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Perché la milza fa male quando corriamo?

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La fine del 2015 è alle porte ed è tempo di fare qualche buon proposito per l’anno nuovo. Nella mia lista ho deciso di inserire la corsa, attività che non praticavo ormai da quasi due anni (pur rimanendo sempre allenato con altre forme di attività fisica). Alla seconda seduta di corsa eccola lì, quella pugnalata al fianco che mi ricorda quanto non sia allenato in questo momento.

La cosa non mi scoraggia, visto che il “dolore alla milza” è più che comune nei principianti, soprattutto se poco allenati. Talmente comune tra i comuni mortali che, se si presenta in atleti professionisti, può essere il campanello d’allarme di una condizione patologica più grave.

Ma a cosa è dovuto questo talvolta lancinate dolore al fianco?

La risposta più immediata è: non si sa con certezza.

Ma andiamo con ordine.

Come sottolineato dal titolo di questo post, questo tipo di dolore viene comunemente indicato come “dolore alla milza”, ma questa definizione è con ogni probabilità molto imprecisa se non completamente sbagliata.

La milza è un organo non necessario alla sopravvivenza (si può sopravvivere anche senza) che contribuisce al metabolismo del sangue con alcune funzioni quali l’eliminazione dei globuli rossi vecchi o danneggiati (eritrocateresi), la produzione di linfociti (cellule del sistema immunitario presenti nel sangue) e lo stoccaggio di una riserva di globuli rossi pronta ad essere usata in caso di emergenza.

Proprio quest’ultima funzione è alla base del mito del dolore alla milza. La credenza più diffusa (e quasi certamente sbagliata) è che, sotto sforzo, la milza si contragga con forza per liberare nel sangue la propria riserva di globuli rossi, aumentando l’efficienza del trasporto di ossigeno nel corpo.

In realtà non ad oggi evidenze dirette di questo fenomeno fisiologico. Inoltre, la milza è localizzata nel fianco sinistro, mentre le fitte addominali da allenamento possono essere percepite in tutto l’addome, soprattutto nella fascia appena al di sotto della cassa toracica. Tanto più che questo tipo di dolore ha il doppio di probabilità di essere percepito nel fianco destro, opposto a quello della milza.

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Quali sono, quindi, le cause effettive di questo dolore?

Numerose teorie (molte delle quali sono state poi riconosciute come imprecise) hanno provato a spiegare l’eziologia di questa condizione comune.

Tra le teorie più diffuse troviamo:

  • Crampi muscolari, soprattutto del muscolo diaframma molto sollecitato nell’attività fisica.
  • Stress meccanico dei legamenti viscerali che sostengono i grandi organi interni come stomaco e fegato.
  • Disturbi gastrointestinali (teoria screditata)
  • Dolore di natura neurogenica, legato alla compressione di nervi addominali.
  • Irritazione del peritoneo parietale, la membrana che avvolge gli organi interni e che può irritarsi in seguito a ripetute sollecitazioni e sfregamenti come quelli che possono verificarsi durante l’attività fisica.

Tutte queste teorie spiegano parzialmente le dinamiche del dolore da sforzo, ma nessuna riesce a coprire tutta la casistica e, per questo, rimangono speculative.

So che si sa per certo è che le fitte addominali da attività fisica sono legate ad una cattiva postura della spina dorsale e a forme di allenamento che comportano una maggiore sollecitazione del busto (infatti, il “dolore alla milza” è più comune nei corridori e meno diffuso nei ciclisti). Inoltre, correre a stomaco pieno o dopo aver bevuto bibite ricche di sali può aumentare la probabilità di percepire questo tipo di fitte.

Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura di QUESTO recente articolo scientifico che riassume (in inglese) tutto ciò che si sa fino ad oggi sul dolore addominale da esercizio.

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Come nascono i sogni

Inserito il

Sogno

Dagli acchiappasogni dei nativi del Nord America alla smorfia napoletana, da Sigmund Freud a Freddy Krueger. I sogni notturni accompagnano l’Umanità dall’alba dei tempi. Basta scivolare tra le braccia di Morfeo per aprire le porte ad interi mondi fantastici ed inesplorati.

Ma cosa sono effetivamente i sogni? Da dove vengono? E, soprattutto, a cosa servono?

Come qualsiasi fenomeno antico, effimero e misterioso i sogni hanno generato, e generano tuttora, numerose leggende, racconti e tradizioni. A seconda del contesto i sogni possono essere espressioni del nostro subconscio, portali verso altri piani dell’esistenza, vie di comunicazione con i nostri cari defunti, premonizioni o solo un modo per ottenere i numeri giusti da giocare al Lotto. Ogni popolo ed ogni cultura ha tentato di dare la propria personale interpretazione di questo fugace stato mentale.

