiva di appena un metro.”

Nonostante le evidenti differenze morfologiche a livello genetico queste diverse specie di serpente sono in realtà molto simili. La somiglianza genetica tra le specie sarebbe la prova che la speciazione in questo caso è avvenuta nell’arco di un periodo relativamente breve.

I geni coinvolti sarebbero geni cosidetti regolatori, ovvero responsabili della gestione di altri geni. Un’alterazione di questi geni regolatori avrebbe quindi un effetto più ampio poichè eventuali conseguenze si ripercuoterebbero su tutto il gruppo di geni regolati.

Ma quale logica sottostà a questo particolare fenomeno di speciazione promiscua?

La spiegazione fornita dai ricercatori si basa sul concetto evolutivo “più cibo uguale più prole”. In sostanza, un serpente ben nutrito avrà più energie e risorse per produrre più uova.

La necessità di evolvere teste dalle forme differenti sarebbe quindi legata allo sviluppo di differenti strategie di caccia. I serpenti dalla testa più grande hanno una bocca più grande e di conseguenza possono introdurre quantità maggiori di cibo rispetto ai loro cugini dalla testa piccola. D’altro canto i serpenti dalla testa ridotta sono in grado di infilarsi negli stretti cunicoli delle tane delle anguille, raggiungendo così una fonte di cibo inaccessibile per i serpenti a testa larga. Sono due strategie diverse, ma entrambe evolute per ottenere più cibo possibile.

Insomma un modo per non pestarsi i piedi… pardon, le spire a vicenda.

(Per l’articolo originale a cui mi sono ispirato per questo post visitate la pagina di ScienceNordic)

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