Rappresentazione artistica di un acchiappasogni indiano

Le teorie scientifiche sui sogni sono numerose e ancora oggi dibattute. Lo scorso febbraio il New Scientist ha dedicato il proprio Special Report al tema, approfondendo i recenti passi in avanti fatti dalle scienze neurologiche in merito alla comprensione del mondo onirico.

Il sogno è uno stato mentale effimero ed estremamente difficile da studiare. Chiunque si sia mai svegliato illuminato da un sogno solo per scordarselo nei pochi minuti successivi al risveglio può comprendere questa difficoltà.

Uno dei migliori tentativi di catalogazione dei sogni consiste nell’annotarli rapidamente al risveglio o, ancora meglio, far dormire alcuni volontari in un laboratorio dove possano essere svegliati ed interrogati ad intervalli regolari durante la notte.

Dai risultati di questi esperimenti si è capito che solo la metà dei sogni contiene elementi sonori, mentre la restante metà non sono altro che film muti. Sapori, odori e sensazioni tattili, poi, sono ancora più difficili da trovare all’interno di in un sogno medio.

Studi simili hanno contribuito inoltre a sfatare uno dei miti più comuni sui sogni i quali non conterrebbero particolari rivelazioni sulla personalità del sognatore: tratti come la creatività e l’immaginazione non sembrano avere poi così tanto effetto sulla genesi e sulla natura dei nostri sogni.

“I sogni delle persone sembrano essere più simili tra loro che differenti”

È quanto sostiene Mark Balgrove dell’Università di Swansea nel Galles che aggiunge che probabilmente i sogni non rivelano in realtà nulla che non sia già di nostra conoscenza.

“Il Sogno” di Salvador Dali

Un approccio di studio più efficace è quello di studiare lattività cerebrale durante il sonno. Questi esperimenti hanno contribuito a formulare la teoria del sogno come conseguenza dei processi di consolidamento della memoria all’interno nostro cervello.

Gli eventi vissuti, affinché possano diventare ricordi, devono spostarsi dall’ippocampo, dove i ricordi vengono “messi nero su bianco”, alla corteccia, dove vengono organizzati e archiviati perché possano essere rievocati in un secondo momento. I sogni sarebbero quindi manifestazioni di alcuni elementi dei nostri ricordi in fase di consolidamento.

Paragonando i diari di vita quotidiana dei partecipanti allo studio con i racconti dei loro sogni si è notato che i ricordi entrano nei sogni in due fasi distinte: una prima volta nella notte successiva all’evento stesso (il che indicherebbe una preliminare registrazione del fatto accaduto) ed una seconda volta da cinque a sette giorni più tardi (che rifletterebbe il consolidamento del ricordo).

Mentre consolida nuovi ricordi, inoltre, il cervello del dormiente in fase REM può gestire e manipolare altre connessioni già consolidate all’interno della memoria liberando così vecchi ricordi. Questa manipolazione delle connesioni esistenti potrebbe essere alla base di fenomeni tipici dei sogni come le associazioni tra eventi differenti, la rievocazione di luoghi e persone viste mesi, se non anni, prima e quel bizzarro fenomeno dello scambio d’identità in cui un oggetto o persona appare come una cosa ma può assumere una differente forma o significato.

L’ippocampo nel cervello umano

Ma i nostri sogni sono molto più di un semplice insieme di elementi più o meno casuali; essi infatti sono in grado di raccontarci storie in numerosi stili differenti come fossero veri e propri film o romanzi. In questo caso sembra che siano le emozioni la forza trainante alla base del fenomeno.

È noto infatti che le nostre emozioni sono in grado di determinare il modo in cui un ricordo viene consolidato e rievocato. Un evento traumatico, con le forti emozioni che ne conseguono, da luogo a sogni intensi ed impegnativi evidenziando probabilmente quanto sia difficile accettare e consolidare un evento spiacevole nella propria autobiografia cerebrale.

Memoria ed emozioni sembrano quindi essere alla base dei nostri sogni, ma è noto che alcuni particolari stimoli esterni possono contribuire a plasmare e modificare le immagini oniriche che ci accompagnano durante la notte. Negli anni successivi all’invenzione della TV, per esempio, le persone mostravano una tendenza a sognare in bianco e nero, mentre i sogni a colori sono ritornati solo con la diffusione della TV a colori. Più recentemente, invece, si è scoperto che i giocatori del gioco di ruolo online Word of Warcraft tendono a sostituire la propria immagine nei sogni con quella del loro personaggio di gioco. Infine, suoni ed odori possono condizionare i contenuti e l’intensità dei nostri sogni.

[l’articolo a cui mi sono ispirato per questo post è comparso sul New Scientist del 3 Febbraio 2013 a firma di David Robson]

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